Sull’amore tra Virgilio e Napoli racchiuso per sempre nelle Georgiche

Articolo di Armando Giardinetto

“Talem dives arat Capua et vicina Vesevo ora iugo et vacuis Clanius con aequus Acerris” – Una tal terra ara la ricca Capua e la costa vicina al Vesuvio e il Clanio non mite ad Acerra spopolata – sono alcuni dei versi del IV libro delle Georgiche, opera che testimonia il grande amore che Virgilio, Sommo Poeta latino, provava per Napoli e i napoletani.

Sull’antica Via Puteolana, nell’odierna zona di Piedigrotta, in un parco che dà sulla meravigliosa baia, si può ammirare la tomba che la tradizione attribuisce a Publio Virgilio Marone, per tutti semplicemente Virgilio. Sul cenotafio di epoca romana, privo infatti delle sue ceneri, trafugate secoli fa e a tutt’oggi disperse, c’è una frase in latino che racchiude tutta la sua vita: “Mi ha generato Mantova, la Puglia mi rapì la vita, ora Napoli mi conserva; cantai pascoli, campagne, eroi”.

Virgilio morì a Brindisi il 21 settembre diciannove anni prima che nascesse Cristo, la morte sopraggiunse per un’insolazione, ma non tutti i biografi sono d’accordo su questo punto, quello che invece sappiamo di certo è che le sue ceneri vennero portate a Napoli, forse per volere dell’imperatore Ottaviano Augusto; che aveva poco più di 50 anni, quando si abbandonò al sonno eterno; che aveva scritto, tra altre cose, l’Eneide, destinata alla distruzione, anche perché non l’aveva ancora terminata, le Bucoliche e le Georgiche, opere di grande valore letterario, più tardi prese in considerazione da Dante. Virgilio, a Roma, dopo gli studi di filosofia, retorica, grammatica e oratoria, venne iniziato all’avvocatura, tuttavia era così timido che la sua prima causa risultò un totale fallimento per via della balbuzie, di cui soffriva. Così, grazie al suo amico, il consigliere dell’imperatore, Gaio Mecenate, si portò nei pressi di Napoli, in quella che oggi si chiama Orta di Atella, dove gli venne assegnato un podere. Ebbene, in terra campana non solo seguì gli insegnamenti della scuola epicurea, soggiornando a Posillipo nella villa di Sirone, che poi erediterà, ma terminò anche di scrivere le Bucoliche e, grandemente ispirato dalla campagna campana, iniziò certamente un altro grandioso scritto, le Georgiche, che proprio a Mecenate dedicò.

Se i napoletani dell’antichità e del Medioevo amarono profondamente Virgilio, scegliendolo come protettore della città, una sorte di San Gennaro ante litteram, dal canto suo il poeta ricambiò il nobile sentimento. La sua fama di grande intellettuale, di taumaturgo e di mago, lo fecero entrare nelle simpatie dei napoletani che a lui ricorrevano per ogni difficoltà.

Tante, infatti, sono le leggende che legano Virgilio alle sorti della città e dei suoi abitanti: quella famosissima dell’uovo che egli stesso avrebbe posto nelle segrete del castello omonimo, sul quale dipendeva il destino di Napoli; quella dei pesci che, grazie a un suo sortilegio, si sarebbero moltiplicati nella baia davanti agli occhi tristi dei pescatori a seguito di pesche infruttuose; quella della mosca d’oro che, grazie alle sue formule magiche, prendendo vita, sarebbe riuscita ad allontanare un’invasione di insetti che certamente avrebbero portato pestilenze.

Oppure quella, proprio come farà San Gennaro nel ‘600, di tenere a bada il Vesuvio; quella che, a seguito di una magia, avrebbe scavato in una sola notte la Crypta Neapolitana; quella legata al lago d’Averno, dove si trova, secondo i suoi scritti, la porta dell’Ade, luogo esatto ove Enea incontra lo spettro del padre, Anchise, e quella che vede, per ulteriore incantesimo, la nascita di un orto con erbe medicinali nei pressi di Montevergine (IV Libro delle Georgiche): “I napoletani gli avevano dato il soprannome di Phartenias… Sembra addirittura che su questi monti vi fosse un giardino, coltivato dallo stesso poeta, dove si trovava ogni sorta di erba medicinale […]. La leggenda racconta che dove ora sorge il Santuario di Montevergine, durante l’epoca pagana, vi fosse un tempio eretto per il culto della Dea Cibele… Lo stesso Virgilio sembra essere stato un devoto […]. Lo stesso nome del monte… sembra essere derivato da Mons Virgilianus (Monte Virgiliano) [..]. Fatto sta che… a circa 1370 metri vi è una ridente pianura tutt’oggi nominata Orto di Virgilio”, scriveva Pino Eremita in Flora Officinale Spontanea dell’Appennino. Pare che, prendendo a cuore i partenopei, propose all’imperatore Augusto, con il quale aveva stretto un’ottima amicizia, di migliorare alcune infrastrutture di Napoli, non solo facendo costruire l’acquedotto del Serino, che dai monti di Avellino portava l’acqua in città, ma anche varie statue di abbellimento, oggi non più esistenti.

