Marco Carrer: la poesia e l‘ amore, l’anti-dichiarazione di un poeta ferito

Articolo di Bartolomeo Di Giovanni

MI SONO INNAMORATO DI UNA PUTTANA / Mi sono innamorato di una puttana. / Parlo di un uomo eh, / giusto per chiarimento. / In italiano la parola puttana / al maschile / non compare. / Chissà, ne vogliamo forse / negare l’esistenza? / Io però quest’animale mitologico, / molto più animale che mito, / l’ho incontrato e gli ho dato un nome. / Non un nome nuovo, o intelligente, / né tanto meno sensato. / L’ho chiamato: / “amore mio”. / E com’è, mi chiederete voi, / questa bestia? / Ecco… / “Amore mio” è bello, affascinante, / stupidamente sagace, / incongruentemente profondo, / e con dei pensieri / dolcemente ributtanti. / A lui piacciono le altre puttane, / pare anche quelle un po’ comuniste. / Ma di solito le ripetizioni / in poesia io non apprezzo. / Le appelleremo dunque / squallide zoccolone. / Quelle con le fighe allargate dal disprezzo, / credo verso se stesse, / chi lo sa? / A lui delizia entrarci, questo lo so. / Avvezzo è alla goduria / del penetrare in quelle pietose / caverne / di umano decadimento. / Denigrante cavaliere / per le loro immonde psiche. / Maestro del sesso putrido. / Artista dell’amplesso licenzioso. / Genio della verga che amore trucida / e che eiacula odio / sulla finzione di un’agape / da lui generata e ai miei occhi / teneramente patetica. / Tuttavia, costui preferisce definirsi / passionalmente ed amorevolmente / feroce, / e le follie dei poeti vanno rispettate. / Non sarete mica sorpresi? / Poteva solo essere poeta / una persona del genere. / Un’anima turbata, abusata / da mondo e sorte, eppure sì soave, / innocente e cara. / Il tutto intrappolato in un senno seviziato, / giacché quello che ha subito e che / continua a scegliere di subire / ha ormai traviato / le pure intenzioni. / Amare non sa, e mai penso imparerà. / Un manipolatore, un narcisista / ignaro e lupo codardo / che si traveste da agnello vilipeso. / Povero “amore mio”, / violentatore dal passato di violentato. / Corpi o spiriti non fa differenza, / tutto gli va bene violare, basta / succhiare del sangue di vita e di / benevolenza agli altri, / per la sua vendetta contro il fato / che non troverà pace. / L’amore con lui io non l’ho fatto / lettori miei, mi sembra ovvio. / Però persino agognando / nessuno con lui potrà, / poiché lui l’amore / non lo fa. / Non so se lo disdegni o se non riesca, / o forse è solo colpa di un cuore / handicappato. / Ma realtà assai triste è che la mente / il tapino inganna, / e ingenuo crede di sapere / davvero l’amore cosa sia. / Una volta addirittura / rivestire l’ho sentito, / di questa santa parola, / una sciacquetta francese che a lui / si era gratuitamente venduta / in meno di due albe. / Là da qualche parte / dove il Danubio scorre / e dove coerenza e decenza / evidentemente vengono meno. / Di questa storia / qual è l’amaro verdetto? / Siamo entrambi maledetti / e io in verità vi dico: / chi è deficiente in amore / di sesso la sua anima perirà, / chi come me lo comprende / in terra sarà lasciato di coiti privo. / Che poi io non sono innamorato, / io questa puttana montoriese la amo. / È solo che il titolo suonava meglio così.

In una società piena di buchi, da cui esce tutta acqua inquinata da atteggiamenti distonici relegati al consumismo e soprattutto al sadismo, i versi di Marco Carrer sono una chiara dichiarazione dell’incapacità di innamorarsi.

