Ci sono volumi che si leggono, e altri che si attraversano. Ci sono pagine che informano, e altre che custodiscono. Ci sono libri che non si limitano a documentare un rito, ma lo restituiscono nella sua profondità antropologica, letteraria e identitaria, come patrimonio vivo di una comunità.
Da vizzinese e da docente di lettere, accostarsi a questo testo significa confrontarsi con una doppia fedeltà: quella alla terra d’origine e quella alla parola letteraria, in particolare alla parola di Giovanni Verga, che di Vizzini ha fatto non soltanto uno spazio narrativo, ma una vera e propria categoria dello spirito. È un’esperienza che coinvolge insieme la mente e il ricordo, lo sguardo critico e la commozione.
Dopo poche pagine è evidente che ci troviamo davanti a una pubblicazione nata da un’urgenza autentica: salvare la memoria per preservare l’identità.
È in questo orizzonte che si colloca il volume di Carmelo Vecchio, La Settimana Santa in Sicilia. Vizzini. Un viaggio negli scenari narrativi verghiani. Memoria | identità | scenari verghiani, edito da La Valle del Tempo (Napoli, 2025), un’opera che intreccia saggio, racconto visivo e pellegrinaggio interiore.
La prefazione di Gualtiero Sigismondi, Vescovo di Orvieto-Todi, offre immediatamente una chiave di lettura di straordinaria efficacia: la pietà popolare come sistema immunitario del corpo ecclesiale. Un’immagine potente, che attraversa l’intero lavoro di Vecchio. La religiosità popolare – purificata da eccessi, rinnovata nelle forme e nei contenuti – non è un residuo folclorico, ma un linguaggio primario della fede, capace di raggiungere anche chi resta ai margini dell’esperienza religiosa istituzionale.
Ed è proprio questo linguaggio che il volume intercetta e restituisce, con uno sguardo che è insieme scientifico e partecipe, analitico e affettivo.
L’introduzione chiarisce con precisione il progetto dell’autore: questo lavoro è la prosecuzione di un percorso già avviato con Genesi fotografica del Mastro-don Gesualdo, ma ne amplia l’orizzonte, ponendo al centro il senso del sacro e le forme della devozione popolare come chiavi interpretative dell’immaginario verghiano.
L’itinerario fotografico negli scenari vizzinesi non è mai neutro: è memoriale, perché affonda nei ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza; è identitario, perché riconosce nei riti, nei luoghi e nei gesti il tessuto profondo di una collettività. È un percorso che parla soprattutto alle nuove generazioni, chiamate a riscoprire ciò che spesso vivono senza più decifrarne il significato.
La scelta di far dialogare costantemente le immagini con i testi di Verga rappresenta uno dei punti di maggiore forza dell’opera. Non si tratta di citazioni ornamentali, ma di un vero contro-canto letterario, che accompagna, commenta e interpreta il rito.
Uno degli aspetti più solidi e convincenti del lavoro è l’attenzione riservata alla dimensione religiosa dell’opera verghiana, affrontata con il supporto di una riflessione critica autorevole (da Savoca a Gibellini), ma anche con il coraggio di rimettere in discussione letture ormai cristallizzate.

Vecchio dimostra come il mondo verghiano sia tutt’altro che estraneo al sacro: il vocabolario religioso, il calendario liturgico, lo spazio segnato da chiese e campanili, la presenza costante di santi e feste scandiscono il tempo e la vita dei personaggi. Non è la Provvidenza manzoniana; è una religiosità arcaica, sofferta, impastata di timore e rassegnazione. Ma è una religiosità vera, profondamente umana e cristiana nel suo affidarsi ultimo a Dio.
Nedda, Maria la capinera, Diodata, Santina, e lo stesso don Gesualdo, chiamato a “fare i conti con Domeneddio”: figure che incarnano una fede vissuta nel dolore, nella perdita, nella lotta quotidiana per la sopravvivenza. È qui che Verga si fa, paradossalmente, più vicino al Vangelo degli ultimi.
