Il saggista e docente dell’Università di Messina: «Il punto più delicato riguarda proprio il tema della solitudine. Laddove i legami si fanno fragili, dove il dialogo si impoverisce, dove gli adulti arretrano dal proprio compito educativo, la tecnologia tende a occupare il vuoto. E allora la chatbot può apparire come l’amico perfetto, l’assistente sempre disponibile, l’interlocutore che non giudica. Ma una società che affida alle macchine il compito di colmare la fame di ascolto rivela una crisi più profonda: la povertà relazionale»
La stagione estiva con la fine di luglio è uno dei momenti di massima intensità vitale che trasforma tutto ciò che ci sta attorno ma anche, è forse soprattutto, quello che abita dentro di noi.
Nel Novecento, ma anche ai nostri giorni, dallo scrittore e saggista Alberto Moravia al docente e scrittore Alessandro D’Avenia i giorni dell’estate sono intesi come un “vuoto da riempire, come il tempo perfetto per coltivare il proprio «fuoco» interiore, gli affetti più cari, i desideri più autentici”.
Cent’anni fa, il filosofo tedesco Martin Heidegger nella sua opera principale Essere e tempo (Sein und Zeit) indagava il senso dell’essere partendo dall’Uomo, dalla sua progettualità. L’essenza dell’Uomo risiede, sta nella sua esistenza e nella temporalità, intesa come passato, futuro (appunto la progettualità) e il presente.
In questi ultimi mesi, dopo la pubblicazione della sua prima lettera enciclica dedicata alla “custodia della persona umana nel tempo dell’IA” papa Leone XIV ci ricorda e scrive che «stiamo vivendo una rapida frase di transizione, un “cambiamento d’epoca” […] che impone alla nostra coscienza domande decisive, che non possono più essere eluse: dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?» (Magnifica humanitas, 6).
Per rispondere a questi interrogativi il pontefice richiama alla nostra attenzione, alla nostra memoria-cuore due immagini bibliche: la costruzione della torre di Babele (Genesi 11,1-9) – una «costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza» (Magnifica humanitas, 7) – e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme, un progetto di rinascita attraverso la “responsabilità condivisa”, una ricostruzione portata avanti dall’ebreo Neemia al servizio del re persiano Artaserse.
Lo scorso mese di giugno sul palcoscenico del grandioso teatro greco di Siracusa veniva allestita la tragedia «I Persiani» di Eschilo dove protagonista è il re Serse, il padre di Ataserse. Una tragedia, un capolavoro d’umanità nella quale Eschilo mette in scena l’hybris, la superbia, la tracotanza, la perdita del senso del limite, della misura che ancora oggi agitano, turbano i nostri cuori, le nostre menti.
Ritorniamo a dia-logare con il professore Francesco Pira, Associato di Sociologia all’Università di Messina, di ritorno da due importanti missioni all’estero in Romania (Docente in una Summer School all’Università di Timisoara) e in Spagna (Chair e Relatore al Congresso della Federazione Spagnola di Sociologia) e alla vigilia di un importante appuntamento alla Camera dei Deputati dove interverrà martedì 28 luglio ad un incontro sulla Violenza di Genere. Lo abbiamo sentito per aiutarci a comprendere e a vivere meglio le fragilità di quest’epoca segnata dalla perdita del senso del limite, da parole che umiliano, uccidono e contrappongono, da violenza e cyberviolenza.
D.: In questi ultimi decenni le rivoluzioni tecnologiche stanno segnando, passo dopo passo, una modificazione del nostro essere uomini. La tecnica sta rappresentando e segnando un punto assolutamente nuovo nell’orizzonte umano da chiederci: “che cosa possiamo fare noi con le nuove tecnologie? O meglio, che cosa le nuove tecnologie possono fare della nostra umanità? Come e con quali strumenti «non dobbiamo temere di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo»? (MH, 16).
R.: È importante sottolineare che non si tratta di strumenti neutri, ma di ambienti progettati per orientare i comportamenti degli utenti. Le piattaforme digitali sono costruite con l’obiettivo di catturare l’attenzione, mantenerla il più a lungo possibile e stimolare un coinvolgimento continuo. Le notifiche, ad esempio, richiamano costantemente l’utente, mentre le offerte personalizzate aumentano la probabilità di spesa. I sistemi di ricompensa sono calibrati in modo da alternare momenti di gratificazione a fasi di attesa, generando una tensione emotiva che spinge a continuare. Lo smartphone rappresenta il dispositivo simbolo di questa trasformazione. In un unico oggetto si concentrano funzioni diverse che un tempo erano separate: è allo stesso tempo luogo di gioco, spazio di consumo e ambiente relazionale. La sua disponibilità continua e la sua dimensione privata rendono ancora più difficile riconoscere e controllare i comportamenti a rischio. Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dall’intelligenza artificiale, che sta progressivamente trasformando il modo in cui le piattaforme interagiscono con gli utenti. L’AI consente di analizzare enormi quantità di dati e di individuare pattern comportamentali sempre più precisi. Questo significa che i sistemi digitali sono in grado non solo di osservare ciò che facciamo, ma anche di anticipare le nostre scelte e di influenzarle. La prevenzione rappresenta l’elemento chiave per affrontare il problema in modo efficace. Intervenire quando la dipendenza è già strutturata è molto più difficile e spesso meno efficace rispetto a un’azione precoce. Per questo è fondamentale promuovere una cultura della consapevolezza. Le persone devono essere messe nelle condizioni di comprendere i meccanismi che stanno dietro alle pratiche di gioco e alle dinamiche digitali. Solo attraverso la conoscenza è possibile sviluppare una reale capacità di scelta. L’educazione digitale diventa quindi uno strumento essenziale, ma deve essere accompagnata da un’educazione emotiva. Riconoscere le proprie fragilità, gestire le frustrazioni e sviluppare un rapporto equilibrato con il rischio sono competenze fondamentali per prevenire comportamenti patologici. In questo percorso, è importante valorizzare anche la consapevolezza già presente, soprattutto tra i giovani, molti dei quali riconoscono i rischi legati a un uso eccessivo delle tecnologie. Questo rappresenta un punto di partenza su cui costruire interventi educativi più efficaci.
