Cyberbullismo, sextortion, immagini intime diffuse senza consenso. Un dialogo con il docente UniMe sul corpo diventato vetrina e sull’urgenza di una vera educazione digitale
Orizzonti Educativi torna con il suo secondo appuntamento. Questa rubrica nasce dall’incontro tra due sguardi: quello di chi la scuola la vive ogni giorno, e quello di chi la attraversa come osservatore, formatore e interprete dei suoi linguaggi. Merelinda Staita, docente di lettere, porta in queste pagine le domande che emergono dall’esperienza diretta in classe, dai corridoi, dalle relazioni con studenti e famiglie. Francesco Pira, Associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi di Messina, autore di oltre ottanta pubblicazioni e formatore in centinaia di istituti italiani, fornisce strumenti critici e proposte pratiche. Dopo aver esplorato, nel primo numero, la violenza dentro le nostre aule, questo secondo incontro si addentra nel territorio in cui quella violenza ha trovato una casa nuova e per molti versi invisibile: la rete. Perché il bullismo e il cyberbullismo hanno imparato a parlare la lingua dei social: un linguaggio che oggi va capito, non solo temuto.
“Cosa vuoi da me? Non ho niente da perdere”. Sono le ultime parole che Amanda Todd, quindicenne canadese, scrisse nel biglietto lasciato sulla sua scrivania prima di togliersi la vita. Il suo calvario era cominciato in una chat: una foto mostrata in un momento di leggerezza, poi il ricatto, poi la condivisione, poi lo scherno di migliaia di persone che non l’avevano mai conosciuta. Da quel giorno sono passati più di dieci anni, e quella storia non ha mai smesso di ripetersi.
Basta guardare le cronache di queste settimane. Agli studenti del liceo scientifico Lorenzo Respighi di Piacenza e del’istituto comprensivo Amaldi di Pontenure, gli operatori della Polizia Postale hanno spiegato come riconoscere e contrastare il cyberbullismo, la sextortion, il ricatto a sfondo sessuale attraverso immagini intime, e la diffusione di foto e video privati senza il consenso di chi vi compare. L’iniziativa, che ha coinvolto anche i genitori in un incontro pomeridiano dedicato, rientra nella quattordicesima edizione di Una vita da social e proseguirà nei prossimi mesi in altre scuole e nei luoghi di aggregazione giovanile.
Piacenza, però, non è un caso isolato. È un tassello di una geografia che si allarga ogni settimana, da nord a sud.
I numeri non lasciano spazio alle interpretazioni. Nel 2024 l’indagine dell’Osservatorio Indifesa, condotta da Terre des Hommes con OneDay e ScuolaZoo su oltre quattromila ragazzi e ragazze tra i 14 e i 26 anni, ha rilevato che il 65% dei giovani dichiara di essere stato vittima di violenza e che, tra questi, il 63% ha subito atti di bullismo e il 19% di cyberbullismo. Gli attacchi prendono di mira soprattutto l’aspetto fisico (79%), poi l’orientamento sessuale (15%), la condizione economica (11%), l’origine etnica (10,5%), l’identità di genere (9%). L’UNICEF ricorda che nel mondo uno studente su tre, tra i 13 e i 15 anni, è stato vittima di bullismo. Sul piano normativo, la legge 71/2017 è stata integrata dalla legge 70/2024, che estende le misure di prevenzione e contrasto al bullismo e amplia gli strumenti a disposizione delle scuole e delle famiglie.
Di fronte a questo scenario, il professor Francesco Pira ha costruito una parte rilevante della sua ricerca. Da anni porta nelle scuole italiane percorsi di formazione su bullismo e cyberbullismo, sui pericoli e le opportunità della rete, sull’intelligenza artificiale, sul rispetto dell’altro: incontra studenti, docenti e genitori, convinto che la prevenzione passi dalla parola e dalla formazione prima che dalle norme. Di recente è stato all’I.I.S.S. “S. Pugliatti” di Furci Siculo, in provincia di Messina, dove ha dialogato con i ragazzi su come abitare il digitale senza esserne abitati.
