Il prezioso libro di Rocco Romeo per ricordare l’architetta Stefania Filo Speziale

Articolo di Francesco Pira

Non racconta solo una donna del Novecento: racconta un modo di stare nel mondo. Ci chiede, come comunità, come cittadini, come professionisti della cultura, se sia ancora possibile costruire senza gridare, creare senza apparire, lasciare tracce gentili

Il pomeriggio del 30 aprile, nella cornice suggestiva della Biblioteca Nazionale di Napoli, nella splendida Sala Rari, ho vissuto una di quelle esperienze che restano nella memoria come un frammento di gratitudine. L’occasione è stata la presentazione del volume Stefania Filo Speziale. Conversazioni con un’ombra di luce del professor Rocco Romeo, edito da Armando De Nigris per la Collana Palepolis.

Sono intervenuto come relatore accanto a figure di rilievo del mondo della cultura, dell’università e delle istituzioni: Gennaro Sangiuliano, giornalista ed ex Ministro della Cultura e oggi consigliere regionale della Campania; Giovanni Mensorio, consigliere regionale della Campania; Francesco Rao, professore di sociologia generale dell’Università di Roma “Tor Vergata”; Francesca Chiala, artista e attivista; Antonio Amoruso, attore. L’incontro, moderato con eleganza dal vicedirettore web di Teleclub Italia, Marco Aragno, ha rappresentato un momento di dialogo sincero tra culture, generazioni e visioni. Le conclusioni di Rocco Romeo, dense e partecipate, hanno coronato un evento riuscitissimo: ben organizzato, di grande spessore e carico di emozione.

Presentare un libro significa sempre assumersi una responsabilità culturale. Non si tratta soltanto di introdurre un autore o riassumere un contenuto, ma di costruire un ponte tra un’opera e il suo pubblico, tra una voce che scrive e una comunità che ascolta, tra il passato e il presente. E questo libro, più di molti altri, merita quel ponte: non si limita a raccontare una storia individuale, ma compie un gesto di riconoscimento, riportando alla luce una figura che il tempo e certe ingiustizie del ricordo collettivo avevano lasciato in penombra.

Il titolo, Stefania Filo Speziale. Conversazioni con un’ombra di luce, racchiude già un simbolismo potente. “Ombra” e “luce” non sono qui opposti, ma complementari: l’ombra è ciò che è stato dimenticato, marginalizzato; la luce è la persistenza del valore, la testimonianza di una vita che continua a parlare. In questo equilibrio si svela il senso del libro: dare parola a chi è rimasto nell’ombra, mostrando come proprio da quell’ombra possa irradiarsi una luce necessaria.

Come sociologo dei processi culturali e comunicativi, so bene che la memoria collettiva non nasce spontaneamente: viene costruita, selezionata, organizzata. Ciò che ricordiamo e ciò

che dimentichiamo dipende da rapporti di forza, da gerarchie simboliche, da visioni del mondo.

Nel racconto dell’architettura del Novecento, i riflettori si sono a lungo concentrati sui grandi maestri — quasi sempre uomini — e sulle opere monumentali. Tutto ciò che non rientrava in quella narrazione veniva relegato ai margini. Il volume di Rocco Romeo compie un gesto essenziale: sposta lo sguardo verso quelle presenze discrete che hanno inciso senza clamore.

Nella Premessa l’autore scrive: “Sono sempre stato attratto dalle figure laterali della storia, quelle che camminano lungo i margini senza fare troppo rumore, ma che lasciano impronte profonde”. È una dichiarazione di poetica e di metodo. Stefania Filo Speziale appartiene a queste “figure laterali”: prima donna laureata in Architettura all’Università di Napoli nel 1932, e prima a insegnare Composizione Architettonica in Italia. In anni in cui il mondo accademico era dominio maschile, la sua presenza fu un atto di coraggio silenzioso.

Romeo, tuttavia, evita la santificazione postuma e preferisce una strada più difficile e più nobile. Infatti, nella Premessa scrive ancora: “Ho cercato di restituire non solo l’architetta, ma la donna, la docente, la cittadina, l’amica…”. In queste parole c’è un’etica della narrazione: restituire complessità umana alla figura storica, restituirla alla vita.

Romeo definisce la sua opera “un esperimento a metà strada tra il saggio e il racconto”. Lo fa attraverso la forma dell’intervista impossibile, richiamando la tradizione di Giorgio Manganelli. È una scelta felice: l’autore dà voce all’assenza, trasformando la distanza temporale in dialogo.