Forse l’amore è roba da poeti? No, perché anche tra i poeti ci sono strofe false: belle e perfette, ma senza pathos. Sono sempre più convinto che amare sia roba da folli, di chi — nonostante le aporie — non si lascia avvolgere dal velo scuro di questi anni veramente bui.

Essi sono potentemente deflagrati; il linguaggio lirico si percepisce sulla pelle fino a giungere nella parte più intima del vero lettore. Marco è riuscito a dare un nome a una realtà che ci ostiniamo a nascondere, ma che questa bella penna smaschera con disarmante durezza.

Potente poesia, deflagrazione che esprime il lirismo di un amore oltre i normali contesti umani.

Il testo si muove sul filo tagliente di un ossimoro costante: la disamina impietosa di un carnefice che si fa vittima col filtro della voce di chi, pur vedendone ogni marciume, ne resta irretito.

La provocazione linguistica del componimento si apre con una riflessione metalinguistica fulminante: l’assenza del corrispettivo maschile della parola puttana nella lingua italiana. Già questo incipit svela l’intento dissacrante e la necessità di forzare il dizionario per dare un nome a una realtà che la società tende a nascondere o a non definire con la stessa durezza.

La chiusura circolare della poesia ribalta la prospettiva iniziale: «Che poi io non sono innamorato, / io questa puttana montoriese la amo. / È solo che il titolo suonava meglio così.» Qui l’io narrante compie un doppio movimento, cioè da un lato demistifica il proprio sentimento, sottraendolo alle categorie patinate del romanticismo (“non sono innamorato, lo amo”); dall’altro rivendica la scelta stilistica (“il titolo suonava meglio così”), dall’ altro lato svela una consapevolezza letteraria lucida e distaccata che fa da contrappunto al delirio emotivo raccontato.

1. Anatomia di un “animale mitologico”.

La figura al centro del testo è un ritratto psicologico di straordinaria complessità. Non è un semplice antagonista odioso, ma una creatura tragica e repulsiva insieme.

Un uomo che attrae proprio attraverso la sua ributtante disamina del mondo.

Il sesso con lui non è un atto d’amore o di piacere condiviso, ma una discesa negli inferi . nella più oscura lussuria. L’autore usa termini forti ma controllati. Maestro del sesso putrido, Genio della verga che trucida ed eiacula odio. Il sesso diventa uno strumento di rivalsa, una profanazione sistematica.

La genesi del trauma: Il testo non giustifica ma spiega la genesi di questo mostro attraverso la chiave freudiana e sociale del trauma: «violentatore dal passato di violentato». È un lupo che indossa il vello dell’agnello, da una sete di vendetta cieca contro il fato, incapace di amare perché ridotto a un predatore emotivo che succhia la linfa vitale altrui.

Il testo si distingue per la straordinaria libertà metrica e stilistica. La struttura è spezzata, quasi a simulare il flusso di coscienza di un monologo interiore o di un parlato teatrale.

Si passa con naturalezza estrema da registri bassi, triviali e corporali (puttana, squallide zoccolone, fighe allargate, verga) a un tono lirico, solenne, quasi biblico e dantesco (maestro del sesso putrido, immonde psiche, senno seviziato, agape). Questa commistione è il vero motore della poesia che riflette la dissonanza cognitiva di chi ama ciò che sa essere marcio, nobilitando letterariamente la feccia e sporcando la poesia con la realtà più infima.

Chi è «deficiente in amore» (incapace di provarlo o comprenderlo, come l’uomo descritto) perisce la propria anima nel sesso meccanico e vuoto.

Chi invece lo comprende (l’io lirico) è condannato a rimanere isolato nella sua consapevolezza sterile, incapace di trovare un appagamento carnale che sia all’altezza della profondità del sentimento o della lucidità dello sguardo.

È la condanna di chi vede troppo chiaramente la natura del proprio oggetto d’amore ma non può, o non vuole, fare a meno di esserne catturato (o, per usare le parole esatte del testo, di amarlo).

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