Ha dedicato la sua carriera a capire come la società parla, come i media raccontano, come i giovani costruiscono il loro mondo. Svolge un’intensa attività di formazione sui temi della media education, delle fake news e della responsabilità comunicativa, intervenendo come relatore in scuole di ogni ordine e grado davanti a studenti, docenti e genitori. È stato visiting professor presso l’Università Rey Juan Carlos di Madrid, docente Erasmus presso l’Università Marie Curie di Lublino, membro del Comitato Accademico del Observatorio Euromediterráneo de Democracia y Espacio Público, ha partecipato al progetto OIR – Open Innovative Resources per la didattica inclusiva sostenuto dall’Unione Europea. È stato Visiting Marie Curie Staff Member presso il Center for Social Science di Tbilisi nell’ambito del Progetto SHADOW, docente alla International Summer School di Timișoara, chair di un panel al Congresso della Federazione Spagnola di Sociologia a Bilbao. Tra i più recenti incarichi, la nomina a membro dello Steering Committee della 12ª Conferenza Mondiale sui Media e la Comunicazione di Massa – MEDCOM 2027, in programma a Bangkok il 5 e 6 aprile 2027. Nel 2025 è entrato nel Comitato Scientifico dell’Intergruppo Parlamentare sul Digitale e in un gruppo di ricerca del Centro de Investigación Social Aplicada dell’Università di Malaga sulla famiglia digitale in Europa e nel Mediterraneo. È condirettore della rivista Addiction & Social Media Communication, consigliere nazionale dell’UCSI – Unione Cattolica Stampa Italiana, e il quotidiano Avvenire lo ha indicato tra i maggiori analisti italiani del fenomeno delle fake news. È spesso ospite della televisione nazionale Fatti di Nera, canale 122 del digitale terrestre, e della trasmissione Il Punto dell’Esperto, condotta da Elmar Bergonzini. Ha ricevuto questa estate quattro riconoscimenti: il Premio UCSI Sicilia a Palermo, il Premio Girasole a Montallegro, la nomina a Socio Onorario del Circolo della Stampa della Locride, il Premio Internazionale Rosa Balistreri a Licata. Nel 2008 è stato insignito dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
La sua voce continua ad accompagnare questa rubrica, appuntamento dopo appuntamento, perché unisce il rigore dello studioso alla capacità di parlare ai ragazzi senza mai semplificare la realtà che racconta.
D: Professor Pira, se il bullismo è un fenomeno che attraversa la storia, il cyberbullismo è una realtà recente e in continua evoluzione. Che cosa cambia, a livello sociologico, quando la prevaricazione si trasferisce dietro uno schermo?
R: «Cambia il perimetro, cambia la durata e cambia il pubblico. Il bullismo è un fenomeno ampiamente documentato, strutturalmente legato al gruppo: c’è chi aggredisce, chi assiste, chi tace, chi ride. Il sociologo americano Erving Goffman ci ha insegnato che la vita sociale è una rappresentazione continua, con una ribalta e un retroscena: il cortile, la piazza, il corridoio erano i luoghi della ribalta, e fuori da quei luoghi si tornava a essere protetti. Nel mondo digitale la ribalta non si chiude: resta aperta giorno e notte, per tutti. Il cyberbullismo non è semplicemente il bullismo trasferito online, è il bullismo che perde ogni confine temporale e spaziale. L’atto dura pochi secondi, ma il contenuto resta per anni, ricercabile, replicabile, rivedibile. La vittima non trova più rifugio tra le mura domestiche quando suona la campanella. Il pubblico, un tempo limitato ai presenti, diventa potenzialmente illimitato e anonimo. E l’anonimato abbassa le inibizioni morali: è quello che gli studiosi chiamano effetto disinibizione online, un processo che il filosofo e sociologo Luciano Floridi ha collocato al centro della condizione onlife, dove il confine tra reale e virtuale si è dissolto».
D: Lei insiste molto sul rapporto tra il corpo dei ragazzi e le immagini che li rappresentano. Profili falsi, foto manipolate, meme, corpi fotografati senza consenso. Che cosa sta accadendo all’immagine di sé? E quale ruolo gioca oggi l’intelligenza artificiale, che può modificare un corpo o un volto in pochi istanti?
