Il professore associato di Sociologia dell’Università di Messina riflette sul senso del riconoscimento ricevuto e sulle grandi urgenze del nostro tempo: scuola, legami, iperconnessione, bene comune
Rigore scientifico, chiarezza divulgativa, sensibilità umana: è in questo intreccio straordinario che si riconosce da anni la voce di Francesco Pira, sociologo dei processi culturali e comunicativi, professore associato di Sociologia all’Università di Messina e autore di numerosi saggi dedicati al rapporto tra media, educazione e trasformazioni sociali. Il suo sguardo indaga con finezza i mutamenti che attraversano la vita quotidiana, i linguaggi, i legami, il mondo della scuola, restituendo letture capaci di coniugare spessore teorico e accessibilità, una qualità sempre più preziosa in un tempo che tende o a semplificare tutto o, al contrario, a complicarlo inutilmente.
Studioso attento dei processi culturali contemporanei, Pira ha saputo portare la riflessione sociologica anche oltre l’ambito accademico, raggiungendo un pubblico ampio e trasversale. Le sue analisi sono apprezzate anche dagli spettatori televisivi di canali nazionali e regionali e, da oltre un anno, è ospite fisso della trasmissione nazionale Fatti diNera, in onda sul canale 122 del digitale terrestre. Una presenza che conferma la sua capacità di tradurre questioni complesse in chiavi interpretative limpide e sempre attente alla dimensione umana dei fenomeni. È Consigliere Nazionale dell’UCSI (Unione Cattolica Stampa Italiana).
Il suo profilo scientifico e internazionale si è consolidato attraverso esperienze di rilievo: è stato docente alla International Summer School di Timișoara, chair di un panel al Congresso della Federazione Spagnola di Sociologia a Bilbao, ed è stato nominato membro dello Steering Committee della 12ª Conferenza Mondiale sui Media e la Comunicazione di Massa – MEDCOM 2027, in programma a Bangkok il 5 e 6 aprile 2027. Un incarico significativo, che ne conferma l’autorevolezza nel panorama della ricerca sui media e sulla comunicazione.
Di recente è intervenuto a Roma, all’VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC, presso l’Università Roma Tre, dedicato al tema Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti. Nel panel riservato a media education e alfabetizzazioni digitali ha presentato una relazione dal titolo quanto mai attuale: Media Education ed EduComunicazione come pratiche di Resilienza Formativa, un contributo che si inserisce nel solco delle riflessioni sviluppate anche nel suo volume La buona EduComunicazione. Scuola e famiglia, un approccio sociologico nella nostra nuova vita onlife.
A questa intensa attività si affianca anche una collaborazione con l’Università di Malaga, dove sta conducendo una ricerca sulla famiglia digitale in Europa e nel Mediterraneo: un ulteriore tassello di un percorso che si distingue per apertura internazionale, precisione analitica e attenzione costante alle trasformazioni in atto.
Il Premio Culturale “Girasole”, che gli è stato assegnato proprio per il suo libro La buona EduComunicazione, si inserisce dunque in modo pienamente coerente in questo itinerario di studio, di ricerca e di impegno civile. Non è soltanto un riconoscimento al valore di un volume, ma il segno tangibile di una presenza culturale che, nel nostro tempo inquieto e accelerato, continua a cercare e indicare la luce. Da queste premesse nasce il dialogo che segue: una conversazione intensa e ricca di spunti, nella quale Francesco Pira riflette sull’importanza della cultura, sulle sfide educative della nostra epoca e sulla necessità, oggi più che mai, di ricostruire relazioni, senso e responsabilità. Un’intervista che invita a interrogare con più lucidità il presente e il futuro delle nostre comunità.

D: Il Premio “Girasole” richiama simbolicamente la luce: una forza che orienta, guida e aiuta a crescere. In che modo questa immagine sente che rappresenti il suo percorso umano e intellettuale e, più in profondità, il suo modo di intendere il valore della cultura e della responsabilità educativa?
