Dallo schermo alla realtà: la verità ha un prezzo che continuiamo a pagare a nostra insaputa

Articolo di Francesco Pira

La menzogna non è mai stata così economica da produrre e così redditizia da diffondere. Fino a vent’anni fa, fabbricare un falso credibile richiedeva una struttura editoriale e un canale di distribuzione. Adesso possono bastare un telefono, pochi minuti e un algoritmo compiacente. Il costo di produzione è crollato, quello di diffusione si è quasi azzerato, mentre il rendimento in termini di attenzione, consenso e visibilità è cresciuto enormemente.

Per comprendere che cosa è accaduto alla verità, dobbiamo guardare a un cambio di paradigma economico e culturale. Nel modello tradizionale il giornalismo viveva dell’informazione. La verifica costituiva un investimento, perché la credibilità era il capitale dell’impresa editoriale. Un errore poteva costare reputazione, lettori e fatturato.

Nei giorni scorsi sono intervenuto a Screen Talk al The Screen Cinemas Messina, nel corso del format ideato per affiancare alla proiezione cinematografica un momento di incontro e confronto con il pubblico. Dopo la visione di The Social – Il prezzo della verità, ho dialogato con la psicologa Daniela Abate, con la brillante moderazione di Giorgio Maria Aloi. I tanti interventi dalla sala hanno trasformato una splendida serata di cinema in un’occasione preziosa di riflessione collettiva.

Il film di Aaron Sorkin racconta la scelta di Frances Haugen, giovane ingegnera di Facebook, di affidare al giornalista del Wall Street Journal Jeff Horwitz una serie di documenti interni. Quelle carte mostrano le conseguenze sociali di un sistema nel quale gli algoritmi, progettati per aumentare il coinvolgimento, possono amplificare rabbia, polarizzazione e disinformazione. La vicenda cinematografica diventa così una domanda rivolta a tutti noi: quale verità siamo disposti a difendere, e a quale prezzo?

Il titolo è davvero significativo. Non parla della “crisi” o della “fine” della verità. Parla del suo prezzo. Oggi la verità ha un costo: qualcuno è disposto a pagarlo, qualcun altro a venderlo, mentre la maggior parte di noi paga senza sapere di avere comprato.

Nel modello digitale, la risorsa centrale è diventata l’attenzione. Quando la merce è il tempo che una piattaforma riesce a trattenere, un contenuto vero e uno falso competono sullo stesso piano. Vince spesso quello che genera l’emozione più forte. La verifica rallenta, mentre indignazione e paura accelerano la circolazione. Herbert Simon, economista e psicologo statunitense, lo aveva intuito già negli anni Settanta: l’abbondanza di informazioni produce scarsità di attenzione. Il punto, per noi, è questo: la verità cede terreno perché è lenta. E in un sistema che misura il valore attraverso il tempo dello sguardo trattenuto, la lentezza diventa rara.

Da queste premesse nasce la ricerca condotta con Andrea Altinier e confluita nel volume Giornalismi. La difficile convivenza con fake news e misinformation. Abbiamo elaborato il

modello dell’Esagono delle fake news, formato da sei elementi: appeal, viralità, velocità, crossmedialità, flusso e forza.

Il falso intercetta emozioni e convinzioni preesistenti; viene costruito per circolare rapidamente; passa da un social a un video, da un podcast a una chat; si inserisce in un flusso continuo e può condizionare consumi, reputazioni, percezioni collettive e scelte politiche. Le fake news, quindi, non rappresentano semplici anomalie del sistema: ne sono diventate una componente strutturale. Oggi esistono fabbriche di contenuti, reti di account automatizzati e operazioni coordinate capaci di creare ambienti informativi paralleli. Una parte dell’opinione pubblica finisce così per abitare una versione dei fatti costruita altrove.

Ulrich Beck, sociologo tedesco, ci ha insegnato che, nella società del rischio, la minaccia deriva anche dal modo in cui gli eventi vengono conosciuti e raccontati. In un ambiente informativo inquinato, diventa difficile distinguere il pericolo dalla sua rappresentazione. Non discutiamo più soltanto su che cosa fare: discutiamo perfino su che cosa sia vero.