L’intervista impossibile diventa un dispositivo poetico: il lettore non osserva un quadro immobile, ma conversa con una coscienza. I documenti ci offrono date e opere; la letteratura, sostenuta da rigore, riconsenga tono, respirazione, dubbio.

L’incipit del volume è già una dichiarazione d’intenti: “Napoli, maggio inoltrato. La città sonnecchia sotto un cielo opaco…” Napoli diventa personaggio narrativo. È ventre che custodisce, città che “non puoi costruire, puoi solo cercare di non offenderla”. In questa frase c’è un’intera visione urbanistica e antropologica: la città come organismo vivo, da comprendere più che da plasmare. Napoli “vive di pause” — scrive ancora Romeo —, e sono proprio quelle pause a fare la sua inesauribile molteplicità.

Tra i passaggi più eleganti del libro vi è quello in cui Stefania dichiara: “Architetta. L’ho preteso in tempi in cui faceva sorridere… Il femminile, sa, è una geometria anche quella”. Una risposta che illumina il rapporto tra linguaggio e potere simbolico. Le parole non si limitano a nominare la realtà: la costruiscono. Dire “architetta” non è un vezzo, ma un atto culturale. È il gesto con cui si valorizza una presenza, si afferma un diritto di cittadinanza intellettuale. Romeo ci mostra così che le battaglie più importanti passano attraverso dettagli minimi: una desinenza, una scelta di tono, un nome. E in questo dono linguistico si annida la dignità di un’intera epoca.

Stefania Filo Speziale sostiene: “L’architettura non è una dichiarazione di forza, ma un atto di ascolto”. “Non siamo artisti solitari. Siamo artigiani dello spazio”. Parole che oggi suonano

più attuali che mai. In un’epoca dominata dalla spettacolarizzazione del costruire, la sua idea rimette l’etica al centro del progetto. Lo spazio, ricorda, non è neutro: condiziona i comportamenti, definisce la qualità della vita, plasma il tessuto sociale.

L’architettura — ci dice Stefania attraverso la voce dell’autore — è servizio, misura, equilibrio. È “tentativo ostinato di costruire un ricordo futuro”. Ogni edificio parla a chi verrà dopo, come un messaggio lanciato nel tempo.

Il libro raggiunge profondità straordinaria quando affronta il tema del lavoro femminile nel Novecento. “Una donna architetta, nel 1932, doveva farsi dimenticare e poi ricordare”. In questa contraddizione si condensa il destino di molte professioniste: invisibili per essere accettate, perfette per essere riconosciute.

E poi quella frase che da sola varrebbe un manifesto: “La bellezza non è un lusso. È una forma di rispetto”. Una verità semplice e rivoluzionaria. La bellezza, nelle scuole, nelle case, nei quartieri, non è ornamento ma diritto. È giustizia urbana, è dignità condivisa. Progettare spazi belli significa rispettare chi li abita.

La prosa di Rocco Romeo è colta, visiva, ma mai compiaciuta. “Non per reinventare, ma per ascoltare diversamente ciò che la documentazione non dice”, scrive nella Nota dell’autore. È la formula di una letteratura civile: non riscrivere la storia, ma farne risuonare le sue più sottili vibrazioni.

Il passato, qui, non è materia morta. Vive nei dialoghi, nei silenzi, negli ambienti. E dialoga perfino con il presente tecnologico: la forma dell’intervista impossibile, come ho osservato durante la presentazione, anticipa in qualche modo la logica dei moderni strumenti di intelligenza artificiale che cercano di “parlare” con chi non c’è più. Sempre, naturalmente, attraverso rigore, consapevolezza etica e rispetto dell’autenticità storica.

Nelle pagine conclusive leggiamo: “Di lei non rimane un monumento… Rimangono linee sobrie, spazi giusti, angoli di silenzio urbano”. È una chiusura che commuove per misura e sobrietà. Stefania Filo Speziale non lascia statue, ma segni. Lascia spazi giusti, presenza silenziosa, armonia.

Il libro di Rocco Romeo, in questo senso, non racconta solo una donna del Novecento: racconta un modo di stare nel mondo. Ci chiede — come comunità, come cittadini, come professionisti della cultura — se sia ancora possibile costruire senza gridare, creare senza apparire, lasciare tracce gentili.

La risposta che ci offre, luminosa come il titolo promette, è un sì.

Un sì che vibra di luce, memoria e responsabilità.

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