R:«Per me la luce è, prima di tutto, una possibilità di orientamento. È ciò che consente di guardare la realtà con maggiore discernimento, di attraversarne le contraddizioni senza smarrirsi, di distinguere ciò che ha valore da ciò che semplicemente ci attraversa e ci distrae. Se ripenso al mio percorso umano e intellettuale, riconosco proprio questo bisogno: cercare chiavi di lettura capaci di dare senso ai cambiamenti, di interpretare i processi sociali e di trasformare l’esperienza in consapevolezza. C’è anche una radice personale, profonda, che accompagna da sempre il mio sguardo. La perdita di mio padre a tredici anni ha inciso in modo decisivo sul mio sguardo. Quando si attraversa così presto un dolore tanto forte, si comprende che la vita può sottrarre improvvisamente punti di riferimento, ma si scopre anche quanto sia essenziale cercare nuovi appigli, nuove presenze, nuovi significati. Credo che, almeno in parte, anche da lì nasca la mia attenzione per i legami, per le relazioni, per quei processi comunicativi e culturali che aiutano le persone a non sentirsi sole dentro le prove dell’esistenza. Per questo considero la cultura una risorsa decisiva per la vita collettiva. Aiuta a decifrare il presente, a usare con responsabilità le parole, a dare spessore ai rapporti umani, a comprendere più a fondo ciò che accade nella società. In una stagione segnata da velocità, sovraesposizione e frammentazione, servono strumenti culturali e sociologici capaci di collegare vissuto individuale e trasformazioni del mondo sociale, emozioni private e dinamiche pubbliche, biografie personali e responsabilità comuni. Anche la funzione educativa si gioca qui. Educare non significa soltanto trasmettere contenuti, ma accompagnare le persone – soprattutto i più giovani – a leggere il tempo in cui vivono, a sviluppare senso critico, a riconoscere il valore dell’ascolto e della relazione. La luce, allora, non è un’immagine astratta: non impone una direzione, ma aiuta a intravederla; non sostituisce la libertà, ma la rende più matura. Ecco perché sento questo simbolo così vicino. Mi richiama un’idea di impegno culturale e sociologico che non separa mai conoscenza e responsabilità, studio e vita, riflessione e cura dell’altro. Se la cultura riesce ancora a offrire orientamento e coscienza critica, allora può continuare a essere una luce condivisa: non per pochi, ma per un’intera comunità che ha bisogno di comprendere meglio se stessa e il proprio futuro».
D:Il riconoscimento le viene assegnato per La buona EduComunicazione. Scuola e famiglia, un approccio sociologico nella nostra nuova vita onlife, un libro che mette al centro scuola, famiglia e vita onlife, tre dimensioni sempre più intrecciate. Qual è, secondo lei, la sfida educativa più urgente del nostro tempo?
R:«La sfida più urgente è ricostruire un’alleanza formativa capace di abitare con intelligenza il rapporto tra vita online e vita offline, senza contrapporle in modo sterile. Il professore Luciano Floridi ci ha insegnato che viviamo in una condizione onlife, nella quale il digitale non è più uno spazio separato dall’esistenza, ma una dimensione ormai integrata nei legami, nei processi di apprendimento, nella costruzione dell’identità e nella percezione di noi stessi. Questo significa che scuola e famiglia non possono più limitarsi a inseguire il cambiamento: sono chiamate a interpretarlo, comprenderlo e accompagnarlo. La questione centrale, a mio avviso, non è soltanto tecnologica. Riguarda la cultura, la qualità dei rapporti e i processi attraverso cui crescono le persone. Il rischio più serio è credere che basti moltiplicare i contatti per generare comprensione, o che la sola connessione produca automaticamente relazione. In realtà, proprio l’iperconnessione può alimentare solitudine, dispersione, difficoltà di ascolto, impoverimento del dialogo tra generazioni. Per questo non è sufficiente trasmettere competenze digitali: occorre educare al senso critico, al limite, alla responsabilità nell’uso delle parole, alla capacità di riconoscere l’altro non come profilo o spettatore, ma come persona. La vera urgenza, allora, è creare contesti nei quali docenti, genitori e ragazzi possano tornare a condividere linguaggi, regole, fiducia e orizzonti di senso. Quando il patto tra le agenzie educative si indebolisce, non si incrina soltanto l’efficacia dell’azione formativa, ma la stessa possibilità di far nascere comunità. È qui che l’EduComunicazione, per come la intendo, mostra il suo significato più profondo: non un semplice insieme di strumenti, ma una visione della relazione educativa, fondata sulla qualità del legame, sulla corresponsabilità e sulla cura dei processi attraverso cui si formano le persone. In fondo, la domanda decisiva resta sempre la stessa: quale umanità vogliamo accompagnare a crescere? Se questo interrogativo viene eluso, ogni innovazione rischia di ridursi a un adattamento superficiale. Se invece viene assunto fino in fondo, allora scuola, famiglia e comunicazione possono ancora diventare luoghi generativi, capaci non solo di trasmettere contenuti, ma di formare cittadini più consapevoli, più liberi e più responsabili».

