Sul rapporto tra Piero Chiara e Vittorio Sereni la critica ha prodotto retrospettive molto interessanti che hanno approfondito nel corso del tempo i punti di congiunzione tra i due autori, massimi artefici della rappresentazione dell’aria natia – entrambi, infatti, furono nativi di Luino e figli del Lago Maggiore – e abili mescitori dell’odore “su carta” dei ricordi nella riva lombarda del Lago Maggiore, come assoluto microcosmo del mondo.
Viaggiatore nell’altra carrozza del mondo letteraria, Chiara è legato a Sereni da un’antica amicizia. Entrambi infatti, luinesi di nascita, coetanei del 1913 furono compagni di scuola alle elementari. L’irregolarità degli studi del romanziere però interruppe il loro percorso che ebbe modo di rafforzarsi mantenendo l’affetto e la curiosità di sempre negli anni a venire. Di certo fu la letteratura il collante che tenne vivo il rapporto tra compagni d’infanzia, fatto di una stima incondizionata e inconfutabile.
D’altronde anche il particolarissimo esordio di Chiara affonda in questa direzione con la scelta di una raccolta poetica – poco conosciuta e d’avara ristampa – dal titolo: Incantavi (dal nome di un’area di cascine sopra Luino) che richiama alcune liriche dell’amico, ricreando un immaginario collegamento poetico. E al tempo stesso è possibile anche trovare nell’avvio della produzione chiariana, l’ombra, la mano, e la volontà di Sereni, che verso Chiara nutriva un profondo senso di amicizia, dato che proprio il primo aveva spinto con insistenza il narratore luinese a mettere per iscritto quei fatti, apparsi isolatamente in brevi racconti sui quotidiani locali, che sarebbero poi confluiti nel romanzo d’esordio Il piatto piange e avrebbero dato vita alla lunga carriera del Chiara narratore, precursore di un romanzo figlio di una sapienza campestre e al tempo stesso grettamente provinciale; frutto di un’elaborata mescolanza fra il racconto delle piccole cose e la preziosità dei ricordi, che compongono frammenti del nostro essere: si trattava dell’ambiente” luinese tra le due guerre: la cappa fumosa che attorniava l’attesa spasmodica del gioco delle carte, gli ozi, i divertimenti bizzarri, e le voci delle bische. Tanto che Chiara scriveva in una lettera a Sereni nel gennaio del ‘64: “Lavoro come un pazzo al libro che tu aspetti. Se non sapessi che tu lo aspetti non saprei scrivere una riga. Racconto tutto a te con una foga che mi riporta indietro a velocità vertiginosa in quegli anni. Credo che il romanzo ci sia, in queste pagine. Ma giudicherai tu.”
Nei versi invece che hanno consacrato Vittorio Sereni poeta c’è traccia del leggendario rapporto d’amicizia, che era condensato in una massima di Chiara: “[il nostro fu l’incontro] tra l’ultimo dei migliori e il primo dei peggiori”. Nella terza raccolta poetica dal titolo “Gli strumenti umani”, scritta da Vittorio Sereni dopo diciott’anni dalla precedente pubblicazione poetica, nel 1965 ed edita per Einaudi, leggiamo il componimento che celebrerebbe l’amicizia tra i due e che sarebbe: A un compagno di infanzia. Non vi è certezza assoluta, ma il condizionale è d’obbligo, e i critici concordano sul fatto che sembrerebbe trattarsi dell’amico Piero Chiara, non nominato esplicitamente.
La lirica presenta un metro libero ed è lontana, come ha evidenziato il critico Pier Vincenzo Mengaldo, dall’ermetismo e dal simbolismo tipico di Sereni che ha contraddistinto le due raccolte poetiche precedenti (Frontiera e Diario d’Algeria). Si tratta in questione di due “movimenti” o stanze nelle quali notiamo cristallizzarsi due differenti momenti, due fasi interessanti che diventano un’assoluta riconsiderazione della vita, nel momento in cui si ritorna nei luoghi del proprio passato e verso i quali si nutre un rapporto di amore profondo; in due quadri sono infatti condensati l’arrivo e l’incontro con l’amico nella città natale (Luino) e poi la ripartenza verso la meta del dovere, la città, l’attualità del mondo e del suo ritmo.
Non resta più molto da dire … comincia così l’attacco alla strofa iniziale nella quale riscontriamo un forte cruccio del poeta per il paesaggio che si ammira ossia quello “del ritorno”, quasi imbalsamato, e sempre uguale, immobile e immoto, come se ancora trattenesse i ricordi e frastornasse gli occhi, attoniti per questa fissità: rimane solo la possibilità di aggirare tutto attraverso il vento: non rimane che aggirarlo/noi due nel vento urlandoci confidenze futili/e crederle riepiloghi, drammatiche/verità sulla vita. Solo il vento, che Sereni si diverte a tirare in ballo – come se quel vento, con dita di pianista, lo suonasse, ed evocando la sua forza avesse la possibilità di aggirare il tutto -, cambia il senso e la direzione delle cose, quasi a suggerirci un altro indirizzo, un’altra direzione di fronte all’insensibile riapparizione del passato che apre con forza il barattolo dei ricordi.
