All’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, al via la sperimentazione dei viaggi virtuali

Articolo di Bartolomeo Di Giovanni

(Prima parte).

In cosa consiste la sperimentazione?

Di seguito un breve excursus della “realtà virtuale”

Quando un soggetto indossa un visore per la realtà virtuale e si trova proiettato su un precipizio digitale, il suo corpo reagisce con tachicardia, sudorazione e vertigini. Il pericolo è inesistente, ma la risposta fisiologica è reale. Questo fenomeno, noto agli studiosi come presenza virtuale è diventato il punto di partenza di una delle rivoluzioni più silenziose ma profonde della ricerca neuroscientifica degli ultimi vent’anni. La corteccia cerebrale, e in particolare il sistema limbico responsabile delle emozioni, elabora gli stimoli virtuali attraverso gli stessi circuiti neurali attivati dagli stimoli reali. La differenza, spiegano i ricercatori, avviene attraverso l’intensità del segnale, non nella sua natura. Il cervello è un organo costruttore di realtà: interpreta, non registra. Al centro della sperimentazione virtuale si denota la capacità del cervello di riorganizzare le proprie connessioni sinaptiche in risposta a nuove esperienze. Fino agli anni Novanta, si riteneva che il cervello adulto fosse sostanzialmente fisso nella sua struttura. Oggi sappiamo che non è così. Studi condotti all’Università di Barcellona hanno dimostrato che sessioni ripetute di realtà virtuale immersiva producono cambiamenti misurabili nella densità delle connessioni prefrontali. In un esperimento ormai celebre, soggetti adulti esposti quotidianamente a scenari virtuali che richiedevano empatia verso persone in condizioni di disagio, mostravano, al termine del protocollo, una riduzione significativa delle risposte aggressive e un aumento dell’attività nell’insula anteriore, area deputata all’empatia. Se il cervello è così plastico, se risponde così fedelmente agli stimoli virtuali, la domanda etica diventa urgente: chi controlla gli ambienti virtuali controlla, almeno in parte, il cervello di chi li abita? I neuroscienziati non esitano a rispondere affermativamente, e lo fanno con preoccupazione crescente. Quanto l’essere umano riuscirà a distinguere il virtuale dalla realtà circostante? Siamo alla soglia di una nuova frontiera: non basta più chiedersi cosa fa la tecnologia alle persone. dobbiamo chiederci cosa fa al cervello — e chi decide come usarla

Il passo successivo — già in fase di sperimentazione avanzata — è l’integrazione tra interfacce neurali dirette e ambienti virtuali

Siamo ancora agli albori. Ma la direzione è inequivocabile: il confine tra mente e macchina, tra reale e simulato, tra sé e altro, è destinato a ridefinirsi. Le neuroscienze ci offrono le mappe di questo territorio nuovo. Spetta alla società capire il buon uso che se ne potrebbe fare.

La sperimentazione del prof. Diotaiuti e Di Siena, sono incentrate sul marketing, cioè quanto il condizionamento virtuale possa inficiare su una decisione in un futuro immediato, per esempio, durante il viaggio virtuale si è visitato il territorio islandese e i soggetti sono stati positivamente influenzati tale da dichiarare un possibile viaggio proprio in quelle zone.

Tale sperimentazione è inseribile anche in ambito clinico, soprattutto per rilevare eventuali traumi, fobie che causano stati di ansia. Esperimenti come l’«Rubber Hand Illusion» e le sue estensioni in VR mostrano come il cervello integri rapidamente informazioni sensoriali incongruenti per costruire un senso unitario del corpo.

Dal punto di vista metapsicologico, ciò riguarda direttamente la formazione dell’Io corporeo (Freud, 1922) e il concetto di schema corporeo postulato da Schilder. In VR è possibile modificare variabili come età, genere, dimensione o postura del corpo virtuale, con effetti documentati su bias cognitivi, empatia e regolazione emotiva. L’ambiente virtuale permette di graduare con precisione l’intensità degli stimoli fobici, riducendo la risposta di evitamento e consentendo l’estinzione condizionata. A livello neurale, i protocolli VRET producono una riduzione dell’attività amigdalare e un potenziamento della connettività PFC-amigdala, esattamente come la terapia cognitivo-comportamentale tradizionale.

Sicuramente c’è ancora da percorrere un bel po’ di strada, ma Diotaiuti e Di Siena, intendono divulgare la sperimentazione oltre il contesto accademico perché diventi una metodologia fondamentale per l’ampliamento della funzionalità cerebrale e soprattutto poter utilizzare tali metodologie in campi più vasti delle neuroscienze.

Questa prima parte è una generica descrizione di questi nuovi mezzi, che sicuramente, in un futuro prossimo e lontano, potranno essere di necessario supporto.

La presidente della Associazione MenteCuore di Baiano, Stefanina Russo, il Sindaco, l’amministrazione comunale di Baiano, hanno risposto affermativamente alla mia proposta di divulgazione del “progetto”. Pertanto, saranno pubblicati ulteriori articoli sempre più specifici.

Si ringrazia il prof. Pierluigi Diotaiuti, il prof. Francesco Di Siena, per la gentile concessione.

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