Se perdere il padre significa imparare a vivere

Articolo di Francesco Pira

Una riflessione che parte dalle rivelazione intima e profonda del cantante Nek: “la fede in Cristo mi ricorda che mi è stata fatta una promessa importante. Siamo eterni, anche se non immortali. Quando scompare una persona cara, oppure quando guardo il mondo di oggi e vedo tante cose che mi fanno soffrire, sento comunque che non tutto va perduto”

C’è un ricordo che torna spesso, come un’eco lontana. Riguarda un consiglio che ripeteva sempre mio padre Gino: “devi essere sempre sincero e leale”. Avevo tredici anni quando me lo disse, prima di perderlo per sempre. Erano parole semplici, di quelle che da ragazzo ascolti senza afferrarne il peso. Eppure, a distanza di anni, pesano come pietre. Difficile esserlo sempre, sinceri e leali. Ancora più difficile esserlo con chi indossa una maschera e recita una parte. Alessandro Morandotti, noto aforista, ha scritto: “la sincerità è un articolo di lusso dal prezzo elevatissimo: l’isolamento”. Niente di più vero, niente di più attuale. Quindi sinceri, leali, ma soli.

Mi ha fatto riflettere, in questi giorni, l’articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano scritto da Francesco Canino, dal titolo “La perdita più difficile? Quella di mio padre. Ma la fede in Cristo mi ricorda che mi è stata fatta una promessa importante. Siamo eterni, anche se non immortali: così Nek”. Si tratta di una rivelazione intima e profonda che il cantante ha affidato a Vanity Fair, in occasione della sua partecipazione al BCT, il Festival della Televisione e del Cinema di Benevento. L’ho letta d’un fiato, e poi l’ho riletta, perché parlava di me. Parlava di quel vuoto che si apre nel petto quando, da ragazzo, vedi svanire la presenza di tuo padre e nessuno ha parole abbastanza grandi per spiegartelo.

Canino ricostruisce con delicatezza il racconto di Nek, riconfermato in giuria a The Voice Senior e Kids, che si apre in maniera generosa sulla morte del padre, avvenuta nel 2012. Il cantante di Sassuolo la definisce “la perdita più difficile”. Poi, continua: “Certo, c’è il lato spirituale che cerco di coltivare ogni giorno, ma c’è anche quello umano, che soffre la separazione. La nostra natura è caduca, nulla dura per sempre. Eppure mi piace pensare che siamo eterni, anche se non immortali”.

Sono parole che mi sono entrate dentro. Perché è proprio così: siamo fragili, destinati a morire. Ma non vuol dire che tutto sparisca, che nulla resti. La morte è la tenebra più pesante, ammette Nek, eppure la fede è stata e continua ad essere un grande supporto: “La fede in Cristo mi aiuta a ricordare che mi è stata fatta una promessa importante”. È una visione che gli è stata insegnata e che ha coltivato, fino ad arrivare alla consapevolezza che“quando scompare una persona cara, oppure quando guardo il mondo di oggi e vedo tante cose che mi fanno soffrire, sento comunque che non tutto va perduto”.

C’è un insegnamento, però, che il padre di Nek gli ha lasciato e che mi ha toccato profondamente: “bisogna vivere, e non sopravvivere”. Tanto che lui non ha paura di definirsi “semplicemente un uomo innamorato della vita”. Qui mi sono fermato. Perché è quello che mio padre mi ha trasmesso, senza teorie, senza manuali, solo con la sua vita. E vorrei poter parlare oggi con lui. Raccontargli della nostra società, di chi siamo e dove andiamo. E soprattutto con chi interagiamo ogni giorno, in un vero e proprio festival dei rapporti liquidi e delle ipocrisie. E la guerra, le guerre. E ancora il cattivismo, la malvagità. Incomprensibile.

Mi piacerebbe parlarne con mio padre, che mi ha insegnato a sognare e perdonare. Quegli insegnamenti non verranno mai abbandonati: rimangono vivi, intatti, come una bussola che continua a indicare la direzione anche quando il cammino si fa oscuro.

La sociologia contemporanea ci aiuta a comprendere quanto il dolore della perdita non sia solo una faccenda privata, ma attraversi e plasmi il modo in cui ciascuno si relaziona al mondo. Zygmunt Bauman, parlando dei legami nella modernità liquida, ha mostrato come tendano a diventare fragili, intercambiabili, facili da sciogliere. Viviamo in un tempo in cui tutto scorre, tutto si consuma, perfino gli affetti sembrano negoziabili. Ebbene, in questo scenario, la memoria di un padre perduto troppo presto diventa un’ancora, un punto di riferimento, un fondamento da cui ripartire.

Ripenso ai suoi sguardi, alle sue battute, ai suoi sorrisi, a quanto mi manca. E allora torno a cercarlo, a parlargli, a non smettere di pensarlo e di vivere insieme a lui come ho sempre fatto. Sapendo che è sempre accanto a me. Come recita una frase molto nota, attribuita alla fotografa Anne Geddes, “ogni uomo può essere padre. Ci vuole una persona speciale per essere un papà”. La dedico a mio padre, che era un papà straordinario.

Forse è qui il punto. Nek racconta di una fede che non anestetizza il dolore, ma gli dà senso. Io racconto di un padre che non c’è più, ma che continua a parlarmi. Due storie diverse, due figli diversi, un’unica verità: chi si ama davvero non sparisce. Si trasforma. Abita in noi. La separazione umana fa male, la natura è caduca, nulla dura per sempre. Eppure qualcosa resta. Resta l’insegnamento. Resta l’esempio. Resta quel “devi essere sempre sincero e leale” che mio padre disse a me quando avevo tredici anni, come se intuisse che quello sarebbe stato il suo insegnamento più grande e il più importante.

Vivere, non sopravvivere. È il compito che ci lasciano i padri che se ne vanno troppo presto. Non chiudersi nel lutto, ma portarlo con sé come si porta un nome: senza mostrare la ferita a tutti, ma sapendo che è lì, e che proprio da lì, dal dolore, può nascere la forza. In un mondo di legami fragili, di ipocrisie, di guerre e crudeltà, essere rimasti leali e sinceri è già una vittoria. È già un modo di dire che non tutto è perduto. È già un modo di dimostrare che si può essere eterni, anche se non immortali.

E allora, che la voce di Nek e il ricordo di mio padre si incontrino in un’unica speranza: non tutto si spegne. Si può guardare il mondo, con tutte le sue cicatrici, e scegliere comunque di amarlo. Si può perdere l’uomo più importante della propria vita e decidere, ugualmente, di essere uomini innamorati della vita. Perché i padri non se ne vanno davvero. Continuano ad abitare dentro di noi in ogni scelta e in ogni parola. E da lì continuano, ogni giorno, a guidare i nostri passi.

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