Il professore dell’Università di Messina: «il recente episodio del furto delle opere di Antonello al Museo peloritano, il bisogno di pace, la violenza e la cattiveria, l’estate e le vacanze come tempo di riflessione e rielaborazione. Usciamo dalla centrifuga. Basta improvvisazione dobbiamo lasciare alle nuove generazioni una società migliore».
Questo tempo di vacanze, questo spazio svuotato, per tanti, dalla routine lavorativa lo abbiamo riempito di relazioni autentiche, di esperienze profonde, di sport, di letture? In questo periodo la stessa “natura”, ad es., con la spettacolare eclissi del Sole, per noi in Italia più parziale, e il cielo stellato della notte di san Lorenzo come palcoscenico dei nostri sogni e desideri ci ha insegnato e ci insegna a rigeneraci, a trovare nuovi equilibri. Poi arriva un’alba, come quella di ieri mattina, il giorno dopo il Ferragosto, che sfregia la nostra storia, la nostra identità: il furto al MUME di opere di uno dei più grandi artisti del Quattrocento, Antonello da Messina, Messina è la città cha dato il nome all’artista che stamattina si è trovata mutilata, offesa, svuotata. Antonello è un grande pittore Antonello, di più, è la nostra luce, o una delle nostre luci di questa bellissima ma disgraziata terra.
Le luci non solo quelle del Sole, della Luna, dell’Arte ritorneranno a splendere, come capita oramai da circa 46 anni, nel Meeting di Rimini. Guarda caso quest’anno ha per titolo l’ultimo verso della Commedia di Dante «L’amor che move il sole e l’altre stelle». Un titolo scelto per indicare la forza, le forze capace di unire il nostro pianeta ferito, malato, ecc. Quest’anno al Meeting accanto a san Francesco d’Assisi, di cui si ricordano gli ottocento anni della morte, si vuole riscoprire un’altra grande figura quale quella di Giorgio La Pira, il più grande testimone del secolo scorso di quella «pace disarmata e disarmante» evocata da subito da papa Leone XIV. dall’attuale Pontefice. Il Meeting sarà un palcoscenico, un cielo o un “ponte” per favorire il dialogo, l’amicizia, la pace tra noi uomini, tra i diversi popoli.
Di questi argomenti torniamo a parlare con il professore Francesco Pira in questi giorni in vacanza nella sua Licata, in procinto di affrontare in Calabria due eventi a Cittanova dove presenterà il libro del prof. Francesco Rao “Il Welfare Generativo in Calabria- Istruzioni per l’Uso” e a Roccella Jonica dove invece parlerà del volume che firmiamo insieme “Conversazioni sull’Umanità”.
D.: Ieri questa terribile notizia del furto al MuMe di Messina. Lei insegna nella città dello Stretto. Quale è stata la sua prima sensazione dopo aver appreso quello che era accaduto? Come giudica la narrazione di questo fatto di cronaca sia da parte dei media che sui social network?
R.: Ho avvertito subito un senso di smarrimento. Per deformazione ho subito pensato ad una fake news. Poi sui social ho letto i post di giornalisti messinesi e subito dopo le prime notizie sui quotidiani on line. Ho provato subito una sensazione di perdita di qualcosa di grande che ci appartiene. Che è per Messina storia, identità, capacità di resistere anche al terremoto ma non all’intraprendenza dei ladri, che celebrati come novelli Arsenio Lupin, sapevo avrebbero guadagnato subito ampi spazi sui media e tanti commenti sui social network. Ho ripensato subito ad una domanda che mi sono spesso fatto: quanto la città era consapevole del valore inestimabile delle opere che sicuramente fanno gola a collezionisti di tutto il mondo. Ho pensato che era impossibile che non ci fosse un sistema di sicurezza capace di fermare chi voleva trafugare queste opere. Invece nell’era della sorveglianza è successo. Adesso è giusto un richiamo alla responsabilità. È una delle cose su cui in questa calda estate siamo stati costretti a riflettere. Le faccio un esempio pratico: qualcuno si è posto il problema di un eccessivo surriscaldamento del pianeta e di quello che sta provocando in Italia e nel mondo. Pensate ai danni alla nostra Sicilia dopo l’eruzione dell’Etna e la chiusura dell’aeroporto. La mia paura è che per il Museo, così come per la chiusura dell’aeroporto di Catania e i danni incredibili al sistema economico siciliano, si procederà con il solito scaricabarile e le solite polarizzazioni politiche. Mi ricorda una commedia scritta da Luigi Pirandello e Nino Martoglio “Cappiddazzu paga tuttu” nel 1917. La trama narra di invidia, falsi affetti e ingordigia, inventando un americano ricco pronto a distribuire danaro a tutti. Oggi la sensazione che abbiamo invece che lo Stato Cappiddazzu non è più in grado di pagare per chi decide di non assumersi le responsabilità.
