Il sociologo Francesco Pira: «Non possiamo arrenderci all’idea che la guerra sia inevitabile»

Articolo di Pietro Salvatore Reina

Il professore dell’Università di Messina: «la storia ci ha mostrato che anche dopo le fratture più gravi è possibile ricostruire. È questo il messaggio che dobbiamo difendere, con lucidità e con coraggio»

«In pace i figli seppelliscono i padri, mentre in guerra sono i padri a seppellire i figli» (Erodoto). Nel 1932, Albert Einstein e Sigmund Freud, su richiesta della Società delle Nazioni, intrapresero uno scambio epistolare sulla domanda: “Perché la guerra?”.

Nel 2025 celebriamo gli 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Solo poche ore fa Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha affermato: «La verità è che se si inizia a investire nella difesa quando ne abbiamo veramente bisogno è già troppo tardi. E lo è anche oggi. Se vogliamo la pace, dobbiamo prepararci alla guerra».

Sigmund Freud, ricordando il vecchio adagio «Si vis pacem, para bellum», propone in vari suoi scritti di trasformarlo in «Si vis vitam, para mortem» (Se vuoi la vita, disponiti ad accettare la morte). Una frase che, invece, noi – che siamo un grande Paese, erede del diritto e non solo – dovremmo reinterpretare come «Si vis pacem, para pacem» (Se vuoi la pace, preparati alla pace).

L’articolo 11 della nostra Costituzione «ripudia la guerra». In questo verbo non c’è solo un no definitivo, ma anche una decisa condanna morale. L’Italia, con i suoi padri e madri costituenti, ha preso le distanze dalla guerra consapevole che essa sia uno strumento capace soltanto di generare e dare forma al dolore. L’articolo 11 non solo ripudia la guerra come mezzo di offesa alla libertà degli altri popoli, ma anche come «strumento di risoluzione delle controversie internazionali». La sua importanza è fondamentale: ha permesso all’Italia di affermarsi, all’interno delle organizzazioni internazionali, come uno Stato promotore di pace. Oggi, purtroppo, questo articolo viene spesso citato tra quelli più traditi dalla politica nazionale.

Per millenni, la guerra è stata considerata un mezzo usuale e accettabile di conquista e gloria. Ma oggi, a 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, non è più così. Chiediamo al professor Francesco Pira, Associato di Sociologia dell’Università di Messina, saggista e giornalista e opinionista de Il Salto della Quaglia, una riflessione su questo rovesciamento delle regole e delle norme che per decenni hanno plasmato la diplomazia europea.

D.: Perché la via del disarmo e della pace è così lunga e difficile? Oggi, considerando i continui fatti di violenza che riempiono le pagine dei giornali e lo spazio dei nostri social, non diventa forse indispensabile anche un disarmo morale?

R.: «Viviamo in una fase storica in cui il senso di smarrimento collettivo è palpabile: la fine della Seconda guerra mondiale, di cui celebriamo l’ottantesimo anniversario, ci aveva lasciato in eredità l’idea che le istituzioni internazionali fossero in grado di prevenire il ritorno della violenza su vasta scala. Oggi scopriamo, con una certa amarezza, che quei meccanismi non bastano più da soli. La pace è un processo complesso, che richiede continuità, investimento, responsabilità condivisa — e, soprattutto, un immaginario collettivo capace di sostenerla. Le difficoltà che incontriamo nascono dal fatto che viviamo dentro un ecosistema comunicativo saturo di preoccupazioni: i conflitti ci raggiungono in tempo reale, attraversano i nostri smartphone e i nostri social, e finiscono per alimentare insicurezza, polarizzazione, sfiducia. In questo clima il disarmo non è solo una questione di arsenali: è una questione di linguaggi, di narrazioni, di capacità di ricostruire fiducia. È quello che definirei un “disarmo morale”, un lavoro profondo sul modo in cui percepiamo l’altro, la diversità, il conflitto stesso. Da sociologo vedo che le società diventano più vulnerabili quando non riescono più a riconoscersi in un progetto comune. Recuperare l’idea di pace significa allora ricostruire ponti culturali, ridare forza ai valori che ci hanno permesso di trasformare l’Europa da teatro di guerra a laboratorio di cooperazione. Nonostante le tensioni e le paure del presente, continuo a credere che il desiderio di pace sia molto più radicato di quanto sembri. È un patrimonio diffuso, che emerge ogni volta che le comunità rispondono alla violenza con solidarietà, che le nuove generazioni chiedono futuro e non conflitto, che i cittadini europei si interrogano su come tornare a dialogare. Questo è il seme di speranza che dobbiamo coltivare: la consapevolezza che la pace non è un’utopia fragile, ma un’opera ancora possibile. Ed è proprio nei momenti in cui il mondo sembra più instabile che diventa decisivo rafforzare la cultura della convivenza. Non possiamo permetterci di arrenderci all’idea che la guerra sia inevitabile: la storia ci ha mostrato che anche dopo le fratture più gravi è possibile ricostruire. È questo il messaggio che dobbiamo difendere, con lucidità e con coraggio».

D: Nell’epoca della società liquida stiamo assistendo anche a una crescente “liquidità” del diritto internazionale? Perché le grandi potenze faticano a intraprendere la lunga strada della pace e perché i trattati internazionali sembrano non riuscire più a nascere davvero “nel nome della pace”?

R.: «La “liquidità” che attraversa il nostro tempo non riguarda soltanto i legami sociali, ma tocca anche i pilastri della convivenza internazionale. Le regole che per decenni hanno garantito stabilità sembrano attualmente meno solide perché il contesto globale è cambiato più velocemente della capacità degli Stati di adattarsi. Le grandi potenze vivono una sorta di cortocircuito: da un lato comprendono il valore della pace, dall’altro sono prigioniere di logiche di competizione e di sospetto che si autoalimentano. È come se prevalesse l’idea che ogni concessione possa diventare una vulnerabilità. Questa fragilità del diritto internazionale non nasce dall’assenza di norme, ma dalla mancanza di fiducia. E la fiducia è un prodotto culturale, non tecnico: fiorisce quando c’è riconoscimento reciproco, quando le società percepiscono che il futuro è più promettente della paura che le paralizza. Ecco perché i trattati nascono con difficoltà: richiedono un’immaginazione politica capace di guardare oltre il presente, e purtroppo questa immaginazione è spesso compressa dal ritmo dell’emergenza permanente. Eppure, nonostante tutto, ovunque nel mondo si intravedono segnali incoraggianti: movimenti civili e diplomazie culturali che continuano a generare connessioni anche quando la politica sembra spegnerle. Questa energia silenziosa dimostra che il desiderio di ordine, di dialogo e di pace non è affatto scomparso. È un capitale sociale diffuso, che aspetta solo di essere rimesso al centro. Credo che il compito delle nostre società sia proprio questo: ricucire una cultura della prevedibilità e della responsabilità, che restituisca stabilità alle regole e credibilità agli accordi. Se riusciremo a mobilitare queste risorse – sociali, morali, simboliche – la pace non tornerà come un’illusione, ma come una scelta concreta. E sarà allora che la forza delle norme prevarrà di nuovo sulla fragilità della paura».

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