Il Board of Peace è completamente fallito perché nessuna delle parti in guerra ha disarmato e il dispiegamento di una forza multinazionale (International Security Force), composta da 32.000 uomini – 20.000 soldati e 12.000 forze dell’ordine – incaricata di garantire la sicurezza durante la transizione, non è mai avvenuto. Proprio oggi, venerdì 14 agosto 2026, apprendiamo, per il tramite della stampa (per capirci: anche quella filoisraeliana), che l’ambasciatore USA in Israele ha definito i coloni che attaccano il villaggio palestinese di Qusra terroristi. Peraltro, l’IDF (l’esercito israeliano) non si è mai ritirato: di più, il 1° agosto scorso un alto funzionario israeliano ha dichiarato che non ci sarà alcun ritiro dall’attuale linea gialla, che corrisponde a circa il 70% del territorio di Gaza. Anche la questione degli aiuti ricorda un ulteriore fallimento: il progetto israelo-statunitense della Gaza Humanitarian Foundation, nato per creare un sistema alternativo all’ONU per la distribuzione degli aiuti, è stato chiuso dopo un anno di tensioni e oltre mille civili uccisi durante le consegne. Inoltre, l’attuazione dell’ultima fase della road mapp per il cessate il fuoco, entrato in vigore lo scorso ottobre e violato da Israele 3.000 volte (!), è completamente bloccata: in pratica, l’esercito israeliano continua a bombardare la Striscia nella totale impunità. Dunque, “Gaza” – come ha scritto già più di due anni fa lo strorico Enzo Traverso – continua ad essere “davanti alla Storia” e sulla base della definizione di genocidio fornita dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1948, a fine gennaio
2024, la Corte Internazionale di giustizia ha lanciato l’allarme e ha intimato alla comunità internazionale di prendere provvedimenti per porvi fine. Infatti, il concetto di guerra non è del tutto appropriato per definire ciò che sta avvenendo a Gaza, dove non si stanno scontrando due eserciti; al contrario, una sofisticatissima e potentissima macchina bellica sta metodicamente eliminando un insieme di centri urbani abitati da quasi due milioni e mezzo di persone. È una distruzione a senso unico, continua, inesorabile. Non siamo in presenza di due eserciti, visto il divario incommensurabile tra Tsahal e Hamas, ma di esecutori e vittime, e questa è appunto la logica del genocidio.
La distruzione di Gaza è l’obiettivo dell’offensiva israeliana.
Su questa linea di denuncia del genocidio di Gaza si muove la studiosa Valentina Pazé, Filosofa della politica, la quale prende in esame nel suo Le parole della guerra, appena pubblicato da Bollati Boringhieri, cinque lemmi fondamentali: Democrazia, Difesa, Genocidio, Diritto, Diserzione.
Genocidio vuol dire analizzare la questione di Gaza: oltre 100.000 sarebbero i palestinesi trucidati secondo uno studio pubblicato dalla rivista scientifica “The lancet Global Health”, ma questo numero non comprende le morti indirette, “al rallentatore”, per fame, freddo, carenza di cure mediche, accresciuta vulnerabilità alle malattie, che si stima siano destinate a superare da tre a quindici volte quelle dirette. I feriti sono circa 180.000, molti dei quali, nell’indisponibilità di altre cure, destinati a far lievitare il numero già esorbitante degli amputati (negli ultimi mesi
senza anestesia), per il quale la Striscia di Gaza vanta un macabro record. Pressoché totale è stata la distruzione del tessuto urbano ed extraurbano della Striscia: case, strade, terreni coltivabili, scuole, università, ospedali, moschee, chiese, mercati, musei, infrastrutture elettriche e fognarie, a disegnare un quadro per il quale si prestano particolarmente bene neologismi talvolta abusati come <<urbicidio>> ed <<ecocidio>>.

Scrive Pazé:<< Oltre ai numeri dello sterminio, a essere scioccanti sono le sue modalità: bambini che arrivano all’obitorio con una pallottola in testa; neonati lasciati morire nelle incubatrici senza elettricità; morti di fame, freddo, malattie, nel contesto di una carestia e di un’emergenza sanitaria intenzionalmente provocate; assassinio deliberato e sistematico di giornalisti, operatori dell’ONU, personale medico e sanitario, bollati a seconda dei casi come terroristi sotto copertura o “scudi umani”, sacrificabili in base ad algoritmi che considerano accettabile sopprimere fino a cento vite per eliminare un sospetto affiliato di Hamas. […]>>.
È difficile definire guerra un massacro di questa natura e di queste proporzioni, anche tenendo conto delle caratteristiche ibride di molti conflitti degli ultimi decenni, in termini di dispiegamento di mezzi e perdita di beni e vite umane. Diamo di nuovo la parola a Valentina Pazé e continuiamo a leggere cose terribili:<< Il che rende ciò che è avvenuto a Gaza davvero paradigmatico della trasformazione della guerra in “battuta di caccia”. Non solo. È ben strana una guerra di questa intensità che non genera flussi di profughi, come quelli approdati ovunque in Europa dall’Ucraina o dalla Siria o dalla Libia (con destini molto diversi in termini
di accoglienza, a seconda del colore della pelle). Qui i profughi non ci sono (quasi) stati per il semplice motivo che non c’era – e per molti non c’è tuttora – una via di fuga: neanche i classici salvacondotti per donne e bambini, malati, anziani, soggetti vulnerabili, se non in rari casi a totale discrezione delle autorità israeliane. Perché, sin dall’inizio, è stato deciso che << non ci sono civili innocenti a Gaza>>, i palestinesi sono << animali umani>>, i loro figli non sono bambini come gli altri, ma terroristi in miniatura. E che, di conseguenza la punizione per l’attentato di Hamas sarebbe stata collettiva e diretta contro l’intera popolazione della Striscia, sigillata entro un fazzoletto di terra circondato da tutti i lati, privato deliberatamente di cibo, acqua, medicinali, carburante, elettricità. Più che di guerra, […], si potrebbe parlare di assedio medievale […], “un caso da manuale di genocidio”, come scriveva il docente di studi sull’Olocausto e sul genocidio Raz Segal fin dall’ottobre del 2023, prendendo sul serio le dichiarazioni di intenti, poi effettivamente tradottesi in realtà, dei vertici della politica israeliana.
Ma noi non smetteremo mai di denunciare il genocidio di Gaza, le guerre dell’imperialismo e del sionismo, le aggressioni ai popoli e agli stati che vogliono vivere in pace e nella ricerca di vie di sviluppo alternative a quelle dell’occidente sempre in crisi.