D:Viviamo in un tempo in cui siamo costantemente connessi, ma non sempre davvero capaci di ascolto, interiorità e relazione autentica. Dal suo osservatorio di sociologo dei processi culturali e comunicativi, quale ritiene sia il rischio più grande quando la comunicazione perde la sua funzione educativa e si riduce a esposizione, velocità o rumore?
R:«Il rischio più grande è che la comunicazione smarrisca la propria funzione di mediazione umana e sociale e si trasformi in una vetrina permanente, nella quale conta più l’apparire che il comprendere, più la reazione istantanea che l’elaborazione, più la visibilità che la responsabilità. Quando questo accade, non si impoverisce soltanto il linguaggio: si indeboliscono i legami, si restringe la capacità di ascolto e si affievolisce il senso stesso della convivenza civile. La questione è molto seria, perché comunicare non significa semplicemente scambiare messaggi. È il luogo in cui prendono forma riconoscimento, fiducia, appartenenza, conflitto, memoria collettiva. Se tutto viene schiacciato sulla velocità, sull’esposizione continua o sul rumore di fondo, finisce per affermarsi una cultura della superficie, nella quale tutto scorre rapidamente e poco lascia traccia. Marshall McLuhan aveva già mostrato con chiarezza quanto i mezzi non siano neutri: modificano percezioni, abitudini, sensibilità. Oggi questo processo appare ancora più evidente, perché l’accelerazione digitale tende a premiare l’impatto, la semplificazione e la polarizzazione, spesso a scapito della riflessione. A preoccuparmi, in particolare, è la normalizzazione di un modello espressivo che confonde la presenza con l’esibizione e la partecipazione con l’impulso della risposta immediata. Si parla molto, ma non sempre ci si incontra veramente. Si condivide moltissimo, ma non per questo prende forma un autentico senso comune. In una simile dinamica, soprattutto i più giovani possono crescere dentro ecosistemi comunicativi nei quali la parola perde peso, il silenzio perde valore e il confronto si restringe alla conferma identitaria o allo scontro. Per questo continuo a ritenere indispensabile un’educazione alla comunicazione intesa come responsabilità. Non basta insegnare a usare strumenti e piattaforme: occorre formare persone capaci di discernimento, misura, rispetto dell’altro, consapevolezza degli effetti prodotti dalle proprie parole. In gioco non c’è soltanto la qualità del dialogo pubblico, ma la tenuta del tessuto democratico e relazionale. Quando la comunicazione educa, crea relazioni, genera comprensione, apre spazi di cittadinanza. Quando invece perde profondità, lascia individui sempre più esposti, ma sempre meno in relazione».
D:Al di là del riconoscimento ricevuto, il suo lavoro consegna ai lettori, ai giovani e alla comunità una precisa idea di cultura, di educazione e di responsabilità civile. Se dovesse affidare oggi a chi la ascolta il messaggio più vero del suo percorso, quale sceglierebbe?
