Intervista con l’egittologo il professore Lorenzo Guardiano

Articolo di Pietro Salvatore Reina

«Alla ricerca dell’antico Egitto dimenticato» non è solo un celebre volume di Jean Vercoutter, per un decennio direttore dell’Istituto Francese d’Archeologia Orientale, ma è anche la “parabola di vita” del giovane Lorenzo Guardiano, egittologo dell’Università degli Studi di Milano, autore de «Il Cielo dei Faraoni. I soffitti astronomici nell’Egitto del Nuovo Regno» (Milano University Press, 2024) e dallo scorso febbraio per il Mulino «Alessandria d’Egitto. Storia di una capitale del mondo antico». L’archeologo Guardiano da anni osserva il cielo alla ricerca di segni che custodiscono memorie e scava nella terra per portare alla luce quanto è stato dissotterrato.

Per lui, l’Egitto è un mondo di grandiosi templi, statue colossali, di pietre e piramidi che incastonate nella sabbia lungo il corso del Nilo svettano verso il “cielo” dei Faraoni. L’Egitto è una ragione di vita: le pietre vive egizie non solo hanno costruito una civiltà millenaria ma costruiscono, scavo dopo scavo, missione dopo missione, la sua cultura, la sua vita.

D.: Come è nata la passione di leggere e scavare nelle pieghe dei geroglifici e nel cielo sopra le piramidi? Qual è la prima immagine o figura antica egizia che ha mosso il desiderio di camminare, viaggiare, immergersi in una delle più affascinanti e millenarie civiltà del passato?

R.: Il mio primo incontro con l’Egitto è stato, per così dire, insolito. Non posso riportare l’esperienza, tanto comune da essere diventata ormai un classico, “da bambino sognavo di fare l’archeologo e di scavare tra le piramidi”. Nulla di tutto ciò, dal momento che da bambino volevo studiare fisica, e per la precisione astrofisica. Il desiderio di dare completezza alla mia formazione mi indusse al termine della terza media a iscrivermi al Liceo Classico proprio per approfondire una parte di cultura umanistica che all’università avrei necessariamente dovuto trascurare. Le lezioni di diversi eccellenti insegnanti, però, mi fecero innamorare dell’antico e scelsi così di iscrivermi in Lettere Classiche.

Torniamo però all’Egitto. Il primo incontro con l’Egitto non fu durante un viaggio né sui libri di carta, ma attraverso la musica. Durante gli anni scolastici portavo avanti parallelamente gli studi di pianoforte che completai, pochi mesi prima della maturità, con il Diploma di Conservatorio. In quegli anni suonavo e ascoltavo moltissimo e avevo una vera passione per la musica che avesse un carattere esotico e orientale. In alcuni casi l’Egitto era esplicitamente evocato, come ad esempio il Quinto Concerto per Pianoforte e Orchestra in Fa maggiore di Camille Saint-Saëns, il cui secondo movimento contiene una melodia che il compositore ascoltò da alcuni barcaioli di Luxor e valse all’opera il nome di “Concerto Egiziano” (cui ho dedicato anche alcuni studi storici in questi anni). In altri, invece, ero io a sentire l’Egitto laddove magari il compositore voleva descrivere altro: è il caso di alcuni passaggi del Secondo e del Quarto Concerto per Pianoforte e Orchestra di Sergej Rachmaninov.

Questi brani, con i loro modi orientali, conducevano la mia fantasia esattamente in un punto preciso della Terra: il deserto. Il deserto è stato protagonista della mia adolescenza, sebbene non l’avessi visto personalmente. E alla fine è stato proprio il deserto a condurmi in Egitto.

All’università avevo la possibilità di affiancare agli esami di latino e greco anche alcuni corsi di approfondimento e la mia scelta non poté non ricadere sull’Egittologia proprio per quell’amore per il deserto che la musica mi aveva sempre ispirato. Studiando Egittologia ho potuto fare conoscenza diretta con la terra che avevo sempre sognato e in quegli anni decisi che avrei fatto l’egittologo.

Fondamentalmente posso dire che l’Egitto soddisfaceva pienamente un lato costante della mia persona che è la ricerca dell’altrove. Questo altrove non è soltanto un luogo ma è anche un altrove immateriale, ad esempio una scrittura. Il motivo per cui mi iscrissi in Lettere Classiche era la passione per la lingua greca che rispetto al latino aveva, ai miei occhi, il vantaggio di essere scritta con un alfabeto diverso da quello che utilizziamo tutti i giorni. Era dunque un altrove letterario, un posto che non tutti conoscevano. Da qui si comprende cosa fu per me l’incontro con i geroglifici: una scrittura che si nasconde in misura molto maggiore all’intellezione comune proprio grazie alla sua natura non alfabetica. Ciò che mi piace di più dell’Egitto è effettivamente la scrittura geroglifica che non ho mai smesso di tenere al centro di ogni mia ricerca (sono per formazione filologo ed epigrafista). Ma non basta: ho scoperto che se i geroglifici erano un codice molto complesso di scrittura conosciuto da una parte ristretta della popolazione (ma questo, tutto sommato, era un lato comune a molte civiltà antiche nelle quali l’oralità prevaleva sulla scrittura), vi era una forma di geroglifici ancora più elitaria e meno conosciuta: la crittografia. La crittografia geroglifica, presente in Egitto fin dagli albori, acquista una dimensione letteraria di ampio respiro solo nel Nuovo Regno (1550-1069 a.C.) con i testi cosmografici di cui mi sono occupato durante il dottorato di ricerca. Divenne poi una forma di scrittura ancora più praticata nei templi greco-romani, come quelli di Edfu o di Esna, prendendo il nome di “geroglifico tolemaico”, in cui i segni potevano essere letti secondo principi diversi e più complessi della norma. Ecco, l’Egitto offre non solo un altrove geografico, ma anche moltissimi altrove intellettuali e tutto ciò non smetterà mai, credo, di affascinarmi.

