Il professore dell’Università di Messina: «assume il valore di un segno di maturità civile, di un dialogo fra mondi diversi che non si escludono, ma si arricchiscono»
Giovedì 14 maggio papa Leone XIV visiterà l’Università degli Studi «La Sapienza», il più grande ateneo d’Europa. La visita pastorale universitaria del pontefice inizierà con l’accoglienza nei locali della cappella dell’ateneo, dedicata alla «Divina Sapienza», accolto dalla rettrice, la professoressa Antonella Polimeni, e dal cardinale vicario generale di Roma S. E. R.ma Baldo Reina. Dopo un momento di preghiera, è previsto un saluto agli studenti, un colloquio in Rettorato e, infine, il discorso ufficiale alle 11:30.
Sarà una visita storica che segue, quasi vent’anni dopo, le contestazioni che ostacolarono la visita pastorale all’Università degli Studi «La Sapienza» di papa Benedetto XVI. Allora, papa Ratzinger, un fine teologo, uno degli autori di riferimento del mondo filosofico-teologico, non poté parlare all’apertura dell’anno accademico 2007-2008 della «Sapienza», su invito dell’allora rettore Renato Guarini, dove avrebbe dovuto tenere un discorso al termine della cerimonia d’inaugurazione sul rapporto tra verità, ragione e università. Il tema del discorso avrebbe dovuto essere la moratoria della pena di morte. (Questo il testo dell’allocuzione che il Santo Padre Benedetto XVI avrebbe pronunciato nel corso della visita all’Università degli Studi «La Sapienza», prevista per il 17 gennaio e poi annullata in data 15 gennaio 2008: https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2008/january/documents/hf_ben-xvi_spe_20080117_la-sapienza.html)
Allora, al professore Joseph Ratzinger, un fine teologo, uno degli autori di riferimento del mondo filosofico-teologico assieme a Yves Congar, a Henri-Marie de Lubac e a Hans Urs von Balthasar, professore universitario di Teologia dogmatica e fondamentale presso l’Università di Bonn (Rheinische Friedrich-Wilhelms-Universität) dal 1959 al 1963, presso l’Università di Münster (Westfälische Wilhelms-Universität) dal 1963 al 1966 e infine presso l’Università di Tubinga (Eberhard Karls Universität Tübingen) dal 1966 al 1969 – durante quest’ultimo periodo, caratterizzato da un vivace clima intellettuale, il professor Ratzinger ha collaborato con figure come il grande saggista e teologo svizzero Hans Küng – fu «sbarrata» la porta del più grande ateneo, per numero di iscritti, d’Europa.

Di più. Il nome dell’Università degli Studi «La Sapienza» è eredità diretta dello Studium Urbis fondato nel 1303 da papa Bonifacio VIII. Già nella seconda metà del XV secolo il termine “Sapientia” viene usato nei documenti per indicare lo Studium Urbis e l’insieme delle scuole e collegi riuniti nell’area del rione Sant’Eustachio, dove papa Eugenio IV aveva posto la sede dello Studio romano.
In questa conversazione con il professore Francesco Pira, associato di Sociologia dell’Università di Messina, che ha la grazia-missione d’essere visiting professor in diverse università in Europa, e impegnato in ricerche sia in Italia che all’estero, una profonda responsabilità questa ma anche una grande “occasione” educativa per accompagnare studenti e studentesse nel loro percorso di crescita umana e accademica. Intensa è l’attività del professor Pira all’estero. Proprio la prossima settimana sarà a Jeroslaw in Polonia, in una prestigiosa università, relatore di una conferenza internazionale. Tra giugno e luglio sarà poi a Timisoara in Romania per un Visiting Erasmus e in luglio relatore al Convegno Internazionale organizzato a Bilbao dalla Federazione Spagnola di Sociologia. Al professore Pira, che vive in prima persona l’atmosfera e l’intelligenza dell’energia intellettuale di diversi campus, rivolgo le seguenti domande:
D.: Anche il mondo dell’università italiana, come quello parallelo della scuola, è permeato da uno spesso, rigido involucro burocratico? L’obiettivo di educare le giovani menti, ma anche i cuori, non può essere sostituito dal primato dell’efficienza tecno-burocratica? È importante seguire la rotta certa e quindi il modello missione educante?
R.: «È una domanda che tocca il cuore stesso della cultura educativa e del ruolo sociale dell’università. Io sono felice di fare questo lavoro. L’Università è molto cambiata ed oggi il lavoro di un professore universitario comprende tre segmenti: la didattica, la ricerca e la cosiddetta Terza Missione, mettere al disposizione del territorio e delle comunità dove operiamo i risultati delle nostre ricerche e il nostro sapere. E poi c’è il rapporto quotidiano con le studentesse e gli studenti: energia pura che giorno dopo giorno ci alimenta. Sinceramente sono concentrato su quello che ogni giorno posso dare come educatore. La burocrazia fa parte ormai della nostra vita. In tutto quello che facciamo noi cittadini ci sentiamo dentro quella che uno dei padri della sociologia Max Weber, nella sua analisi della società moderna, definiva la “gabbia d’acciaio” della razionalità burocratica: un sistema efficiente, ma spoglio di anima. Ma chi crede nella professione di educatore è concentrato nel dare e nel fare.