R: «L’immagine di sé è diventata una vetrina, ed è il punto più delicato di questa trasformazione. L’antropologo francese David Le Breton ha scritto pagine decisive su quella che viene definita “burden of visibility”, ovvero il fardello della visibilità costante. Nella società contemporanea il corpo non basta più come semplice presenza biologica o relazionale: per esistere davvero deve essere pubblicato e mediatizzato. Nel momento in cui il corpo si fa pubblico, tuttavia, cessa di essere un fatto privato ed entra inevitabilmente in una logica di valutazione, classificazione e comparazione algoritmica e sociale. Nascono così gli stereotipi del corpo perfetto, costruiti dai modelli che circolano in rete, replicati dai più giovani, inseguiti con la frustrazione di non sentirsi mai abbastanza. Poi c’è il passo successivo, il più violento: la sextortion, il ricatto a sfondo sessuale fondato su immagini intime e la diffusione non consensuale di foto e video privati. Qui non parliamo solo di aggressione, ma di quello che potremmo chiamare furto dell’immagine di sé: si sottrae alla persona il controllo sulla propria rappresentazione, che è parte essenziale della sua identità. Nel 2024, con la professoressa Carmela Mento, ho dedicato a questo tema il libro La violenza in un click, perché il revenge porn non è una devianza tra le tante: colpisce la fragilità della vittima dove fa più male, nella sua immagine pubblica, nel suo pudore, nella sua possibilità di ricominciare. Su questo fronte l’intelligenza artificiale aggrava il quadro. Oggi esistono applicazioni capaci di alleggerire, ringiovanire, snellire, alterare un volto o un corpo in pochi istanti, senza che chi guarda possa accorgersene. Un ragazzo può vedersi trasformato in un’immagine che non è la sua, e quella immagine può circolare come se fosse autentica. È una frontiera che alimenta gli stereotipi e apre scenari inquietanti sul piano della manipolazione: pensiamo ai deepfake, alle foto intime sintetiche, alla possibilità di costruire un corpo che non è mai esistito. La risposta non è vietare lo strumento, ma insegnare a leggerlo: capire come funziona un’immagine sintetica, riconoscerne i segnali, sapere che ciò che vediamo può non essere mai accaduto. L’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale è ormai parte integrante della cittadinanza digitale».
D: In questi casi la vittima è lasciata sola due volte: da chi aggredisce e da chi guarda. Che cosa accade a chi subisce un’umiliazione che non finisce mai?
R: «La solitudine è il cuore della questione. Hannah Arendt, una delle più importanti filosofe e teoriche politiche del Novecento, scrisse che il male più estremo è quello della “banalità”, che nasce dalla mancanza di pensiero, dalla superficialità e dal non guardare. Molti ragazzi che vedono, leggono, scorrono non pensano a quello che hanno davanti: una persona che soffre. Aggiungiamo il dato più drammatico: quando la violenza si intreccia con la diffusione di contenuti intimi, le vittime provano vergogna, paura, sconforto e in alcuni casi arrivano a gesti estremi e irreversibili. Ricordiamo Carolina Picchio, che nel 2013 si tolse la vita dopo l’umiliazione di vedersi ripresa mentre era incosciente; dopo il suo caso è nata la legge sul revenge porn. Ricordiamo Larimar Annaloro, quindicenne di Piazza Armerina, morta nel 2024 dopo insulti e voci su presunte immagini compromettenti circolate nelle chat: la Procura di Enna ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio. Ricordiamo Alice Schembri, uccisa dalle conseguenze di una violenza di gruppo, che aveva annunciato la sua decisione sui social con parole strazianti. Sono nomi che ci impongono di smettere di liquidare come “ragazzate” fatti che hanno prodotto morti vere. La dimensione del trauma digitale è complessa: la vittima non solo soffre, ma si sente osservata nel suo dolore, perde la possibilità di elaborarlo in privato. E chi aggredisce impara che la violenza conviene, che l’attenzione è la moneta più preziosa, che l’impatto emotivo genera visibilità».
D: Il bullismo non ha un solo colpevole: ne ha molti. Chi agisce, chi riprende, chi condivide, chi guarda, chi si volta dall’altra parte. E poi ci sono le piattaforme, che vivono di attenzione. Chi è responsabile e come si spezza questa catena?