Quel noi due nel vento urlandoci confidenze futili è un verso che rappresenta la delicata bellezza dell’amicizia fatta di incontri e di intimità che diventano futilità, per quel consapevole miscuglio di parole che ci scambiamo e che a volte attenuano il rumore della vita e hanno bisogno del vento per transitare leggere e sperdersi.
Ma tu hai la bellezza, il verso tra virgolette uncinate appare come intermezzo nel passaggio alla strofa successiva e sembra riportare l’inciso di un dialogo con l’amico; quasi il frammento di una conversazione anch’essa perdutasi nel vento; e il verso successivo prende avvio e slancio dalla parola emblematica Chiacchere…nel vento tenebroso/ religione della morte… versi intensi e dolenti come chi ritorna nei luoghi amati e vede il tempo in posa: i campanili/assolati imperterriti,/ pietrificate ossa di morti, le nostre/ radici troppo simili, da troppo/ per non dolersi insieme,/ che quel vento fa gemere.
E sempre il vento ritorna, che apre e chiude l’inciso dialogico incastonato fra le prime sue strofe e poi con una rapida folata le riapre, lasciando presagire la trasformazione progressiva di quei luoghi, anticipati qualche rigo poetico addietro: un’autostrada presto porterà un altro vento/ tra questi nomi estatici… E il vento che, che non scuote le radici troppo simili – ossia la comune provenienza dei due amici- si carica di simboli e di significati e fa parte di quel sistema di comunicazione muto, ma loquace; la studiosa d’Alessandro, docente presso l’Università Cattolica di Milano, ha parlato di un invito del poeta, assai velato, all’ispirazione, carburante della poesia, senza la quale nulla ha senso e il vento rischia nel suo fragore di compromettere i significati, di diventare nulla. Dunque è come se il poeta riportasse il frammento di una riflessione; e, nello scuotimento, il discorso fra i due amici si inoltra verso il futuro, verso la trasformazione di questi paesaggi che cambieranno, e i nomi estatici dei paesini circonvicini evocheranno un antico mito ormai perduto che, rappreso tra i barbagli di una luce antica, non sarà più lo stesso.
Non che sia questo la bellezza… Sereni apre lo sguardo verso un’importante riconsiderazione sulla bellezza che non è frutto – né ostaggio – dell’attesa trasformazione dei luoghi della memoria verso il futuro, ove questi si caricheranno di altri suoni, di altri sensi e di altre luci. La bellezza rimarrà sempre a portata di mano per il poeta, non è una proiezione futura differente da quella delicata mescita di ricordi, ma essa è proprio lì, come un nugolo di particelle d’atomi da acchiappare nell’aria frizzante. Il poeta lombardo s’interroga sulla natura della sua poesia e sul senso della bellezza ispiratrice di fronte alla memoria, dei luoghi del ricordo – spesso veicolato dall’amico e da quella confidenza accarezzata dal vento- che sono sinonimi di bellezza e che coincidono nella fissità caracollante e ostaggio del futuro con l’amicizia che fa parte dell’immobilità delle emozioni radicate ai luoghi.
Nella seconda stanza si intuisce già dall’attacco: addio, addio ripetono le piante/ addio anche a me tocca ora di dirti con la stessa tenerezza e intensità, con stessa/umiltà delle piante…è il momento nel quale si verifica la lenta dipartita degli amici dall’amata Luino; è un momento silente, non s’ode voce, forse solo quella del vento che scuote le piante annunciato dal verbo stormire. E le piante del luogo sembrano salutare e far parte di quella separazione dal luogo natio e dall’amico: è un saluto ripetuto e commosso, un saluto anche a quell’ispirazione che volge alla bellezza fragile di un passato che è minacciato dalla futura trasformazione e forse dalla perdita di una primigenia ispirazione poetica.
Tutto ricomincerà a svelarsi come sempre, è già si scopre nel corso del viaggio di ritorno mentre percorrendo la strada che dal: ponte che ripasserò tra poco non figuro mascherato di inesistenza non querulo viandante si palesa. Proprio quando va via, il poeta si accorge che ora di fronte a sé non rimane nessuno e che la vita del piccolo paesino ricomincia a riprendere tranquilla. La sferzata finale chiude la memoria dell’amico, il via libera e la fine delle visioni, come se questo viaggio e questo ritorno fossero un lungo sogno: Nella domenica confusa/ di un fiume alla sua voce si colluttano/ salutarmente in me…, in un eterno subbuglio interiore, si condensano l’addio e l’attesa di un nuovo ritorno.
A un compagno d’infanzia, ritrae, nella contrapposizione fra passato e presente, una fotografia del rapporto tra due amici, uniti dalla volontà di rivedere i luoghi e di accarezzarli e dalla paura che questi luoghi, questa bellezza racchiusa – fonte di ispirazione per entrambi -, possano a un tratto sparire e confondersi.
