Il sociologo prof. Francesco Pira: «Il film Naza è un atto di resistenza alla frammentazione dell’attenzione, il vero problema del nostro tempo»

Articolo di Pietro Salvatore Reina

Dal 28 al 30 settembre sarà distribuito nelle sale cinematografiche italiane il film documentario «Naza» che racconta la storia della guerra in Palestina attraverso gli occhi dei reporter, degli operatori per i diritti umani e dei civili che vivono nella Striscia di Gaza. Grazie a un lavoro di scavo durato mesi e mesi, una redazione di Al Jazeera è riuscita a raccogliere migliaia di video, foto e post pubblicati online dai soldati israeliani per mostrare alcuni dei crimini di guerra commessi nei territori palestinesi e rivelando una serie di attività illegali: saccheggi, demolizione di interi quartieri, uccisioni a sangue freddo. Il film documentario rivela l’uso di algoritmi e di intelligenza artificiale per il controllo di massa della striscia di Gaza. Lo scorso 10 settembre, alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, è stato presentato il nuovo film dei registi Yuval Abraham e Rachel Szor. Un docu-film girato di notte sui tetti di Tel Aviv, un film che rivela in dettaglio i sistemi alla base della calcolata uccisione di massa di civili palestinesi da parte di Israele nella striscia di Gaza. Alla fine della proiezione il film ha ricevuto oltre 25 minuti di applausi -l’applauso più lungo mai registrato alla mostra – e ha vinto il Premio Speciale della Giuria. Dopo la distribuzione al cinema, il film sarà disponibile in streaming gratuitamente sul sito del quotidiano britannico The Guardian.

Il documentario è per natura uno strumento capace di raccontare il mondo che ci circonda. Per questo motivo chiediamo al professore Francesco Pira, Associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Messina la cui esperienza didattica e di ricerca lo ha visto negli ultimi anni spesso lavorare in contesti internazionali, la ragione e le ragioni di come il nostro pianeta Terra, a ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, sta diventando un inferno di guerre di disuguaglianze. Stiamo vivendo una situazione che sembra condannare l’Uomo all’infelicità.

D.: Professore Pira questo film, questo potente lavoro cinematografico, potrà contribuire a rompere il «silenzio del mondo» su Gaza e su tante altre guerre che stanno violando i diritti di migliaia di bambini, donne, anziani, uomini?

R: «Sì, e credo che il punto non sia se un film possa «rompere» il silenzio, ma se noi siamo disposti ad ascoltare quando il silenzio viene rotto. Perché il rumore c’è già: le immagini, le testimonianze, le inchieste esistono. Il problema non è l’assenza di informazione, bensì la nostra assuefazione a essa. Ed è su questo aspetto che Naza, e più in generale il cinema documentario, fa la differenza. Un video che scorre sul feed dura quindici secondi e poi è già passato; un film ci obbliga a stare seduti per novanta minuti dentro una vicenda. È un atto di resistenza alla frammentazione dell’attenzione, che rappresenta il vero problema del nostro tempo. Questo lavoro è costruito su migliaia di video, foto e post pubblicati dagli stessi protagonisti. Si tratta di un archivio che si è formato da sé, sui social, e che una redazione ha poi ricomposto e verificato. Dal punto di vista della comunicazione, questo sposta il baricentro della credibilità: siamo davanti a un rovesciamento dell’autonarrazione. Chi documenta senza sapere di documentare, e chi poi mette in ordine quei frammenti, restituisce una verità che nessun comunicato ufficiale avrebbe mai potuto confezionare. È proprio questa la ragione per cui l’impiego di algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale in un contesto di conflitto va affrontato con precisione, perché quei frammenti non restano mai neutrali. Da anni mi occupo di come le tecnologie ridefiniscano la fiducia, la vulnerabilità e la responsabilità, e questo caso mostra un aspetto da analizzare con estrema attenzione: i sistemi di targeting algoritmico e di sorveglianza di massa, cioè procedure che traducono dati in decisioni operative. La letteratura sociologica sul tema – penso a Zygmunt Bauman e alla sua analisi della modernità liquida e della “società dell’incertezza”, ma anche a Ulrich Beck e al concetto di “società del rischio” – ci ha insegnato che la razionalità tecnica non produce automaticamente razionalità morale. Lo ripeto spesso ai miei studenti: non esiste una “tecnologia buona” e una “tecnologia cattiva”. Esistono scelte umane che orientano la tecnica, e di quelle scelte bisogna rispondere. Le conseguenze di un sistema non si scaricano mai sulla macchina: gravano su chi l’ha progettato, finanziato e autorizzato. Se mi chiede se Naza romperà il silenzio, le rispondo con onestà che un film non ferma una guerra. Ma il cinema può fare qualcosa che nessun comunicato e nessuna risoluzione riesce a fare: ricostruire la continuità dell’esperienza umana. E questo, in una società che ha imparato a difendersi dal dolore attraverso la distanza, è già moltissimo. Luc Boltanski, con la sua analisi della “sofferenza a distanza” e del ruolo dello spettatore di fronte al dolore altrui, resta il riferimento più autorevole. Vedere un volto, sentire una voce, seguirla per novanta minuti, ci restituisce ciò che il linguaggio delle statistiche ci toglie: la singolarità della vita. E ogni vita umana è singolare, non è mai sostituibile con un numero. Le cause per cui, a ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, il nostro pianeta stia diventando un inferno di guerre e disuguaglianze sono molteplici. C’è la crisi dei meccanismi di regolazione internazionale, costruiti proprio dopo il 1945 e oggi fortemente indeboliti. C’è la disuguaglianza economica globale, che fabbrica risentimento e alimenta narrazioni identitarie semplificate. C’è la rivoluzione informativa, che ha reso ogni conflitto immediatamente visibile e, paradossalmente, anche tollerabile, perché l’abbondanza di immagini produce assuefazione invece che mobilitazione. C’è, infine, una dimensione cruciale: la fragilità del discorso pubblico, la difficoltà crescente a costruire uno spazio condiviso in cui i fatti siano riconosciuti come tali prima ancora di essere interpretati. Da qui nasce il lavoro di educare alla complessità, di formare cittadini capaci di leggere criticamente i codici della comunicazione, senza accontentarsi dello slogan. È lo stesso impegno che provo a portare ogni giorno nelle aule e nelle scuole in cui sono chiamato come formatore: media education, educazione alla cittadinanza digitale consapevole, educazione emotiva. Perché nessuna tecnologia, nessuna piattaforma e nessuna regolamentazione potrà mai sostituire questo percorso. E allora, se questo film è utile, lo è per una ragione che è insieme culturale e civile: ci costringe a guardare dove abbiamo scelto di non guardare. Il silenzio del mondo, temo, è fatto di sguardi distolti. Un’opera cinematografica ci mette davanti a una responsabilità che non possiamo più fingere di non conoscere. Sta a noi decidere se aprire gli occhi basterà a farci agire».