D.: Papa Leone XIV parla e definisce le scoperte tecnologiche come “un talento consegnato all’umanità perché lo faccia fruttare” (MH, 9). Ma osservando i nostri convulsi, narcisistici, tumultuosi stili di vita oggi sembrerebbe che il motore, il cervello dell’odierna humanitas non risiederebbe più nel cogito, nel pensiero ma solo in un fare (meccanico, individualistico) tutto e subito con un clic o scrollando lo smartphone e, infine, in un coito non educato, violento, bestiale. In quest’epoca segnata sempre più dalla robotica, dalle intelligenze artificiali sembrerebbe che l’intelligenza umana stia regredendo, si sia istupidendo?
R.: La prospettiva dell’enciclica è chiara: la tecnologia non è un nemico da demonizzare, ma neppure una forza neutrale da accettare passivamente. Va orientata. Va interrogata. Va inscritta dentro un’antropologia che non smarrisca il volto dell’altro. In questo senso, il riferimento alla famiglia è tutt’altro che marginale. Parlare di persona, di dignità, di bene comune, di cura e di giustizia significa inevitabilmente parlare di famiglia, perché è nella famiglia che la persona impara, o dovrebbe imparare, il valore dell’attenzione, della reciprocità, del limite, della tenerezza, del rispetto per la fragilità. Se l’intelligenza artificiale entra nelle case come assistente, consigliera, mediatrice di scelte, supporto alla cura o strumento educativo, la domanda fondamentale non è soltanto che cosa sa fare, ma che cosa produce nei rapporti. Rafforza la prossimità o la indebolisce? Aumenta la libertà o alimenta dipendenze? Facilita la cura o anestetizza la presenza? Qui il magistero di papa Leone XIV appare di straordinaria attualità. L’enciclica invita a non scambiare l’efficienza con il bene, la connessione con la comunione, la velocità con la sapienza. In questo senso, la famiglia torna ad essere il primo laboratorio di umanizzazione del digitale.
D.: L’uomo come singolo o le comunità stanno diventando “materiale della tecnica”? Avvertiamo il rischio, o forse lo stiamo già vivendo, come non sia solo l’Uomo a usare la tecnica. La tecnica sta diventando il mondo in cui viviamo: dov’è, dove sono lo spazio per i dia-loghi, le relazioni, i processi di crescita e le progettualità?
R: Viviamo in una società in cui le tecnologie digitali ridefiniscono continuamente i confini tra pubblico e privato, tra online e offline, tra presenza e distanza. L’infosfera, per dirla con il professore Luciano Floridi, non è più uno spazio separato dalla vita reale: è l’ambiente dentro cui la vita sociale si svolge. E dentro questo ambiente, la famiglia non può restare spettatrice. Deve diventare soggetto educativo attivo, capace di comprendere i linguaggi della tecnologia senza farsi condizionare da essi. Educare oggi significa anche aiutare figli e figlie a riconoscere le manipolazioni, a distinguere informazione e persuasione, relazione e simulazione, presenza e surrogato affettivo. Il punto più delicato riguarda proprio il tema della solitudine. Laddove i legami si fanno fragili, dove il dialogo si impoverisce, dove gli adulti arretrano dal proprio compito educativo, la tecnologia tende a occupare il vuoto. E allora la chatbot può apparire come l’amico perfetto, l’assistente sempre disponibile, l’interlocutore che non giudica. Ma una società che affida alle macchine il compito di colmare la fame di ascolto rivela una crisi più profonda: la povertà relazionale. In quest’era di frammentazione e performatizzazione, la pausa estiva e l’«esame» di coscienza a cui siamo chiamati servono proprio a questo: ricomporre i frammenti della propria identità. La pausa non è un semplice “spegnimento”, ma il momento prezioso in cui ci si ferma a valutare non quanto abbiamo prodotto, ma chi stiamo diventando. In questa prospettiva, anche il “digiuno” da smartphone cambia significato: diventa un atto di liberazione. Come ci avverte l’enciclica, non possiamo lasciare che la tecnologia domini l’umanità. Il digiuno è il passaggio da una condizione di sudditanza – in cui siamo narcisisticamente chini su uno schermo che ci svuota – a una di sovranità critica. In questa prospettiva la dimensione tecnologica diventa cosciente e non più soggetta a processi manipolativi indotti. L’estate come scrivono Moravia e D’Avenia è il tempo per coltivare il «fuoco interiore». Per ritrovare noi stessi. Per leggere dentro di noi. Fermarci è indispensabile.
