Sulla strada che porta alle assolate spiagge di Licola, caratterizzate dai bellissimi lidi affollati dai bagnanti durante la bella stagione, nascosta dietro abitazioni e altre strutture di epoca moderna, si trova Liternum, circondata, ahimè, da una incontrollata e prorompente natura. Il sito sembra esposto, senza essere particolarmente protetto, alle singolari condizioni meteorologiche della zona, al vandalismo dei più insensibili e all’abbandono delle autorità e questo è un grande peccato dal momento che Liternum, risalente all’antica Roma, conserva le pietre della casa e della tomba di Scipione ed è a tutt’oggi la testimonianza di un passato glorioso per la storia della Campania, dagli Osci, passando per le epoche romane, per i primissimi terribili anni del cristianesimo fino ad arrivare ai Normanni e oltre ancora. Pare proprio che di Liternum, annoverata negli scritti di Seneca, Cicerone e Strabone, che di qui passarono, nessuno se ne preoccupi, eppure è esattamente qui che il valoroso soldato, passato alla storia con l’appellativo di Africano, vi trovò la morte e quasi certamente la sepoltura, sebbene la sua tomba non sia stata ancora trovata, includendola nella lista delle tombe inesplorate come quella di Cleopatra.
La storia di questa colonia inizia durante la preistoria, ma si sviluppa successivamente, dal 400 a.C., grazie a un popolo di usi semplicissimi come gli Osci che qui, molto probabilmente, costruirono un villaggio per dedicarsi al lavoro dei campi, all’allevamento del bestiame, alla pesca di lago e alla preghiera religiosa fatta di elementi naturali come la terra e il sole. Più tardi, quando gli Osci entrarono in contatto con la Magna Grecia, caratterizzarono il luogo con un valore culturale ulteriore. Tuttavia la celebrità al luogo verrà data da Roma all’indomani della Seconda guerra punica, infatti, secondo Tito Livio, nel 194 a. C. Roma, sempre bramosa di estensione, manderà in loco una colonia di 300 veterani per ripagare loro del valoroso servizio nella suddetta guerra, dando avvio alla sua solida edificazione sulla riva sud della Literna Palus, dove sfociava il Clanio che a sua volta scendeva dai monti del Nolano e che oggi è rintracciabile in quello che rimane dei Regi Lagni del 1616. Di conseguenza Liternum sarebbe diventata una delle colonie romane più antiche della Campania. Conosciuta per fama alla fine del Settecento, così lo scrittore e politico francese, De Chateaubriand, scrisse: “Ho scorto lungi, sulla riva del mare, la torre che si chiama di Scipione. All’estremità di un casamento […] mi son trovato in un campo di pescatori […] mi hanno posto in barca e condotto ad un ponte sul luogo della Torre […]. Salito con fatica in cima alla torre, ho contemplato il mare sul quale si affisò tante volte Scipione”.
Alla storia di Liternum è legata la vita di Publio Cornelio Scipione, tra i più grandi strateghi dell’antichità, il quale, il 19 ottobre 202 a.C., dopo una carriera lunghissima fatta di battaglie cruenti come quella di Cannes, di Beacula e di Ilipa, guidava l’esercito romano nella celeberrima battaglia di Zama contro Annibale di Cartagine che usò nuovamente gli elefanti per spaventare le milizie romane, le quali, però, avendo ormai imparato a trattare questi giganteschi animali nei precedenti scontri, suonarono trombe a tutta forza per impaurire le bestie e dirigerle verso il loro stesso esercito.
