Nata in Grecia per questioni politiche legate al padre, l’avvocato antiborbonico Francesco Saverio Serao, Matilde è stata una delle più grandi scrittrici e giornaliste italiane. Forse non una vera e propria femminista, ma certamente una donna con un temperamento così forte che scelse di separarsi, quando ancora le donne restavano mute davanti ai numerosi tradimenti dei mariti. Il suo carattere indipendente la portò non solo a gestire diversi quotidiani, ma anche a gettarsi a capofitto in altre relazioni, quando alle poche donne separate era concesso solo il ritiro dalla vita sociale. Seppur assai criticata da vari intellettuali del tempo come Eduardo Scarfoglio, di cui poi si innamorerà, seppe rivolgersi con forza e determinazione al governo con i suoi articoli e libri, denunciando fatti su fatti, e, più di tutto, fu maestra del Verismo, dando ai lettori una descrizione vera ed eccellente di Napoli e dei napoletani, nei loro pregi e nei loro difetti.
Una volta a Napoli, Matilde passò l’infanzia e l’adolescenza nei locali della redazione dove lavorava il padre e questo la segnò moltissimo. A 18 anni raggiunse la maturità magistrale e, per soddisfare il fabbisogno economico familiare, partecipò e vinse il concorso come ausiliaria ai telegrafi di Stato. Da questa esperienza, dodici anni dopo, scrisse e pubblicò Il romanzo di una fanciulla, ma prima, con lo pseudonimo di Tuffolina, scrisse vari articoli e novelle che vennero pubblicate sul Giornale di Napoli, dando spazio alla sua passione per la scrittura che sentiva scorrere nelle vene. L’esperienza giornalistica la portò a Roma, dove collaborò con un altro quotidiano, Capitan Fracassa, senza riuscire ad entrare nelle grazie delle nobildonne romane per la sua stazza di donna grossa e dalla voce chiassosa, scriverà: “Quelle damine eleganti non sanno che io le conosco da cima a fondo… esse non hanno coscienza del mio valore, della mia potenza”.
A Roma, Matilde incontrò l’intellettuale Scarfoglio, a cui la prorompenza di lei piacque sin da subito, tanto che, nel 1885, i due convolarono a nozze, generando 4 figli. Collaboreranno insieme a livello professionale fino a fondare il Corriere di Roma, su cui Matilde scrisse imperterrita, spaziando dalla moda all’arte culinaria, dalla politica alla religione, dallo sport al progresso, dai diritti dei lavoratori alle abitudini dei ricchi e ai soprusi sui poveri della società, ma purtroppo le cose non andarono come sperato, così i due accettarono la proposta di Schilizzi, banchiere livornese che viveva a Napoli, di trasferirsi nella città partenopea per fondare insieme a lui, nel 1887, il Corriere di Napoli per il quale lavoreranno fino al 1891, quando decisero di lasciarlo e fondare Il Mattino. L’anno seguente, a seguito di incomprensione, Serao e Scarfoglio si lasciarono, più tardi, a seguito di varie peripezie private, i due ruppero definitivamente e la Serao decise di lasciare Il Mattino. Nel 1903, insieme a Giuseppe Natale, giornalista napoletano, fondò Il Giorno che diresse fino alla morte, avvenuta per infarto nel 1927, all’età di 69 anni.
Tra le sue opere più significative c’è certamente Il Ventre di Napoli, in cui la Serao, con la sua straordinaria penna, si fa portavoce di un popolo che soffre continuamente. Il libro venne pubblicato nel 1884, anno in cui a Napoli scoppia una disgraziata epidemia di colera. Allora a capo del governo c’è il presidente Depretis, al quale arriva una lettera del sindaco di Napoli, Nicola Amore, in cui si denuncia la miseria dei napoletani e la terribile situazione durante la malattia.
Su questa scia Matilde scriverà la suddetta opera, che diventa il simbolo dei quartieri centrali della città, fatti di case ammassate, di vicoli chiusi, luridi, fetenti, talmente stretti dove neppure la luce del sole riesce a penetrare e dove il colera miete decine e decine di vittime al giorno. Quelle case e vicoli, un tempo posti dove oggi esiste il cosiddetto Rettifilo – Corso Umberto I – diventano il segno tangibile del degrado di Napoli, su cui bisognava necessariamente fare qualcosa: sventrare Napoli.
In quelle case i napoletani più disgraziati vanno avanti a stento, cercando una risposta nella superstizione, nella tradizione, nello spiritualismo, nella criminalità, nel vizio e, quando proprio non c’è speranza, allora l’unico rifugio è la fede ed è proprio su queste cose che Matilde si soffermerà: “Credete che al napoletano basti la Madonna del Carmine? Io ho contato duecentocinquanta appellativi alla Vergine… Quando una napoletana è ammalata o corre un grave pericolo, uno dei suoi, si vota a una di queste Madonne. Dopo scioglie il voto… Quando… mancano di sciogliere il voto, aspettano delle sventure in casa. E il sacro si mescola al profano”.
Quanto di quel Ventre c’è oggi a Napoli, quanto è cambiata questa città che nel 2025 ha compiuto 2500 anni e, secondo recenti studi, anche di più? Ritengo, con ogni probabilità, che l’odierno popolo del Ventre non sia cambiato molto, nonostante i forti venti di cambiamento che in quasi 150 anni si sono evidentemente abbattuti su questa città. Oggi Napoli è certamente una città multietnica, non più propriamente una città dalla quale emigrare, come ai tempi posteriori all’Unità d’Italia, quanto piuttosto una città che accoglie, se prendiamo in considerazione i numerosi flussi migratori che si riversano nel capoluogo campano e nell’hinterland dagli anni ’80 e ’90 ai nostri giorni.
