L’Arte: Agapè e risveglio

Articolo di Bartolomeo Di Giovanni

La luce del mattino è sempre la più bella.

È una luce sincera, delicata, capace di rivelare dettagli che durante il giorno rischiano di passare inosservati. Forse è per questo che ho scelto di salutare la mia mostra “Corona di Fiori e di Spine” proprio al mattino, davanti a un buon caffè e a nuove conversazioni. (Antonio De Renzo).

Domenica 28 giugno, dalle ore 10:30, finissage della mostra personale di Antonio De Renzo:

Corona di fiori e di spine.

Titolo evocativo che conduce alla riflessione verso la vita e tutto ciò che ci circonda. La filosofia ha dibattuto a lungo sul peculiare tema dell’arte come risveglio dal dolore, e quindi Corona di Spine è proprio un cappello adatto.

Ad accogliere sarà Opera Caffè, il nuovo caffè letterario di Brescia, Piazzale Papa Giovanni XXIII, n 13: uno spazio dedicato all’arte, alla cultura e agli incontri autentici, dove ogni dettaglio invita alla condivisione e alla scoperta.

C’è una domanda antica che attraversa ogni cultura e ogni epoca: perché l’essere umano crea? Le risposte sono molte, ma una ricorre con insistenza particolare — l’arte nasce spesso dal dolore. Non come sua semplice espressione, ma come sua trasformazione. Già Aristotele intuiva qualcosa di decisivo parlando di catarsi: la tragedia non si limita a rappresentare la sofferenza, ma la attraversa e la purifica, producendo nel pubblico un effetto liberatorio. Il dolore messo in scena diventa dolore condiviso, e nella condivisione si alleggerisce. L’arte non rimuove la ferita — la rende visibile, le dà forma, la inscrive in un orizzonte di senso. Nietzsche, in La nascita della tragedia, vede nell’arte la risposta dionisiaca al caos dell’esistenza: l’uomo greco, consapevole della fragilità della vita, non si rifugia nell’illusione ma crea forme belle proprio sull’abisso. L’arte è il modo in cui la vita dice sì a se stessa nonostante il dolore, anzi attraverso il dolore. Creare non è fuggire dalla sofferenza — è abitarla con dignità. Dare forma al dolore è già un atto terapeutico. Quando il pittore Francis Bacon ritrae corpi distorti e urlanti, non celebra la sofferenza — la contiene. La tela è un confine: il dolore informe diventa figura, e la figura può essere guardata, elaborata, tollerata. Lo stesso accade nella scrittura: Virginia Woolf trasformava i suoi abissi interiori in prosa luminosa, non per negarli ma per abitarli

diversamente. Qui entra in gioco la prospettiva fenomenologica. Merleau-Ponty ci insegna che il corpo non è semplice strumento ma luogo dell’espressione, se non l’espressione stessa , noi siamo Corpo che si esprime, così, giustamente sostiene il pedagogista Simone Digennaro.

Il pittore, e tutti gli artisti, non riproducono il mondo ma lo esprimono attraverso la propria carne, il proprio sangue, proprio come la fronte del Cristo mentre andava sul Calvario, ma ecco che avvenne il miracolo della resurrezione. L’artista che crea dal dolore non descrive un’esperienza passata — la rivive e la trasforma nel gesto stesso del creare. Il corpo che dipinge, scrive, suona, danza, non è neutro: porta con sé le sue ferite e le rielabora nel movimento creativo. L’ermeneutica aggiunge un’ulteriore dimensione: l’opera d’arte, una volta creata, si distacca dall’intenzione dell’autore e acquista significati nuovi. Come osserva Ricoeur, il testo — e per estensione ogni opera — apre un mondo possibile che il fruitore abita. Così il dolore di un artista diventa risorsa per chi legge, guarda, ascolta: si trasforma in esperienza condivisa, in riconoscimento reciproco. E appunto diventa una spina fiorita. Chi si ferma davanti a un’opera e sente qualcosa muoversi dentro di sé sta compiendo un atto empatico nel senso steiniano: si orienta verso l’esperienza altrui mantenendo la propria identità. Non si confonde con l’artista, ma lo incontra. Il dolore dell’altro diventa comprensibile, e in quella comprensione qualcosa si allenta.

Questa è la funzione curativa dell’arte nella sua forma più profonda: non la rimozione del dolore, non la sua esibizione compiaciuta, ma la sua elaborazione simbolica condivisa. L’arte crea uno spazio, quello Donald Winnicott chiamava spazio transizionale — dove l’esperienza interiore più difficile può essere avvicinata in modo protetto, giocato, trasformato. L’arte non cura solo chi la crea. Cura anche chi la riceve, e cura le comunità, i canti dei popoli oppressi, le lamentazioni funebri, i rituali estetici del lutto in ogni cultura: l’arte ha sempre svolto una funzione di elaborazione collettiva del dolore. Dare forma condivisa alla sofferenza significa riconoscere che nessun dolore è completamente privato — e questo riconoscimento è già, in sé, una forma di guarigione. Le pratiche contemporanee di art therapy raccolgono questa eredità millenaria e la portano in contesti clinici: non per fare dell’arte uno strumento, ma per restituirle la sua funzione originaria di mediazione tra mondo interiore e mondo condiviso. Pur non guarendo, l’arte apre una possibilità rara: quella di stare nel dolore senza esserne distrutti, di dargli una forma senza ridurlo, di condividerlo senza perderlo. In questo senso, ogni vera opera d’arte è un atto di coraggio — e ogni incontro autentico con essa, un piccolo atto di cura. Come scriveva Rainer Maria Rilke: bisogna vivere le domande, non pretendere le risposte. L’arte è forse il luogo dove le domande più difficili — quelle nate dal dolore — imparano finalmente a respirare.

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