Fu così che, dopo alcune peripezie e molti sanguinosi scontri, non più ormai sul campo di battaglia, ma letteralmente sui corpi dei cadaveri e dei moribondi, Scipione riuscì ad accerchiare e ad avere la meglio sull’esercito cartaginese. Ritornato a Roma, venne nominato, nel 194 a.C., censore, principes senatus e console, tuttavia, qualche anno più tardi, la sorte lo abbandonò e, se prima veniva celebrato come grande condottiero, nel 187 a.C. gli venivano mosse accuse infamanti, provenienti soprattutto dal suo avversario politico, Marco Porcio Catone, tra cui quella di essere corrotto, avendo sottratto alle casse di Roma un importo pari a 500 talenti. Preso dalla collera, l’Africano – appellativo guadagnatosi a Zama – decise di ritirarsi a vita privata proprio a Liternum, in una bella ma semplice villa fortificata con adiacente orto che lui stesso coltivava e con un’ampia cisterna che gli forniva acqua per irrigare i campi. Ivi vi rimase fino al giorno della sua dipartita, ivi venne sepolto, ma non prima di dettare l’epitaffio per la sua tomba: “Ingrata patria, ne ossa quidem mea habes”. Neppure le sue ossa, infatti, dovevano essere riportate in terra natia per come era stato trattato negli ultimi anni. Un paio di millenni dopo della sua tomba sarebbe stato ritrovato solo un pezzo sul quale ancora era incisa la parola “Patria” che, più tardi, darà il nome all’attuale località: Lago Patria. Alcune fonti scrivono di pirati che, approdati sulla Palus, si diressero verso la villa per depredarla, ma, quando si accorsero che era la dimora di quel leggendario condottiero che coraggiosamente sconfisse il terribile Annibale, si prostrarono ai suoi piedi e lo onorarono. Tuttavia Scipione non fu l’unico a ritirarsi a Liternum poiché, intorno al 60 d.C., a seguito della rottura con l’imperatore Nerone, temendo per la sua incolumità, anche Seneca si diresse lì, dove scrisse Epistulae Morales ad Lucilium in cui si legge: “Ti scrivo mentre me ne sto in riposo proprio nella villa di Scipione l’Africano, dopo aver reso onore al suo spirito e all’ara che, immagino, è il sepolcro di un così grande uomo. Sono convinto che la sua anima è ritornata in cielo, sua origine, non perché comandò grandi eserciti […] ma per la sua straordinaria moderazione e per il suo amore di patria”. Per centinaia di anni, fino alla caduta della colonia, molti cittadini romani, mettendo in atto una sorta di pellegrinaggio, venivano a Liternum, almeno una volta all’anno, per onorare la tomba di Publio Cornelio Scipione, morto nel 183 a.C.
Sin dai primi anni dell’Età imperiale Liternum crebbe a dismisura grazie anche alla costruzione, nel 95 d.C., della Via Domiziana che, prendendo il nome dall’imperatore che la ideò, collegava Sinuessa (Mondragone) a Puteoli (Pozzuoli), passando per varie colonie. Su tale strada iniziò a circolare un importante commercio di pesce, profumi, artigianato, vetro e, qualche secolo più tardi, iniziò a viaggiare segretamente anche la nuova religione sorta in Palestina. Infatti, in tutta segretezza, furono portati a Liternum i corpi di Fortunata e i suoi fratelli – Carponio, Evaristo e Prisciano – i quali, sotto la terribile persecuzione diocleziana, vennero martirizzati per essersi votati corpo e anima a Gesù: “La gloriosa S. Fortunata, apparendo visibilmente, e confortandoli con la sua voce, dicendo Sorgete Christiani devoti, che la scorta Angelica ubidiente agli ordini del Divino Monarcha, è venuta a guidarvi al luogo ove i nostri corpi debbano riposare […]. Et eglino ubidienti verso il designato luogo, sen vennero, giungendo al lido detto hoggi Patria, ove era situata l’antica città di Linterno…accadde che i cittadini […] cominciarono a edificare… una Chiesa” si legge in Dell’opere spirituali (1593) di mons. Paolo Regio, vescovo di Vico Equense. Comunque Liternum rimase in auge per vari secoli ancora fino a quando, in seno alle invasioni barbariche, con l’obiettivo di annientare Roma, opera già messa a punto con il famoso Sacco, il re dei Vandali, Genserico, la distrusse completamente, costringendo gli abitanti a ritirarsi verso l’entroterra, abbandonando di conseguenza la località che spesso si allagava, alluvionava e impaludava.
Liternum si riprese la dignità con papa Pelagio I che, nel VI secolo, istituì la diocesi di Patria, ma, quando, verso la metà dell’VIII secolo, i corpi dei fratelli martiri vennero traslati a Napoli, la zona ricadde nell’abbandono e nella desolazione. Solo piccoli gruppi di benedettini frequentavano il sito, mentre il lago in sé passava di proprietari in proprietari: prima sotto il controllo dei principi normanni di Capua, poi, nell’anno 986, la principessa di Capua, Aloava, donò una parte delle sponde al Monastero di S. Lorenzo di Aversa, affinché i monaci potessero praticare la pesca.
Più tardi, nel 1311, la diocesi di quella città se ne appropriò completamente, dandolo in affitto a vari locatori per molti ducati all’anno. Passato nei secoli ad altre famiglie, oggi il lago fa parte del territorio del comune di Giuliano in Campania.