D.: Quali sono oggi le strategie comunicative, sociali, culturali che davvero possono essere ponti, palcoscenici, cieli e mari dove favorire il dialogo, l’amicizia, la pace tra noi uomini, tra i diversi popoli?
R.: In questo momento si avverte sul tema della Pace incomunicabilità e irresponsabilità. Vorrei richiamare le parole pronunciate da Papa Leone XIV durante il suo viaggio apostolico a Monaco: la pace non è un’utopia astratta, ma una scelta concreta, quotidiana, che passa attraverso la liberazione da ciò che schiavizza l’uomo. In un tempo segnato da conflitti diffusi, tensioni geopolitiche e trasformazioni tecnologiche profonde, il suo appello assume un valore che travalica i confini religiosi per diventare un messaggio universale. Il Papa parla di una condanna, quella di Gesù, come frutto di una “volontà precisa e ponderata”, nata da “un calcolo politico”. Parole che non appartengono soltanto al passato, ma che interrogano il presente: “l’agire occulto di potenti autorità, pronte a uccidere senza scrupoli. Non è quello che accade oggi?”. È una domanda retorica, ma allo stesso tempo attuale. Ancora più incisiva è la denuncia dell’idolatria contemporanea: “un potere che si è fatto predominio, una ricchezza che degrada in bramosia, una bellezza truccata in vanità”. Qui il Pontefice introduce una chiave interpretativa profondamente sociologica: l’idolo non è solo religioso, ma culturale. È ciò che riduce lo sguardo umano, lo restringe, lo impoverisce. “Gli idolatri sono dunque persone di corte vedute”, incapaci di riconoscere l’altro come fratello. E poi l’appello, che si fa quasi grido: “Non abituiamoci al fragore delle armi, alle immagini di guerra! La pace non è mero equilibrio di forze, è opera di cuori purificati”. In queste parole si condensa una visione alternativa del mondo: la pace non come tregua, ma come trasformazione profonda delle relazioni.
D.: Il tempo di essere, di vivere in pace, in vacanza non vale per tutto il nostro globo terrestre. La pace, il desiderio di pace, la visione di pace – nata, ottanta anni fa, alla fine della Seconda guerra mondiale – oggi sembra archiviata. Oggi in più di cinquanta Paesi ci sono guerre. C’è il flagello della guerra. Nelle guerre dimenticate, soprattutto in tempo di vacanza, ci sono bambini soldati che vengono arruolati, che uccidono, che sono uccisi? Qualche settimana fa, è stata lanciata una petizione per conferire il Premio Nobel della Pace ai bambini di Gaza. Cosa ne pensa? La petizione dovrebbe forse essere allargata a tutti i bambini e le bambine che non conoscono la pace ma muoiono a causa della guerra?
R.: Se leggiamo queste affermazioni alla luce dei conflitti contemporanei, il loro significato si amplifica. Dalla guerra russo-ucraina alle tensioni persistenti nel Medio Oriente, fino al conflitto che coinvolge l’Iran, emerge con chiarezza un dato: la violenza non è mai casuale, ma il risultato di decisioni, strategie e interessi. Proprio come nella condanna di Gesù, anche oggi si intrecciano paura, calcolo e volontà di dominio. Questo scenario può essere interpretato attraverso le parole di Zygmunt Bauman, che ha descritto la modernità liquida come un contesto in cui le relazioni si fanno fragili e l’altro rischia di diventare invisibile. In una società che perde il senso della responsabilità reciproca, la guerra diventa più pensabile, più giustificabile. Allo stesso modo, Johan Galtung, padre degli studi sulla pace, ci ricorda che la violenza non è solo diretta, ma anche strutturale: è inscritta nei sistemi economici, politici e culturali che producono disuguaglianza ed esclusione. In questo quadro, l’idolatria denunciata dal Papa assume un volto concreto: è il culto del potere geopolitico, del profitto economico, della supremazia tecnologica. Oggi le guerre non si combattono soltanto con armi tradizionali, ma sempre più con sistemi avanzati, droni autonomi, algoritmi predittivi. L’intelligenza artificiale, che potrebbe essere uno strumento di progresso, viene piegata a logiche distruttive. Si sviluppano tecnologie capaci di “decidere” chi colpire, riducendo ulteriormente la responsabilità umana. È una deriva che inquieta profondamente: l’uomo delega alla macchina ciò che non dovrebbe mai essere delegato, ovvero la scelta