“L’atlante sommerso”, un film capace di comprendere adulti e ragazzi in un unico afflato emotivo

Articolo di Gordiano Lupi

Stefano Simone sorprende ancora una volta cambiando registro narrativo e guidando un gruppo di giovani attori in una sceneggiatura intensa e priva di pecche scritta da Giovanni Casalino. Marco è un ragazzino molto intelligente, curioso e dotato di spirito avventuroso, il regista lo presenta in un prologo ricco di suggestioni thriller mentre si dirige verso un rudere abbandonato e resta vittima di un feroce scherzo da parte di due bulli. La storia vera e propria parte subito dopo, coinvolgendo Marco e la sorella Camilla, oltre a Francesco e i due ragazzi più grandi di cui parlavamo prima. La curiosità di Marco lo porta a chiudersi nella biblioteca comunale durante la notte per scovare un libro nascosto, il leggendario atlante sommerso che dovrebbe portare alla scoperta di un tesoro. Partono i ragionamenti deduttivi di Marco che portano alla scoperta di numerosi indizi, oltre a una porta che conduce in un bosco e a due abitazioni dove vivono strani personaggi. Dobbiamo fermarci con la trama perché tutta la seconda parte del film è un susseguirsi di colpi di scena orchestrati ad arte dallo sceneggiatore e realizzati dal regista con tecnica sopraffina. L’atlante sommerso è girato per buona parte in interni claustrofobici, dove la macchina da presa si muove avvolgente, con inquadrature mai scontate e riprese realizzate anche grazie a specchi, preferendo il breve piano sequenza alla soggettiva. Non per niente Stefano Simone è un attento cinefilo e ha studiato l’opera omnia di Spielberg. Non manca una parte girata in esterni dotata di fotografia limpida che riprende gli spazi estesi di una Puglia bruciata dal sole, tra vento di mare e fichi d’india (Daniele Piscitelli). Il cinema d’avventura che caratterizza il primo segmento è sottolineato da una colonna sonora del tutto adeguata composta dal bravo Luca Auriemma, da sempre a fianco del regista. Non solo, la mappa che viene ritrovata all’interno della fiaba di Cappuccetto Rosso e il successivo sviluppo della storia servono a citare il primo lungometraggio di Simone. Il personaggio di Francesco – aspirante regista – che notiamo sempre con libri di regia e macchina da presa tascabile, invece, è un vero e proprio alter ego di Stefano, inserito come una sorta di omaggio alla tanto amata professione. Tra i temi toccati non mancano il bullismo, da sempre caro al regista, la prepotenza gratuita nei confronti di un soggetto debole, così come è stigmatizzata la disparità di trattamento nei confronti di una donna che attende un figlio, sfruttata e senza adeguato supporto. La fotografia assume toni che vanno dal giallo degli interni al viola dei notturni, mentre le riprese si fanno concitate nella parte che si svolge nel bosco, tra l’incontro prima con un lupo, poi con un cacciatore. Il lupo è realizzato da Michele Giagnorio grazie all’intelligenza artificiale ma l’effetto speciale è molto ben fatto, prima sentiamo il suo ululato, quindi compare la minacciosa presenza. Buona la corsa nel bosco, anche se la parte relativa al frenetico inseguimento poteva essere resa più snella tagliando qualche fotogramma in sede di montaggio. In ogni caso la durata di 106’ appare adeguata rispetto alle molte cose da dire e Simone tiene per sé il ruolo del montatore convinto da sempre che tale importante attività faccia parte della regia. Tutta la parte finale apre le porte a un altro film, inatteso, dal taglio romantico – sentimentale, se vogliamo anche sociale, con un racconto in flashback onirico del passato, filmato benissimo, con una fotografia anticata, narrato (in prima persona) da una voce femminile fuori campo e caratterizzato da una serie di dissolvenze incrociate. Il tono del film si modifica radicalmente, cambia la colonna sonora che si fa più suadente e meno concitata, mentre – come consuetudine del cinema di Simone – appare il binario, metafora della vita che scorre e del cambiamento, delle occasioni da prendere al volo, del viaggio verso il futuro, alla scoperta della nostra vera identità. Ottimo anche il collage conclusivo che riassume i momenti salienti della pellicola prima dei titoli di coda, una sorta di invito a rivivere il film da un punto di vista puramente emotivo. Interpreti tutti molto bravi (e ben diretti), tenendo presente che – a parte Tonino Potito (un veterano) e Paola Renzullo (che recita con la sola espressione del volto) – i protagonisti della vicenda sono ragazzi di dodici anni che sostengono sulle loro gracili spalle l’intera struttura del film. L’atlante sommerso è un film adatto a tutta la famiglia, capace di comprendere adulti e ragazzi in un unico afflato emotivo, perché unisce il cinema avventuroso a intensi momenti sentimentali.

Regia, Montaggio: Stefano Simone. Soggetto e Sceneggiatura: Giovanni Casalino. Musiche: Luca Auriemma. Fotografia: Daniele Piscitelli. Effetti speciali: Michele Giagnorio. Regia Seconda Unità: Sara Strafile. Riprese Drone: Manuel Assisi. Fotografo di Scena: Michele Quitadamo. Fonico: Michael Gainetti. Anno: 2026. Origine: Italia. Durata: 106’. Genere: Avventura. Interpreti: Marco Delli Carri (Marco), Camilla Prencipe (Camilla), Francesco Quitadamo (Francesco), Pasquale Viscio (Rodolfo), Chiara D’Amato (Cassandra), Simone Balta (Ettore), Giovanni Guidone (Silvano), Tonino Potito (Edoardo), Paola Renzullo (Angelica, la madre), Rossella Castigliego (Federica), Naomi Regini (bibliotecaria), Rosanna Trotta (direttrice orfanatrofio), Natalia D’Amato (Agatha), Tatiana Barbone (mamma di Agatha), Michele Quitadamo (Lorenzo)

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