L’università è luogo di pensiero e libertà e l’elemento generativo è dato dall’incontro umano. Pierre Bourdieu ci ricordava che ogni istituzione educativa riproduce non solo conoscenze, ma anche visioni del mondo. La responsabilità educativa è insita nella missione e dell’università. Una vocazione civile, come atto di testimonianza e di impegno verso la crescita culturale e umana della società. Formare significa restituire alle studentesse e agli studenti la consapevolezza di essere parte di una comunità pensante. Serve una cultura della lentezza, della relazione, della cura; credo fortemente in un’Accademia capace di insegnare, valutare e ascoltare, io ci provo in ogni ora del mio lavoro. Come fare? Tre parole: fiducia, dialogo, umanità. Fiducia nei giovani, che non vanno misurati ma accompagnati. Dialogo tra le discipline, perché la verità è complessa e non abita nei compartimenti stagni. Umanità nelle istituzioni, in tutte le Istituzioni. Come direbbe Edgar Morin, serve un’università “capace di insegnare a vivere”, non solo a lavorare. È questa la nostra missione educante, che intreccia ragione e cuore, capaci di dare alla conoscenza la sua dimensione più alta: quella di costruire persone libere».
D.: Dopo diciotto anni, all’Università degli Studi «La Sapienza» arriva — e torna — papa Leone XIV, là dove papa Benedetto XVI non poté arrivare. Papa Leone XIV ha conseguito nel 1977 una laurea in Matematica, ha studiato Filosofia e, nel 1985, ha discusso la tesi di Dottorato in Diritto Canonico presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum).
R.: «L’arrivo di papa Leone XIV all’Università «La Sapienza» rappresenta un segno di riconciliazione profonda tra sapere e fede, tra cultura e spiritualità, tra l’intelligenza dell’uomo e la sua dimensione etica. È un gesto che va oltre la visita pastorale: è un invito simbolico a ricostruire un dialogo che, per troppo tempo, è stato attraversato da diffidenze reciproche. La presenza del Papa in un’università laica come «La Sapienza» assume il valore di un segno di maturità civile, di un dialogo fra mondi diversi che non si escludono, ma si arricchiscono. Questa visita non è solo un evento accademico: è il simbolo di un’Europa che può ancora credere nella possibilità di un umanesimo integrale. La Sapienza — nata dallo Studium Urbis fondato da Bonifacio VIII — oggi ritrova la sua vocazione più autentica: essere luogo di incontro tra scienza e coscienza, tra libertà del pensiero e responsabilità morale. Per chi, come me, si occupa di processi comunicativi e culturali, questo incontro rappresenta una grande metafora: la comunicazione autentica non divide, connette; non impone, ma accompagna. In questa giornata, sotto il segno della Sapienza, il mondo accademico e culturale ritrovano la possibilità di un dialogo alto, di un ponte tra la mente e il cuore. È, in fondo, un ritorno alla sorgente: quella in cui il sapere non è mai potere, ma servizio alla dignità dell’uomo».
D.: Le università, oggigiorno, come possono formare la futura identità europea e mondiale? Quale messaggio educativo e sociale si attende dalle parole di Papa Leone XIV?
R.: «Le università sono oggi il crocevia più alto tra civiltà, culture e coscienze. Hanno la responsabilità di formare una nuova generazione di cittadini del mondo: donne e uomini capaci non solo di produrre sapere, ma di trasformare la conoscenza in responsabilità. L’identità europea e mondiale nascerà non dalle frontiere, ma dalle connessioni; non dalle appartenenze chiuse, ma dal riconoscimento dell’altro come parte di sé.
Il sociologo Ulrich Beck, nel suo pensiero sulla società del rischio, sosteneva che l’Europa avrebbe potuto rinascere solo come comunità di destino, fondata su valori condivisi e su un’etica della solidarietà globale. È proprio questo il compito delle università: educare alla cittadinanza del futuro, in grado di pensare oltre la logica dei confini nazionali e ideologici, aprendosi alla cooperazione accademica e scientifica come strumento di pace. Le parole di papa Leone XIV, nel suo ritorno alla Sapienza, saranno probabilmente un richiamo a questo stesso orizzonte: recuperare la dimensione umanistica della cultura. In un tempo in cui la tecnocrazia rischia di ridurre l’uomo a variabile di calcolo, il Pontefice ci invita a riscoprire il valore della persona, la dignità di ogni mente pensante e di ogni cuore aperto al dono. L’università che formerà l’identità europea sarà quella che combina eccellenza e empatia, logica e passione, rigore scientifico e apertura spirituale. In questo senso, il più potente messaggio educativo e sociale che può emergere dalle parole del Papa è un appello alla alleanza tra sapere e saggezza: una Sapienza che non separa l’intelligenza dal cuore, ma li unisce per costruire una civiltà fondata sulla solidarietà, sulla dignità umana e su una cultura del bene comune».