D.: Lo stato di Israele, storicamente e sociologicamente, visto, percepito come un popolo vittima, soprattutto per la tragedia dell’Olocausto, ha mutato e sta mutando immagine a causa della sua risposta militare all’attacco del 7 ottobre 2023. Una reazione israeliana che ha superato e supera ogni proporzione, che ha infranto e infrange i principi fondamentali del diritto internazionale, che sta trasformando la guerra in un massacro colpendo un popolo intero davanti ad un “silenzio del mondo”. Anche questo è una cifra della rivoluzione antropologica che stiamo vivendo? Perché l’Uomo contemporaneo ha difficoltà a dialogare, a negoziare la pace? Come la sociologia può aiutarci a comprendere, come può essere di un qualche aiuto a comprendere il senso delle cose e questo nostro confuso presente?

R: «Sì, le difficoltà che vediamo oggi nel dialogare hanno una radice culturale profonda, che possiamo comprendere analizzando come funzionano la memoria e i moderni mezzi di comunicazione. Dal punto di vista sociologico, sappiamo che la memoria di un trauma subìto nel passato ha una forza immensa per unire un popolo. Tuttavia, nei momenti di grave crisi, c’è il rischio che questa memoria si trasformi in una difesa rigida, che rende difficile accorgersi della sofferenza degli altri. Oggi, nell’era degli smartphone, tutto questo avviene sotto una luce globale e permanente. La reputazione di qualsiasi soggetto, costruita magari in decenni di storia e diplomazia, può essere ridiscussa o logorata in pochissimi giorni a causa del flusso continuo di immagini che viaggia in rete. Se l’uomo contemporaneo fatica a trovare la via della pace, la colpa è anche di tre ostacoli strutturali che caratterizzano la nostra epoca. Il primo è il tempo. La diplomazia e i negoziati di pace richiedono calma, attese e riflessione. Ma la società di oggi, come spiega il sociologo Hartmut Rosa, vive di un’accelerazione continua. I canali digitali pretendono risposte immediate e questo meccanismo finisce per premiare le reazioni d’impulso e l’irrigidimento delle posizioni, cancellando lo spazio per la mediazione. Il secondo è la distanza emotiva. Vediamo i conflitti ogni giorno attraverso uno schermo. Questo ci dà l’illusione di essere vicini a ciò che accade, ma in realtà, come ricordava Zygmunt Bauman, la mediazione di un display toglie il senso di responsabilità. Vedere troppe immagini di dolore, una dopo l’altra, rischia di abituarci alla sofferenza altrui, anestetizzando la nostra empatia. Il terzo è la polarizzazione delle parole. I social network sono progettati per dividerci in fazioni: o si è da una parte o si è dall’altra. In uno spazio pubblico così frammentato, chi prova a cercare un compromesso o una sfumatura perde visibilità, perché gli algoritmi premiano i messaggi più netti e semplificati. In un presente così confuso, il compito della sociologia non è quello di dare giudizi di valore o decidere chi ha torto, ma quello di offrire un metodo. Serve a separare i fatti dalle loro rappresentazioni e a educare alla complessità. Il nostro dovere di docenti e formatori è proprio questo: insegnare a comprendere i meccanismi della comunicazione per aiutare la società a ritrovare gli strumenti dell’ascolto e del dialogo».

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