Ho iniziato ricordando la mia passione giovanile per l’astrofisica. Durante gli ultimi anni di università, ho seguito un corso sulla letteratura cosmologica e astronomica egiziana. Ho ritrovato un altro altrove: quello delle stelle, ma questa volta le stelle egiziane. Il cerchio si chiudeva: potevo unire l’amore per le stelle a quello per l’Egitto (come avevo fatto in precedenza studiando la musica egiziana). Da qui scaturì la mia ricerca di dottorato sull’astronomia egiziana e sui testi astronomici (e spesso crittografici) racchiusi nei soffitti delle tombe e dei templi del Nuovo Regno. Ecco com’è nato Il Cielo dei Faraoni.

D.: Se nel primo libro ha indagato le misteriose vie del cielo e nell’ultimo le strade, le tante vite di Alessandria d’Egitto quali altri “mondi” risorgeranno nella scrittura del prossimo libro?

R.: In realtà, il prossimo libro, già terminato, dovrebbe essere annunciato nei prossimi mesi. Non posso, pertanto, anticiparne il contenuto. Ma mi piace l’uso della parola “mondi”, perché quello che vorrei emergesse dal libro è proprio l’esistenza di diversi mondi, tutti racchiusi in una stessa civiltà. Una civiltà che non può essere banalizzata o ridotta alla sola “civiltà delle piramidi” o “delle mummie”, perché è infinitamente di più. In Egitto fiorì una letteratura meravigliosa, che anticipa di diversi secoli moltissime delle tematiche che ritroviamo nella letteratura che, per tradizione, definiamo “classica”. La scienza raggiunse livelli ragguardevoli, così come l’architettura e l’arte, in tutte le fasi della storia faraonica. Spero di poter rendere giustizia, anche in minima parte, a questa impressionante ricchezza.

D: C’è qualche lezione che noi uomini del terzo millennio d.C. possiamo e dobbiamo imparare dalla straordinaria civiltà degli Egizi?

R.: Io ho studiato l’astronomia egizia e sono rimasto impressionato dall’intimità che gli Egizi avevano con il cielo stellato. Un’intimità che noi abbiamo completamente perso per il semplice fatto che non riusciamo più a vederlo. Le nostre luci elettriche hanno spento il cielo. E le stelle, che hanno parlato per millenni a filosofi e poeti, da Saffo a Leopardi, ispirando domande struggenti sul senso di tutto, hanno smesso di parlarci. E oggi assistiamo a certe megalomanie, credo, anche perché non siamo più abituati a vedere la volta stellata sopra di noi, che ci ricorda che siamo esseri minuscoli, ancorati a uno scoglio che naviga nell’universo, e che la nostra condizione è estremamente fragile, proprio perché fragile è la zattera che ci tiene a galla in questo mare infinito.

Gli Egizi avevano un rapporto di intimità non soltanto con le stelle ma con tutto il mondo naturale. La loro stessa scrittura utilizza elementi di questo mondo, come animali, astri, montagne, piante ecc. e io trovo commovente che essi scrivessero il mondo “con il mondo”. In effetti la loro visione del mondo non era mai banale o scontata: la Via Lattea era il corpo di una bellissima dea nuda che ingoiava il sole al tramonto per partorirlo al mattino, le meteore erano lacrime delle stelle che piovevano sulla terra, il sole e la luna erano gli occhi di una stessa divinità. Questa fantasia enorme non era priva di significato, ma ispirata a quanto loro vedevano tutti i giorni e interpretavano in modi sempre nuovi. E tutto ciò che costruivano, per quanto grandioso, era in perfetta armonia con il mondo che osservavano, mai in contrapposizione. Le facciate turrite dei templi costituiscono la forma dell’orizzonte caratterizzato dalle due colline, tra le quali sorge o tramonta il sole (esattamente come il geroglifico dell’orizzonte, akhet): una scena familiare a chiunque frequenti l’Egitto con una certa assiduità. Le stesse piramidi, che sono la forma più imponente dell’architettura egizia, sono il raggio del sole pietrificato e le loro sagome si fondono perfettamente con il deserto circostante.

Questa intimità con la natura che portò gli Egizi a uniformare qualunque espressione della loro civiltà ai paesaggi meravigliosi che vedevano è la lezione più bella e importante che possiamo apprendere dagli antichi Egizi. Noi oggi ci imponiamo sulla natura, con risultati che si rivelano devastanti soprattutto per noi stessi, e non riusciamo più a cogliere la bellezza di un mondo che ci è dato osservare e amare tutti i giorni e che non conosciamo più.

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