R: «Si spezza nel punto in cui qualcuno decide di rompere il silenzio, ed è una responsabilità che riguarda molti soggetti. Il filosofo e sociologo tedesco Ulrich Beck ha mostrato che viviamo in una società del rischio, dove le conseguenze delle nostre azioni diventano sempre più spesso invisibili e differite: un clic, una condivisione, una risata sembrano gesti privi di peso, e invece hanno un peso enorme, perché incidono sulla vita di una persona. Per quanto riguarda le piattaforme, il problema è l’economia dell’attenzione: il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han ha spiegato come il nostro tempo sia governato dalla trasparenza, dall’esibizione, dalla ricerca dello sguardo dell’altro, e in questa economia un contenuto violento è efficace, perché cattura, trattiene, genera engagement e quindi ricchezza per qualcun altro. Non tutto, però, può essere demandato alle piattaforme: il primo passo è prenderne coscienza, il secondo è chiedere strumenti di verifica dell’età, il terzo è tornare a educare. Accanto a questo serve un lavoro culturale su quella virilità fragile che trasforma il disprezzo in prestazione e la forza in prevaricazione. E servono gli sportelli di ascolto nelle scuole, i peer educator, i giovani che parlano ai giovani e raggiungono risultati che nessun adulto ottiene. La prevenzione è un lavoro di squadra, e la squadra è composta da scuola, famiglia, istituzioni, associazioni, forze dell’ordine. Per questo abbiamo bisogno di iniziative educative che entrino davvero nelle aule con linguaggi vicini ai ragazzi e che coinvolgano soprattutto i genitori».
D: Arriviamo al punto che le sta più a cuore. Che cosa si deve fare, concretamente? E che ruolo hanno la scuola, i docenti, le famiglie?
R: «La scuola è il primo luogo in cui questa battaglia si combatte, e il motivo è semplice: è l’unica istituzione che incontra tutti i ragazzi, ogni giorno, per anni. La media education deve diventare obbligatoria in ogni ciclo scolastico: non un incontro all’anno, ma una disciplina trasversale che insegni a leggere i linguaggi dei media, a riconoscere le notizie false, a comprendere che dietro ogni piattaforma c’è un modello economico che si nutre del nostro tempo. Accanto a questo serve la formazione dei docenti, perché nessun insegnante può affrontare da solo il cyberbullismo, la sextortion, il revenge porn: occorrono strumenti, linguaggi condivisi, protocolli chiari e una rete stabile con psicologi, educatori e forze dell’ordine. E serve il coinvolgimento strutturale delle famiglie, con percorsi come le ‘Scuole per Genitori’: la famiglia deve scegliere la presenza e costruire un dialogo in cui un figlio possa raccontare una vergogna senza essere giudicato. La sociologa americana Sherry Turkle ha descritto bene la condizione in cui viviamo: siamo insieme, ma soli davanti agli schermi. I ragazzi non sono dipendenti dalla tecnologia, sono soli con la tecnologia, e in quella solitudine trovano modelli che non hanno alcun interesse a proteggerli. Infine la peer education: la cultura del rispetto cresce meglio quando la costruiscono i ragazzi stessi, quando sono loro a diventare punti di riferimento per i coetanei. A tutto questo aggiungo una responsabilità che riguarda noi adulti, docenti compresi: non voltarsi mai dall’altra parte. Ogni volta che un adulto vede una sofferenza e sceglie di non guardare, lascia un ragazzo più solo di prima. La scuola deve tornare a essere un luogo di incontro, uno spazio di relazione e di senso, non soltanto di prestazione. È la sfida più grande, perché chiede tempo, attenzione e fiducia: valori che la fretta della nostra epoca tende a consumare».
La mappa tracciata dal professor Pira è un percorso di responsabilità condivisa. Alla scuola si chiede di tornare alla sua missione principale: formare persone, non solo studenti. Ai docenti, di continuare ad aggiornarsi senza mai smettere di osservare. Alle famiglie, di scegliere la presenza al posto del controllo. E ai ragazzi, di ricordare che la dignità dell’altro non si negozia con un clic.
È Italo Calvino, in Le città invisibili, a indicare la rotta: “Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Il bullismo, in tutte le sue declinazioni, nasce sempre da uno sguardo che si distoglie: quello di chi tace per vergogna, di chi ride per non restare fuori dal gruppo, di chi assiste e passa oltre. La rete ha reso quello sguardo più difficile, perché lo ha moltiplicato e disperso in mille schermi.
Contrastare il bullismo e il cyberbullismo significa restituire ai ragazzi una cosa semplicissima e difficilissima insieme: la possibilità di essere ascoltati prima che accada l’irreparabile e di imparare che la forza autentica non consiste nell’umiliare chi è più fragile, ma nel riconoscere e proteggere la propria e altrui fragilità. Perché nessuna connessione, per quanto veloce, vale quanto lo sguardo di qualcuno che si accorge di noi.