L’intelligenza artificiale segna un passaggio ulteriore. Fino a ieri la disinformazione era soprattutto un problema di contenuti da verificare. Ora diventa anche un problema di autenticazione. Un volto, una voce, un’immagine o un video possono essere generati in pochi minuti con un livello di verosimiglianza crescente.

Il deepfake demolisce la forma come indizio di verità. Possiamo credere a eventi mai accaduti e, nello stesso tempo, liquidare come artificiale una prova autentica. Luciano Floridi definisce pareidolia semantica la nostra tendenza ad attribuire significato, intenzionalità e perfino coscienza a sistemi che elaborano correlazioni statistiche. Il falso generato ci convince anche perché la mente umana è predisposta a riconoscere un senso e un’intenzione.

Quando la verifica diventa più difficile, il cittadino tende ad affidarsi all’appartenenza: crede a chi gli somiglia, parla il suo stesso linguaggio e frequenta i medesimi ambienti digitali. Le echo chamber sostituiscono progressivamente la prova con il riconoscimento reciproco.

Il prezzo della verità viene pagato soprattutto dai giovani. Essere nati circondati dagli schermi non significa possedere gli strumenti per interpretarli. La retorica dei “nativi digitali” ha indotto molti adulti a pensare di non avere nulla da insegnare e molti ragazzi a credere di non avere nulla da imparare.

I ragazzi mostrano spesso familiarità tecnica e una competenza critica ancora fragile: sanno pubblicare un video, ma faticano a verificare una fonte; riconoscono un trend, ma non sempre una manipolazione. La disinformazione intercetta il bisogno di appartenenza e la ricerca di identità. Offre una comunità, un linguaggio e una conferma del proprio valore. Per questa ragione il fact-checking, da solo, non basta: corregge il contenuto, ma non risponde al bisogno che quel messaggio aveva soddisfatto.

Invertire la rotta richiede un progetto culturale che coinvolga scuola, famiglie, giornalismo, istituzioni e aziende tecnologiche. La media education deve entrare stabilmente in ogni ciclo scolastico come competenza di cittadinanza: occorre insegnare a verificare le fonti, riconoscere i contenuti generati dall’intelligenza artificiale, comprendere il funzionamento degli algoritmi e interrogarsi sul motivo per cui una notizia raggiunge proprio noi, in quella forma e in quel momento.

Accanto alla formazione dei giovani serve quella degli adulti. Non possiamo chiedere ai ragazzi una consapevolezza che noi per primi fatichiamo a esercitare. Le “Scuole per Genitori” che propongo da anni nascono da questa esigenza: offrire alle famiglie strumenti per leggere i segnali, stabilire regole condivise e accompagnare i figli senza trasformare la casa in uno spazio di sorveglianza. Educare significa essere presenti, costruire fiducia e rendere possibile il dialogo.

Anche le piattaforme devono assumere una responsabilità proporzionata al potere che esercitano. Gli ambienti digitali non sono contenitori neutrali: gli algoritmi selezionano, ordinano e amplificano i contenuti, influenzando percezioni e comportamenti. Occorrono quindi maggiore trasparenza sui criteri di visibilità e regole capaci di riequilibrare un modello economico che trae profitto dal coinvolgimento, soprattutto quando rabbia, paura e conflitto diventano strumenti per trattenere l’attenzione.

A tutto questo va affiancata una nuova cultura della lentezza. La verità richiede tempo, confronto e disponibilità a mettere in discussione le proprie convinzioni. Fermarsi prima di reagire, verificare prima di condividere e distinguere ciò che emoziona da ciò che informa rappresentano forme di igiene cognitiva. In un ecosistema che ci spinge verso risposte immediate, recuperare il tempo del pensiero è già un atto di responsabilità.

La domanda che The Social consegna al pubblico non è soltanto “chi ci sta mentendo?”. È più profonda: quale verità siamo disposti a difendere, e a quale prezzo? Una società che smette di considerare la verità un bene comune non diventa più libera. Diventa più solitaria, più confusa e più manipolabile. E la verità, in fin dei conti, è la forma più elementare del rispetto che dobbiamo continuare a proteggere.

Related Articles