Siamo nella Toscana del 1600, dove incontriamo Fra Leopoldo da Casamacchia (Favino) in fuga con il suo priore (Rossi) – ammalato di peste – dal convento umbro che li ospitava. Quando il priore muore, Fra Leopoldo continua a predicare il Vangelo in modo semplice, raccontando la vita di Gesù come una storia divertente e gioiosa. Scopriremo in seguito che il frate è figlio di un attore e di una domatrice di cavalli e che ha ereditato la bravura istrionica dai genitori. Il suo modo di fare gli procura il seguito delle masse ma anche la diffidenza dei preti e della chiesa ufficiale che lo accusa di eresia. Papa Innocenzo X (Cecchi) affida il caso al cardinale Maculani da Benevento (Orlando) incaricato di istruire il processo. Giovanni Veronesi – in compagnia di uno squadrone di sceneggiatori – trasforma una commedia in salsa medievale in un dramma a sfondo umano, dove la vera fede è quella del povero frate, non quella di una chiesa corrotta e schiava del potere, di fatto lontana dalle masse.
Il problema maggiore della pellicola è a livello di sceneggiatura, abbastanza sfilacciata e per niente solida, che vorrebbe seguire gli esempi nobili di Luigi Magni (In nome del Papa Re) e di Mario Monicelli (Brancaleone…), ma che non raggiunge neppure il livello di Pasquale Festa Campanile (Il ladrone), ambientato in ben altra epoca ma con simile significato. Va da sé che quando disponi di un attore camaleontico come Pierfrancesco Favino puoi fare di tutto, anche un film con una sceneggiatura poco credibile, perché la bravura dell’interprete a livello di monologhi è notevole, così come la parte drammatica dopo le torture risulta intensa e coinvolgente. Non solo, Favino sa recitare in ogni dialetto possibile e immaginabile, in questo lavoro si cala in un personaggio umbro con totale immedesimazione. Silvio Orlando è bravo nella parte del cardinale che ascolta il suo cuore e cerca di salvare dal rogo il povero frate, così come tenta di darsi da fare Alma Noce, contessina vessata da un marito violento e affascinata dai modi gentili del religioso. Resta il fatto che la storia non convince, anche se lo spettatore si fa ammaliare dalle stupende scenografie toscane (Carmine Guarino), tra colline e sorgenti, per tacere dei soffioni di Pomarance. Fotografia suggestiva di Maurizio Calvesi; montaggio abbastanza rapido, definito in 114’ di pellicola da Patrizio Marone; costumi azzeccati di Carlo Poggioli; grande dispiego economico a livello di comparse e ricostruzione di ambienti; colonna sonora invasiva e disturbante di Paolo Buonvino. Dio ride resta un film zoppo, girato alla Veronesi, in modo molto classico, senza particolare inventiva. Ambientato in Toscana, tra Siena, Volterra, Colle Val D’Elsa, Monte San Savino, Pomarance, Pistoia (Sala Maggiore del palazzo comunale). Presentato fuori concorso al Festival di Venezia. Visto al Cinema Astra di Follonica, sala di qualità della Provincia di Grosseto. Merita la visione solo per godere su grande schermo della grande interpretazione di Pierfrancesco Favino che meritava una storia migliore.
Regia: Giovanni Veronesi. Soggetto e Sceneggiatura: Giovanni Veronesi, Nicola Baldoni, Gianluca Bernardini, Nicola Deorsola, Jean Jacques Llunga, Paolo Portone. Fotografia: Maurizio Calvesi. Montaggio: Patrizio Marone. Musiche: Paolo Buonvino. Scenografia: Carmine Guarino. Costumi: Carlo Poggioli. Trucco: Alessandra Vita. Produttori: Fabrizio Donvito, Benedetto Habib, Marco Cohen, Daniel Campos Pavoncelli, Massimiliano Orfei, Luisa Borella, Davide Novelli. Case di Produzione: Indiana Production, Piper Film, Ogi Film. Distribuzione (Italia): Piper Film. Lingua Originale: Italiano. Paese di Produzione: Italia, 2026. Durata: 114’. Rapporto: 2,39: 1. Genere: Commedia, Drammatico. Interpreti: Pierfrancesco Favino (fra Leopoldo da Casamacchia), Silvio Orlando (cardinale Vincenzo Maculani), Alma Noce (contessa Isabella), Francescho Gheghi (fraticello Giacinto), Paolo Rossi (priore), Carlo Cecchi (Papa Innocenzo X), Maurizio Lombardi, Gisella Volodi, Barbara Enrichi.