La ricostruzione della Passione di Cristo, della Processione dell’Addolorata e della Cugnunta pasquale si sviluppa come un reale racconto corale, in cui il rito diventa dramma e il dramma si trasfigura in vita.
Le piazze, le vie, le chiese di Vizzini – Piazza Umberto I, la Maddalena, San Giovanni, Santa Maria dei Greci, il Calvario – si trasformano in scenari vibranti, che risuonano delle parole di Verga, come se la letteratura tornasse a incarnarsi nei luoghi che l’hanno generata.
Di particolare intensità è la sezione dedicata alla Madonna Addolorata, “Bedda Matri Addulurata”, che trova una corrispondenza potentissima nella mater dolorosa verghiana: Maruzza, Nedda, Diodata, Santina. Il dolore femminile diventa il centro simbolico di una devozione che non promette consolazioni facili, ma resistenza, dignità, silenziosa forza.
E poi la Pasqua, che in Verga è spesso mala Pasqua: non rinascita, ma crisi, rovesciamento, sangue. Cavalleria rusticana, Jeli il pastore, Mastro-don Gesualdo mostrano come il sacro, nella Sicilia verghiana, conviva con eros e morte, in una stratificazione culturale che affonda le radici nel mondo greco-antico e nel cristianesimo popolare.
Il ricco apparato iconografico non svolge una funzione accessoria: è scrittura visiva, è racconto per immagini. Le fotografie narrano i riti, ma soprattutto raccontano i volti. E qui, da vizzinese, l’emozione si fa inevitabile. In quegli scatti ci sono concittadini, volti familiari, gesti riconoscibili, posture tramandate nel tempo. È la comunità che si osserva e si riconosce. È la dimostrazione che la tradizione non è un museo immobile, ma un corpo pulsante, che continua a camminare nelle strade del paese.
La Settimana Santa in Sicilia. Vizzini. Un viaggio negli scenari narrativi verghiani è un’opera necessaria. Necessaria per chi studia Verga, perché apre prospettive interpretative profonde e non convenzionali. Necessaria per chi ama la Sicilia, perché ne restituisce la complessità senza indulgere negli stereotipi. Necessaria per chi è di Vizzini, perché vi ritrova la propria anima.
La mia stima per Carmelo Vecchio nasce proprio da qui: dalla sua capacità di coniugare rigore intellettuale e fedeltà affettiva, ricerca e memoria, studio e appartenenza. Questo lavoro non è soltanto un omaggio alla Settimana Santa, ma un atto d’amore verso una città e verso la letteratura che l’ha resa eterna.
E, da lettrice vizzinese, non posso che dire grazie.
L’AUTORE
Carmelo Vecchio è nato a Vizzini (CT) dove compie gli studi fino al conseguimento del diploma. Si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea in Lingue e Letterature Straniere Moderne, dell’Università degli Studi di Catania dove si laurea in Lingua e Letteratura Inglese con una tesi su un tema dell’immigrazione e dell’assimilazione nella società americana nella seconda metà dell’ottocento ed il primo novecento, attraverso l’opera letteraria dello scrittore realista ebreo-americano Abraham Cahan (La Narrativa Inglese di Abraham Cahan, 1982).
La sua formazione trova compimento in numerosi soggiorni all’estero, in particolare presso il Polytechnic of Languages – University of London e il College of Staten Island – City University of New York. Ha insegnato in diverse scuole superiori di Milano e provincia e, negli ultimi quindici anni, in un liceo di Orvieto, dove vive con la famiglia. Il suo legame con Vizzini, tuttavia, non si è mai interrotto. Da sempre appassionato di fotografia amatoriale, si è dedicato alla ricerca fotografica del paese natio, sia come luogo della memoria che come scenario naturale della narrativa verista del Verga.
In pensione dal 2021, insegna presso l’UniTre di Orvieto. È autore del libro Genesi fotografica del Mastro-don Gesualdo di Giovanni Verga. Identità e scenari verghiani, Intermedia Edizioni, Orvieto, 2024.
