Una riflessione da spettatore e da maestro sul film The Sea, tra infanzia, confini e diritto alla meraviglia.
Ci sono film che non chiedono soltanto di essere guardati. Chiedono di essere attraversati, portati fuori dalla sala, lasciati sedimentare dentro di noi. The Sea è uno di questi. Uscito in contemporanea in diverse sale italiane il 6 maggio, sono andato a vederlo a Brescia con lo sguardo di uno spettatore, certamente, ma anche con quello di un maestro. E forse è proprio questo sguardo educativo, prima ancora che cinematografico, ad avermi consegnato il senso più profondo della storia: il diritto di un bambino alla meraviglia, alla scoperta, all’orizzonte. In un tempo segnato da tragedie che continuano a interrogare la nostra coscienza, un film come The Sea non può essere accolto soltanto come una vicenda individuale. Dentro il cammino di Khaled, il bambino protagonista, si avverte qualcosa di più ampio: la condizione di chi cresce dentro confini imposti, permessi da esibire, spostamenti controllati, desideri elementari trasformati in privilegi. Il film racconta la storia di Khaled, un bambino palestinese che dovrebbe andare in gita al mare con i suoi compagni. Un desiderio semplice, quasi elementare: vedere il mare. Eppure quel desiderio si infrange contro un permesso non valido, contro un documento, contro un confine, contro un sistema che decide chi può passare e chi deve tornare indietro. I compagni proseguono. Lui no. Khaled viene rimandato indietro, deluso, umiliato, ferito in quella parte dell’infanzia che dovrebbe restare libera almeno di sognare. Ma a un certo punto decide di provarci da solo. Si avventura per strade sconosciute, senza conoscere bene la lingua, tra tentativi, errori, paura e ostinazione. Vuole arrivare al mare. E suo padre, quando scopre che il figlio è scomparso, si mette a cercarlo. In quel padre ho visto, istintivamente, una specie di Geppetto moderno. Non un paragone perfetto, certo, ma un’immagine che mi è rimasta addosso. Un padre fragile, spaventato, forse anche responsabile di non aver sistemato in tempo ciò che andava sistemato, ma soprattutto un padre che si mette in cammino per ritrovare suo figlio. Come Geppetto cerca Pinocchio, anche lui cerca il proprio bambino dentro un mondo più grande di lui, pieno di ostacoli, regole, minacce, incomprensioni. Ma Khaled non è Pinocchio perché ha sbagliato. Khaled è un bambino che vuole vedere il mare. E forse è proprio qui che il film ferisce di più. Perché il mare, che per molti di noi è vacanza, bellezza, respiro, per lui diventa una frontiera. Non è lontanissimo nello spazio, ma è reso quasi irraggiungibile dalla politica, dai documenti, dai checkpoint, dai divieti. La scena finale lascia l’amaro in bocca. Padre e figlio si ritrovano proprio quando il mare sembra finalmente lì, vicino, possibile. Ma vengono fermati. La gioia viene interrotta. La meraviglia resta sospesa. Eppure, dentro l’auto della polizia, accade qualcosa che non si dimentica: il padre prova ancora a rassicurare il figlio. Non può restituirgli la libertà, non può cancellare l’umiliazione, non può cambiare da solo il mondo. Però può ancora fare il padre. Può ancora dirgli, con la sua presenza, che non è solo. E Khaled, alla fine, il mare lo vede. Non come avrebbe dovuto. Non da bambino libero, insieme ai compagni, dentro una giornata di gita e di festa. Lo vede da un’auto della polizia, in una condizione ingiusta, trattenuta, quasi rubata. Ma lo vede. Forse The Sea parla proprio di questo: del diritto dei bambini alla meraviglia. Del diritto di attraversare il mondo senza essere schiacciati dalla paura. Del diritto di un padre di proteggere suo figlio senza essere considerato una minaccia. Del diritto di un popolo a non vivere ogni spostamento come una colpa. Sono uscito dalla sala con una domanda semplice e pesante: che mondo è quello in cui un bambino deve diventare clandestino per vedere il mare? E forse, da maestro, la domanda mi riguarda ancora di più. Perché ogni bambino dovrebbe poter avere davanti a sé un orizzonte. Non un posto di blocco. The Sea non consola. Non chiude davvero la ferita. Ma ci costringe a guardarla. E, almeno per me, questo basta a renderlo un film necessario.
Nota sul film
The Sea, titolo originale Ha’yam, è un film drammatico israeliano del 2025, scritto e diretto da Shai Carmeli-Pollak. Interpretato da Muhammad Gazawi, Khalifa Natour, Marlene Bajali e Hila Surjon, ha una durata di 93 minuti ed è prodotto da Majdal Films. In Italia è distribuito da Mescalito Film, in collaborazione con Pueblo Unido, con uscita-evento nelle sale dal 6 maggio 2026. Il film ha vinto 5 Premi Ophir su 13 candidature, tra cui miglior film, miglior sceneggiatura, miglior attore protagonista e miglior attore non protagonista, ed è stato scelto come candidato ufficiale di Israele agli Oscar 2026 per il miglior film internazionale.
