Una lettura psicodinamica del conflitto e della competizione culturale
Il panorama contemporaneo, amplificato dalla cassa di risonanza dei social media, restituisce l’immagine di un ecosistema artistico e letterario spesso lacerato da faide continue. Lungi dal configurarsi come un luogo di feconda sinergia, lo spazio culturale appare dominato da una competitività esasperata, in cui il discredito reciproco e la gelosia intellettuale prendono il sopravvento sulla creazione collettiva.
La riflessione vuole delineare quegli elementi che hanno trasformato ancor di più l’arte come una costante «carneficina tra simili» interrogando profondamente la psicologia delle dinamiche di gruppo e le strutture di personalità di chi vive la produzione artistica come un esercizio di affermazione totalizzante dell’Io, si evince che non c’è fine alla demolizione dell’altro visto sempre come un rivale. Le radici di questa conflittualità esasperata si rintracciano frequentemente in coloro che hanno la pretesa e la convinzione di essere emanazioni delle muse. L’artista, descritto come colui che “crede di scendere direttamente dall’Olimpo”, manifesta i tratti classici del narcisismo grandioso, compensati tuttavia da una profonda vulnerabilità di fondo. Talvolta la maschera della “finta umiltà” è impiegata come strategia di mascheramento sociale, la falsa modestia cela l’intolleranza verso qualsiasi forma di alterità o di successo altrui, percepito non come stimolo, ma come una minaccia diretta alla propria percezione di unicità. All’interno del microcosmo culturale si attiva frequentemente quella che la psicoanalisi (a partire dagli studi di Melanie Klein) definisce invidia distruttiva, distinta dalla semplice gelosia.
Mentre la gelosia implica una contesa a tre per un oggetto desiderato, l’invidia è una dinamica primariamente diadica: il soggetto non desidera soltanto possedere le qualità o il riconoscimento dell’altro, ma prova un tacito impulso a svalutare o distruggere il valore altrui affinché l’altro smetta di goderne. Nel contesto artistico, il capitale simbolico (il prestigio, i libri letti, la “scia sfavillante di cultura”) viene vissuto all’interno di un gioco a somma zero: se l’altro brilla, la propria luce viene percepita come affievolita. Da qui deriva la necessità compulsiva della misurazione erudita e della gara intellettuale, utilizzate come difese maniacali per stabilire una gerarchia di potere ed escludere chi non si adegua ai propri codici. Il fallimento della creazione di un “gruppo” coeso e solidale tra artisti risponde a precise logiche di regressione collettiva:
- Fragilità identitaria e difesa: Quando l’identità personale e professionale è fragile e dipendente dall’approvazione esterna, il collettivo non viene vissuto come uno spazio di intersoggettività e arricchimento, bensì come un’arena minacciosa.
- Logica di “Ingroup” ed “Outgroup”: L’appartenenza a una corrente o a una nicchia intellettuale serve a difendersi dall’angoscia di frammentazione. L’esclusione del “diverso” (“se non sei sulla loro scia… non vali nulla”) serve a cementare l’unione interna attraverso la figura del capro espiatorio, proiettando all’esterno le proprie insicurezze non risolte.
Se storicamente l’agone letterario e artistico è sempre stato attraversato da tensioni e rivalità, la contemporaneità digitale ha accelerato la mercificazione dell’immagine d’autore, trasformando la cultura in una perenne gara di posizionamento visibile.
La “carneficina tra simili” non rappresenta tuttavia l’essenza ontologica dell’arte, quanto potenziale sintomo di una sofferenza relazionale: la difficoltà strutturale di tollerare che il valore, la bellezza o la conoscenza dell’altro non tolgano nulla al proprio sé, ma possano al contrario integrarlo ed elevarlo.
Credo che una sinergia ben strutturata, con un continuo scambio, sarebbe la panacea da utilizzare per abbattere la falsa parola che si erge come potere demolitore. Imbastire un tessuto di calunnie a scapito di un altro artista è l’estensione di un IO frammentato che tenta di costruirsi attraverso un piccolo trofeo da esporre sui propri scaffali. Ridurre la cultura ad una targa significa depauperare la parola dalla sua essenza pedagogica.
Nel 2025, gli organizzatori del premio “Mentre il treno va”, furono aspramente criticati dai partecipanti perché il podio fu sostituito dai “Binari”, cioè non ci fu un vero vincitore ma tutti sono stati considerati come vagoni che trasportavano un messaggio. Infatti, i partecipanti, a seconda dell’opera, furono classificati in “Primo Binario”, poesia a tema libero, e Secondo Binario, poesia vernacolare ed a tema. La critica mossa dalla platea si infervorì perché non c’erano i soliti premi: coppe, targhe, pergamene stilizzate, ma si preferì la sobrietà e dare più valore alla sinergia e allo scambio culturale. Ma le critiche non riguardano solamente a “Mentre il treno va”, ma verso tutti quei “concorsi” dove il narciso di turno non riceve, secondo la sua visione, il giusto encomio.