R:«Il messaggio che affiderei è semplice solo in apparenza: non possiamo separare la qualità della vita collettiva dalla qualità dei rapporti, dei linguaggi e delle responsabilità che sappiamo assumerci gli uni verso gli altri. Nessuno matura pienamente da solo. Ogni percorso umano è attraversato da incontri, contesti, fragilità, occasioni, e proprio per questo cultura ed educazione non riguardano soltanto il destino individuale, ma la forma stessa della convivenza. Se dovessi indicare un punto essenziale del mio cammino, direi questo: abbiamo bisogno di restituire spessore ai rapporti umani in una stagione che tende continuamente a semplificare, accelerare, esporre. Viviamo immersi in reti sempre più estese, e tuttavia questo non garantisce automaticamente ascolto, comprensione, vicinanza. Si possono moltiplicare i contatti e, nello stesso tempo, smarrire il senso dell’incontro. In controluce, torna anche una lezione che Bauman ha affidato al nostro tempo: la fragilità dei legami non è un destino da subire, ma una condizione da riconoscere, per ricostruire con maggiore cura forme più solide di prossimità e di responsabilità reciproca. Per questo continuo a pensare che cultura significhi prima di tutto educazione dello sguardo, uso consapevole del linguaggio, riconoscimento del limite, attenzione sincera verso l’altro. E che educare significhi offrire strumenti per abitare il proprio tempo senza esserne travolti. In fondo, ogni impegno intellettuale che voglia avere un valore pubblico dovrebbe aiutare a leggere meglio la realtà, a nominare ciò che si vive, a trasformare l’esperienza in coscienza critica e in responsabilità condivisa. Ai giovani, ai lettori, alla comunità direi allora di non rinunciare mai alla fatica del pensiero, alla serietà dell’ascolto, alla cura delle relazioni. È lì che si decide non solo la qualità della nostra vita personale, ma anche il futuro democratico di una società. Se esiste una speranza credibile, nasce proprio da qui: dalla possibilità di formare donne e uomini più consapevoli, più liberi, più attenti all’altro e, per questo, più capaci di costruire bene comune».

Dalle parole del professore Francesco Pira emerge con grande evidenza una visione della cultura che non si esaurisce nello studio, né si limita all’analisi dei fenomeni, ma si traduce in responsabilità, prossimità, cura del legame umano. Il suo è uno sguardo capace di leggere la società senza cedere alla superficie, di osservare le trasformazioni del nostro tempo senza smarrire il valore della profondità, dell’ascolto, della formazione. In un’epoca che premia la velocità più della riflessione e l’esposizione più dell’interiorità, il suo pensiero invita a rallentare, comprendere, ricostruire.
Leggere e ascoltare il professore Pira significa entrare in contatto con una voce autorevole, capace di tenere insieme analisi e sensibilità, riflessione e attenzione all’umano. Le sue parole non si limitano a spiegare il presente: lo interrogano, lo attraversano, lo restituiscono alla coscienza di chi legge. In questo riconosco un tratto prezioso: la capacità di illuminare il panorama contemporaneo senza impoverirlo, restituendogli complessità e respiro.
Vengono in mente le pagine di Calvino, quando nelle Lezioni americane affida alla letteratura il compito di opporsi alla pesantezza del mondo attraverso l’esattezza dello sguardo. Torna anche Vittorini, con la sua idea di una cultura chiamata non a consolare, bensì a proteggere dalle sofferenze, offrendo strumenti per capire e non smarrirsi. È in questa direzione che il lavoro di Francesco Pira acquista un valore che va oltre l’ambito accademico e si consegna pienamente allo spazio pubblico.
Il Premio “Girasole”, con la sua tensione simbolica verso la luce, trova dunque in Francesco Pira un interprete pienamente coerente. La sua riflessione ci ricorda che educare non è riempire, ma orientare; non è adattare passivamente, ma formare coscienze; non è soltanto trasmettere saperi, ma generare possibilità di incontro, di cittadinanza, di bene comune. Questa, oggi, è una delle forme più alte della cultura: non limitarsi a descrivere il mondo, ma contribuire ancora, con intelligenza e responsabilità, a renderlo più abitabile.