D.: La settimana scorsa è uscito in tutte le sale cinematografiche The Odyssey di Christopher Nolan. Lo ha visto? L’Odissea è uno dei libri che ha costruito la nostra civiltà occidentale e non solo. Un capolavoro che appartiene da sempre ad ogni uomo, ad ogni donna. Un poema raccontato e trascritto più di 3000 anni fa e che racconta il dopo della guerra descritta, narrata nell’Iliade. È un classico sul ritorno a casa di un uomo. Un uomo che cerca la sua isola, Itaca, la moglie, Penelope, il figlio, Telemaco e il proprio nome. L’Odissea è un racconto fondativo. Quanto i classici possano aiutarci e a in-segnarci, a mettere un segno di qualità nelle esistenze dei nostri giorni? Il regista Nolan non parla del mondo greco. Parla del nostro mondo. Parla al nostro mondo. Un mondo che continua a proclamarsi, superbamente, fondato su valori come la pace, la tolleranza, la dignità della persona umana, sul diritto internazionale e che, invece, è attraversato e insanguinato da più di cinquanta guerre. Un mondo che ha fatto entrare dentro le sue mura “tanti cavalli di Troia”.
R.: Mi occupo da anni del rapporto tra nuove tecnologie, intelligenza artificiale e conflitti armati, e non posso presentare questo libro senza collocarlo nel contesto comunicativo in cui è nato. La guerra in Ucraina è stata, fin dal suo primo giorno, anche una guerra dell’informazione. Una guerra combattuta con droni e missili, certo, ma anche con algoritmi, deepfake, bot, narrazioni costruite a tavolino per plasmare l’opinione pubblica globale. In un articolo che ho scritto sulla guerra e l’intelligenza artificiale ho citato le parole di Papa Francesco al G7 di Borgo Egnazia: “In un dramma come quello dei conflitti armati è urgente ripensare lo sviluppo e l’utilizzo di dispositivi come le cosiddette ‘armi letali autonome’ per bandirne l’uso. Nessuna macchina dovrebbe mai scegliere se togliere la vita ad un essere umano”. Parole che non sono solo un appello etico, ma una analisi sociologica precisa: quando deleghiamo alla macchina la decisione di uccidere, stiamo compiendo un atto di abdicazione morale che ha conseguenze irreversibili sulla struttura della responsabilità umana. In Ucraina i robot killer, i droni autonomi, i sistemi di intelligenza artificiale per la selezione dei bersagli sono già realtà operative. Il conflitto russo-ucraino è stato definito “la prima guerra dell’IA” proprio perché ha visto per la prima volta l’uso sistematico di sistemi autonomi letali su scala industriale. Questa non è fantascienza: è il presente di una guerra che Iacomini ha vissuto sulla propria pelle, con le sirene dell’app Air Alert che suonavano ogni notte, con i droni che sorvolavano Mykolaïv, con il coprifuoco che svuotava le strade al tramonto. Ma la guerra dell’IA non si combatte solo con le armi. Si combatte anche con le parole, con le immagini, con le narrazioni. La disinformazione è diventata una delle armi più efficaci di questo conflitto. Ho seguito dall’inizio la comunicazione di Putin e di Zelensky, e quello che ho osservato è un laboratorio comunicativo senza precedenti nella storia moderna. Putin ha costruito una narrativa interna fortissima, fondata sulla paura dell’Occidente e sul mito della Russia assediata, distribuita attraverso media controllati dallo Stato e amplificata da reti di bot sui social media internazionali. Zelensky ha fatto qualcosa di completamente diverso: ha trasformato la propria presenza comunicativa in uno strumento di mobilitazione globale, usando i social media con una fluidità e un’efficacia che nessun leader occidentale aveva mai dimostrato in una situazione di crisi. Due comunicatori straordinari, due strategie opposte. E in mezzo, milioni di persone normali che cercavano di capire cosa stesse succedendo davvero, navigando in un oceano di notizie vere, false, manipolate, contestualizzate male o decontestualizzate deliberatamente. In un mio articolo sulla guerra in Ucraina ho scritto che le immagini trasmesse ogni giorno dalle televisioni e dai social network ci lasciano attoniti e fanno paura ai nostri bambini e ai nostri ragazzi. Ho incontrato preadolescenti e adolescenti nelle scuole sconvolti dall’idea di una guerra nucleare imminente, convinti che qualcuno potesse schiacciare un pulsante e ucciderci tutti. Quella paura non era irrazionale: era il prodotto di un sistema comunicativo che aveva amplificato i toni apocalittici senza fornire gli strumenti per leggere la realtà con equilibrio.