sulla vita e sulla morte. A questo si aggiunge un ulteriore rischio, più sottile ma altrettanto pericoloso: la progressiva anestesia delle coscienze. Quando la guerra diventa mediata da schermi e algoritmi, il dolore dell’altro appare distante, quasi irreale, e si perde il senso concreto della sofferenza umana. Così, mentre cresce la potenza degli strumenti, rischia di indebolirsi la capacità etica di chi li utilizza, aprendo la strada a una disumanizzazione silenziosa ma profonda. In questo contesto, le parole del Papa acquistano un’urgenza nuova. Quando afferma che “ogni vita spezzata è una ferita al corpo di Cristo”, richiama una verità antropologica prima ancora che teologica: la vita è sempre relazione, e ogni violenza rompe un tessuto che riguarda tutti. La proposta del Premio Nobel per la Pace ai bambini di Gaza può essere interessante se diventano i portavoce di tutte le piccole e i piccoli uccisi nel mondo. In tutti i conflitti. Le bambine e i bambini nascono per vivere, crescere, studiare, giocare, sognare. Non per morire di fame o uccisi da fucili, carri armati o droni. Nella mia vita ho visto morire bambini all’Ospedale di Bagdad, durante una mia esperienza da giornalista nel 1992, per mancanza di latte o medicine. Ho visto in India bimbi morire di fame. Anche loro meritano il Nobel, così come lo meritano quelli che riescono a resistere, a crescere senza i loro genitori. Vittime di una società in cui ribadisco manca il senso di responsabilità e rispetto dell’altro.
D.: Il tempo delle vacanze può bastare, può servirci a farci riflettere che dovremmo vivere meglio, vivere e aiutarci a vivere bene, con intelligenza, il tempo presente e a non oltrepassare i limiti, a non essere soggetti alla violenza ma a riscoprire la bellezza e l’arte della parola, all’arte della costruzione di relazioni che sembra abbondonata e che invece, narcisisticamente, è solo sempre più copiosa nelle chat?
R.: Una società bella non è soltanto una società ordinata, pulita, esteticamente gradevole. È una società che si prende cura dei più fragili, che non lascia indietro chi non ha voce, che riconosce il valore delle vite marginalizzate. La cura delle persone è la prima forma di estetica civile. C’è bellezza in un gesto di ascolto, in una parola che non umilia, in una comunità che non abbandona. C’è bellezza in una scuola che accoglie, in un ospedale che non tratta il malato come un numero, in un’amministrazione che pensa ai bisogni reali dei cittadini, in una città che rende accessibili i suoi spazi anche a chi è più vulnerabile. Oggi, però, rischiamo spesso di separare la bellezza dalla giustizia. Ci preoccupiamo dell’immagine, meno della sostanza. Vogliamo città attrattive, ma non sempre città inclusive. Vogliamo corpi perfetti, ma non sempre relazioni sane. Vogliamo profili social curati, ma non sempre vite capaci di cura. Questa separazione è pericolosa perché produce un’estetica vuota, una bellezza senza responsabilità. Accanto alla cura delle persone c’è la cura dei luoghi. Anche i luoghi possono essere feriti. Possono essere abbandonati, deturpati, consumati, dimenticati. Una città trascurata comunica disamore. Una piazza degradata comunica indifferenza. Un paesaggio rovinato comunica l’idea che il bene comune non appartenga davvero a nessuno. L’estetica della cura riguarda anche questo: il modo in cui abitiamo gli spazi. Le strade, le scuole, le biblioteche, i teatri, i lungomari, i quartieri periferici, i centri storici, le campagne, il mare. Ogni luogo porta con sé una memoria e una responsabilità. Non basta dire che la Sicilia è bella. Bisogna chiedersi se siamo all’altezza della sua bellezza. La cura dell’ambiente non è un tema lontano dalla bellezza. È forse la sua prova più radicale. Non può esserci bellezza in un territorio devastato, in un mare inquinato, in un paesaggio sacrificato all’incuria o all’interesse immediato. La bellezza è fragile, e proprio per questo chiede responsabilità. La bellezza diventa responsabilità quando smette di essere soltanto ciò che guardiamo e diventa il modo in cui scegliamo di vivere. Diventa responsabilità quando ci spinge a prenderci cura delle persone, dei luoghi, dell’ambiente, della memoria. Diventa responsabilità quando non accetta l’indifferenza.