Quanto alle Georgiche, poema didascalico diviso in 4 libri, fu pubblicata nel 29 a.C. e l’ispirazione maggiore gli venne certamente dalla malinconia e dalla spensieratezza dell’infanzia ormai lontana, tuttavia ciò che spinse Virgilio a scrivere quest’opera grandiosa fu la campagna campana e tutto ciò che la circonda. I terreni fertili dell’entroterra della suddetta regione erano per lui sinonimo di pace, gli davano una sorte di protezione, da qui scrisse sugli instancabili contadini che, nonostante vivessero nella povertà e nella fatica, erano da lui invidiati perché lontani dalle guerre civili sparse qui e là nell’Impero: “Io, Virgilio, vivevo nel dolce grembo di Partenope e fiorivo nell’arte di un ozio inglorioso”. Nel testo le descrizioni dei campi coltivati e dei fiumi che li bagnano, dei rigogliosi prati e dei numerosi frutteti, delle greggi che pascolano tranquilli, dei meravigliosi vigneti, del poderoso bestiame, sono di grande fascino: “Quella terra che esala una nebbia sottile e fiumi che svolazzano qua e là, che beve l’acqua… e veste sé della sua erba sempreverde… quella è ferace di olio […]”. Inoltre tutto si muove in luoghi emblematici, dai Campi Flegrei a Capua, definita granaio di Roma; da Acerra ad Ercolano; dal Monte Taburno al fiume Tanagro e poi c’è Cuma con il famoso antro, da dove la Sibilla evocava Apollo. Nelle Georgiche Virgilio dedica, altresì, un vasto capitolo alle api, insetti necessari all’uomo per il loro buonissimo frutto: il miele. È davvero singolare l’ammirazione del Poeta per queste creature laboriose, fedeli, comunitarie e per tale motivo suggerisce di tutelarle e proteggerle, dando delle indicazioni sull’arte dell’apicoltura, metafora di un’ideale società umana: deve essere posizionata in un luogo isolato, non fortemente ventilato e neppure esposto al sole cocente, vicino a un ruscello profumato da piante della macchia mediterranea, ma soprattutto non deve essere raggiunto dalle greggi, da altri piccolini animaletti e uccelli. Specificamente, nel I libro, il poeta si sofferma sulla coltivazione dei cereali e dei metodi usati; sulla bravura dei pastori e degli agricoltori nel prevedere le sciagure climatiche; sulle guerre civili, sulle devastazioni conseguenziali ad esse e sulle speranze di pace riposte in Augusto; nel II parla della coltivazione della vite e dell’olivo; nel III del bestiame e delle tecniche legate ad esso e nel IV dell’apicoltura. Inoltre va sottolineato che nel suddetto testo si nomina per la prima volta in letteratura il nome proprio del Vesuvio. L’origine del termine è a tutt’oggi incerta, alcuni pensano che provenga da radice indeuropea “aues” o “eus”, che significa rispettivamente “illuminare” e “bruciare”; altri discutono l’ipotesi che essa provenga dalla parola sanscrita “vasu”, che vuol dire “fuoco”; altri ancora pensano che la parola derivi dal fatto che in antichità il vulcano fosse consacrato a Ercole, figlio di Giove, e sappiamo che uno degli appellativi di Giove era Hýēs ovvero “colui che fa piovere”, per questo motivo Ercole sarebbe diventato Hyḗsou hyiós cioè il “figlio di Hýēs”, da cui deriverebbe Vesuvius.

In conclusione si può certamente affermare che Virgilio, così come testimonia l’opera Georgiche – lavori della terra – era fortemente affascinato dalla Campania e da Napoli. Per la prima volta fu lui a essere stregato da cotanta bellezza naturale.

Non sappiamo perché rimase così coinvolto dalla grazia di questi luoghi, forse perché nelle sue vene scorreva, per genetica, sangue campano dal momento che la madre, Magia Polla, discendeva dalla Gens Magia, originaria di Capua o forse per un altro motivo.

Tuttavia, immaginarlo, mentre scrive le Georgiche nella villa sulla collina di Posillipo, ereditata da Sirone, perdendosi nei suoi pensieri, guardando le albe e i tramonti sulla baia di Napoli, è a dir poco affascinante, così come è affascinante il fatto che il Sommo Poeta dell’antichità desiderasse una società serena, senza guerre, seppur lavorando la terra, quella terra napoletana che gli dava tanta pace.

Una società ideale, ordinata, sacrificata così come quella delle instancabili api che, collaborando amorevolmente tra loro, fanno il bene di tutta l’arnia. Così dovrebbe fare l’uomo: imparare dalle api.

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