Circa cento anni fa, nel 1932, sotto l’occhio attento dell’archeologo Amedeo Maiuri (1886 – 1963), si iniziò a scavare e venne riportato alla luce quello che ancora oggi è possibile ammirare: il foro nella fondazione originale, pezzo importantissimo anche perché al suo centro sarebbe stata posta la tomba di Scipione; il capitolium, anch’esso risalente alla prima colonia; parti del tempio, su cui si innalza una colonna, anch’essa dell’epoca primordiale, dove si veneravano Giove, Minerva e Giunone; parte della basilica di costruzione più tarda; parte del piccolissimo teatro, di epoca ancora più tarda; parte dell’anfiteatro, come le gradinate, di Età repubblicana, rinvenuto fuori da quelle che erano le mura della città antica; l’ara votiva a Scipione che primeggia nell’odierno campo; parte del porticus. Inoltre il ritrovamento di sculture e iscrizioni di Età imperiale, cocci di terracotta, vari tubi, resti di fornace, atri portuali, di altre strutture vicino al foro e pezzi di accurate sepolture con scheletri, urne, affreschi e corredi funerari fatti di lucerne, unguentari e boccali – come il caso di un’urna recante la frase “Sotto il consolato di Lucio Calpurnio Pisone e Marco Crasso Frugi (27 d.C.), alle Idi di Febbraio (giorno 15), sono state deposte le ossa di Muffia Monines Cidimi” – fanno presupporre che ci fossero cisterne, terme, una produzione di ceramica e di vetro, una necropoli, un porto e molte taverne: una bella e ricca realtà romana. Al centro del foro si nota, altresì, parte del lastricato della Via Domiziana che, a scapito di varie botteghe, venne fatta passare da lì. Va segnalato che molti oggetti scoperti, anche nella stessa Giuliano, hanno trovato collocazione nel Museo Archeologico di Baia.

Oggi Liternum, caduta in un sonno profondo, sembra essere di nuovo abbandonata. È, sì, una città dissepolta ma, a mio parere, ancora sepolta soprattutto dall’incuria della sovraintendenza. Deve essere rilevata di più, protetta di più! Passi di lì, a più di 2000 anni dalla sua fondazione, e la ritrovi chiusa in una cinta di ferro, mentre viene consumata lentamente dalla vegetazione, senza che nessuno ci faccia caso. Passeggi in questo bellissimo parco naturale, arricchito da questo lago che offre preziosi silenzi e paesaggi incantevoli, e pensi proprio a lui, a Scipione, che qui volle trascorrere, deluso, i suoi ultimi 4 anni di vita dedito alla coltivazione dei suoi ulivi e dei mirti da lui stesso piantati. Lo si immagina passeggiare assorto nei suoi ricordi di soldato che certamente seppe cambiare il corso della storia, riuscendo a fare indietreggiare i pachidermi di Annibale. Lo si immagina sul suo letto di morte, mentre, per averlo tradito miseramente, impreca contro la città dei suoi natali. Immagino Seneca che, sfuggendo alla celeberrima follia di Nerone, venne qui e scrisse sul condottiero. Penso anche a Strabone che annoverò Liternum tra i siti che tutti, una volta in Campania, debbano visitare, terra antica, bella, invidiabile e fertile come anche Cicerone scrisse.
Anch’io sono qui ad invitare il caro lettore a passeggiare e a riflettere vicino alle pietre millenarie dall’antica Liternum, nella Silva Gallinaria, e sulle sponde del Lago Patria, intorno al quale girano molti racconti leggendari, due in particolare fanno viaggiare in mondi e in tempi lontanissimi.
Per esempio c’è la storia dei giganti Lauterii, i quali, preso possesso dei Campi Flegrei, vennero sconfitti e cacciati da Ercole che finisce per ucciderli. Dalla loro sepoltura si sarebbe scaturita una sorgente d’acqua che andava ad alimentare il lago stesso. Un altro mito ci viene raccontato da Plinio il Vecchio e vede come protagonista un terribile drago, custode del corpo di Scipione nelle caverne stesse della sua modesta villa.

Io credo che molto ancora c’è da scoprire intorno al Lago Patria e intorno alla nostalgica Liternum. Credo che per questa zona dall’imponente portata storica si possa fare molto di più e, magari, un giorno, finalmente riuscire a trovare la famosa tomba dell’Africano o riuscire quanto meno a capire dove scavare per cercarla, dal momento che non tutte le fonti ci danno le stesse coordinate. Infatti alcuni documenti portano a cercare il mausoleo del condottiero, non dentro le mura di Liternum, ma nei pressi della torre quattrocentesca di Castel Volturno – Torre Patria – alla base della quale venne trovato il busto che lo rappresenta in tarda età con, addirittura, le ferite subite nella battaglia del Ticino del 218 a.C. Pare, anzi, che la torre stessa sia stata costruita con le pietre del suo cenotafio.
La storia di Liternum, concludo, non deve essere assolutamente gettata all’usura del tempo, all’impaludamento, all’alluvionamento, all’allagamento perché Liternum, al pari di Pompei ed Ercolano, deve ritornare ad avere la dignità che merita.
