Ci sono artisti che, nonostante la grande crisi epocale, continuano a produrre mossi da un sublime sentimento che li accompagna durante l’ispirazione, dopo l’ispirazione e durante le azioni quotidiane. È Antonio De Renzo, pugliese, lombardo di adozione. Non si è mai autoproclamato artista, ma semplicemente come creatore di esperienze sensoriali. Le sue produzioni riguardano sì i cinque sensi, ma procedono oltre, toccando il sacro Claustrum del cervello. Francis Crick e Christof Koch, hanno ipotizzato che questa sottile lamina di sostanza grigia sia come un direttore di orchestra che unisce tutti i processi cognitivi, e soprattutto le percezioni in una sola esperienza. Ecco Antonio, attraverso le sue opere sollecita tutte le parti del cervello, probabilmente, sempre secondo Crick e Koch, la sede della coscienza. E se le sue opere sono anche lo sprone materiale che va a risvegliare il terzo occhio?
Ha risposto ad una serie di domande che spiegano con chiarezza che cosa intende egli stesso per arte.
Come percepisci l’arte in questa epoca?
Percepisco l’arte come uno spazio sempre più necessario. Viviamo in un tempo veloce, distratto, spesso superficiale, e proprio per questo l’arte diventa un luogo di resistenza: invita a fermarsi, osservare, sentire, pensare. Oggi l’arte non può limitarsi a decorare, deve creare connessioni, domande, esperienze. Credo anche che debba diventare sempre più accessibile, capace di parlare a tutti, non solo a pochi addetti ai lavori.
Che cosa significa per te fare arte?
Fare arte per me significa trasformare intuizioni interiori in materia visibile. È un dialogo continuo tra pensiero ed emozione, tra idea e gesto. Quando creo, cerco di dare forma a ciò che spesso non si riesce a dire con le parole: desideri, memorie, inquietudini, simboli. È anche un modo per restare vivo spiritualmente e per lasciare una traccia autentica del mio passaggio.

Ti identifichi come uno sperimentatore o hai dei maestri a cui ti ispiri?
Mi sento sicuramente uno sperimentatore, perché amo contaminare linguaggi, materiali e suggestioni diverse. Però nessuno crea dal nulla: guardo con interesse ai grandi maestri del
passato e del Novecento, da chi ha saputo unire visione e coraggio formale. Mi affascinano artisti capaci di trasformare il simbolo in immagine potente e la materia in racconto. La tradizione per me non è da imitare, ma da attraversare per trovare una voce personale.
Il nesso pittura e poesia che significato ha per te?
Per me pittura e poesia parlano la stessa lingua: quella dell’evocazione. Una poesia suggerisce immagini interiori, una pittura può avere il ritmo e il mistero di un verso. Entrambe non spiegano tutto, ma aprono spazi interiori in chi osserva o legge. Cerco spesso nelle mie opere questa dimensione poetica, dove il visibile rimanda a qualcosa di invisibile.
Le opere rispecchiano l’animo della persona?
Sì, inevitabilmente. Anche quando un artista pensa di nascondersi dietro una tecnica o un concetto, qualcosa di sé emerge sempre: sensibilità, tensioni, desideri, ferite, ironia, luce o ombra. Le opere sono spesso autoritratte inconsapevoli. Nel mio caso raccontano il bisogno di armonia, ma anche la continua ricerca di senso.
Come identifichi le tue opere?
Le identifico come opere simboliche e narrative, sospese tra pittura e scultura, tra immagine e racconto. Mi interessa che abbiano una presenza fisica ma anche una risonanza interiore. Spesso nascono da riferimenti mitologici, letterari o psicologici e vengono reinterpretati in chiave contemporanea. Cerco sempre eleganza formale, ma con un contenuto che resti aperto e interrogante.
Progetti futuri?
I progetti futuri sono diversi. Sto lavorando a nuove serie artistiche che uniscano mito, identità e contemporaneità, e desidero ampliare le occasioni espositive. Parallelamente porto avanti con convinzione il lavoro condiviso con alcuni soci dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti per rendere l’arte più accessibile alle persone non vedenti e ipovedenti, attraverso percorsi sensoriali e modalità inclusive di fruizione. Credo che il futuro dell’arte passi anche
da qui: dalla capacità di accogliere ogni sguardo, anche quello che vede con mani, memoria ed emozione.