Se da un lato i napoletani accolgono i cambiamenti culturali, dall’altro lato non perdono la loro unicità, la loro identità. Se da un lato i napoletani guardano i cambiamenti con occhi incuriositi, propositivi e, allo stesso tempo, timorosi, e sono predisposti alla condivisione culturale, vivendo serenamente in un tessuto urbano che dalla fine del secolo scorso si è arricchito di elementi architettonici e tradizioni di culture straniere – una moschea, un tempio induista, macellerie halal, ristoranti giapponesi e cinesi, minimarket di varie nazionalità, disparate lingue straniere parlate in strada – dall’altro lato gli stessi napoletani non rinunceranno mai alle tradizioni e ai simboli culturali, alcuni millenari, di questa città: la festa di San Gennaro, della Madonna dell’Arco e di tutte le attività legate al Natale che caratterizzano il decumano con il presepio, simbolo emblematico conosciuto in tutto il mondo. Per questo motivo i napoletani rappresentano lo stesso popolo di sempre, da un lato un popolo pieno di pregi, che ama la musica, che spera, che ha fiducia nel futuro nonostante le disgrazie o, quanto meno, che si rassegna al destino spesso crudele, davanti alla sfortuna, alla miseria, alla malattia, alla morte incomprensibile, alla fatica di tutti i santi giorni con un “Chell’ che vo’ Dio” o “Mamma ‘e l’Arco mia” oppure “Mamma ‘e do’ Carmine mia”, dall’altro lato un popolo pieno di difetti, che gioca al lotto per cercare di sbarcare il lunario, senza comprendere che andare oltre le proprie possibilità può solo peggiorare la situazione. L’odierno popolo del Ventre, come quello della Serao, ha bisogno di trasmettere di generazione in generazione la tradizione, gli usi e i costumi di una società antica, costruita pietra su pietra sin dai Cumani. Un popolo che serba nel sangue un fatto di principio chiamato napoletanità. Ebbene la napoletanità, a mio avviso, è un modo d’essere e come tale mette in condizione l’individuo a superare qualsiasi ostacolo ovunque esso si trovi. Napoletano non è solo un aggettivo che indica propriamente il simbolo stesso della cultura – mandolino, pizza, babà, Totò, De Filippo, Sophia Loren, cornicello – è piuttosto un sentimento e, pertanto, riguarda le emozioni vere e proprie suscitate da tutto ciò che riguarda la napoletanità stessa: tradizioni, usi e costumi, credenze, gestualità, intelligenza, creatività, passionalità di un intero popolo. La napoletanità non si vende, non si regala, né tantomeno si acquisisce, tuttavia essa può certamente essere percepita, ammirata, adorata, imitata e desiderata come hanno fatto alcuni grandi: Leopardi, Goethe, Virgilio, Stazio. La napoletanità, in quanto caratteristica tipica, può essere addirittura ripudiata e odiata, ma l’odio per essa non è altro che indizio stesso che la napoletanità esiste. La napoletanità è poesia, filosofia, drammaturgia, magia, spiritismo, spiritualismo, esoterismo, musicalità. È, inoltre, l’arte dell’arrangiarsi, dell’adattarsi, l’arte del pianto e del riso quando ci vuole e non ci vuole, è l’artigiano che costruisce pastori e presepi da generazioni ed è quel povero disgraziato che girovaga per le strade cittadine senza neppure una meta perché tanto già ha perso tutto.
È tutto questo e il contrario di questo. È fatta della Madonna del Carmine e della Madonna dell’Arco, di San Gennaro, di Santa Lucia e di Santa patrizia, ma è fatta anche del teschio con le orecchie e di tutto il Cimitero delle Fontanelle unitamente a tutti gli scongiuri per allontanare la mala sorte. La napoletanità, che giammai può essere sventrata, irrompe al funerale quando la bara diventa una vera e propria Arca dell’Alleanza che, al contrario di questa, deve essere portata a spalla e soprattutto toccata dai partecipanti alla celebrazione che rappresentano un popolo in viaggio, ma questa volta non verso la Terra Promessa, bensì verso il cielo promesso. È tutto e il contrario di tutto. L’ho detto!
Pertanto, se lo sventramento non potrà mai avvenire in seno alla napoletanità, dal momento che fa parte della genetica stessa dei napoletani, dove bisogna pulire? Ebbene, se in Serao Napoli deve essere sventrata per scongiurare malattie terribili come il colera, oggi Napoli deve essere sventrata, più che nella città, nella più prossima periferia, nei quartieri più esposti al crimine perché, purtroppo, esso rappresenta ancora un’ulteriore strada per sfuggire alla disgraziata sorte. Una strada sulla quale soprattutto i giovani camminano in maniera anche molto preoccupante, se prendiamo in considerazione le percentuali dei soli minori, provenienti da ambienti sociali disagiati dove manca il supporto di tutte le istituzioni, che nella prima parte del 2025 si sono votati all’illegalità.
Sventrare oggi Napoli, significa appunto che le istituzioni – famiglia, scuola, chiesa, organizzazioni, enti, governo – facciano più di quanto si stia facendo affinché questa criminalità possa essere finalmente allontanata. Se ne Il Paese di Cuccagna, altro grande capolavoro di Matilde Serao, il napoletano si corrompe per il gioco al lotto, oggi è più facile che i grandi criminali corrompano i giovani napoletani, che non hanno basi solide, mettendo davanti ai lori occhi la promessa facile di questa o quella marca di cellulare o questo o quel bracciale in oro in cambio di spaccio e omicidi, mentre le mamme napoletane, così come nel Ventre della Serao, continueranno ad accendere ceri, di numero pari ai figli avuti, alla Vergine Maria.
