Il sogno di tutti è lavorare il meno possibile guadagnando il più possibile: gli influencer ci sono riusciti, ma a quale prezzo?

Articolo di Frank Iodice

Stanotte nella 307, una junior suite, c’è l’influencer brasiliana, credo, o magari portoghese, ma forse anche italiana perché con me ha parlato in italiano, Cindy Carvalo, o Carvahlo, o Carvhalo, non mi ricordo dove si mette la H, ma da qualche parte si deve mettere per forza sennò non sarebbe più un’influencer ma una ragazza qualunque, magari una normalissima studentessa, un’appassionata di una qualsiasi attività al mondo, una lettrice, una pittrice, una nuotatrice, una persona umana, frangibile, modesta, timida.

Quanto era bella la timidezza quando esisteva ancora, faceva avvicinare le persone piano piano l’una all’altra, e poi nel momento in cui ci si toccava era come toccare un animaletto segreto. Io questa Cindy, o Susy, l’ho vista solo per un attimo, perché di mestiere faccio il guardiano notturno e a volte, quando arrivo, i clienti sono già tutti in camera a dormire o a fare l’amore tra di loro o con le prostitute del Pâquis, per cui mi capita di fare un check-in ogni tanto, ma solo ogni tanto, o di dare una chiave o due a qualcuno che rientra dopo le undici.

Non vi ho detto che l’albergo in cui sto lavorando è a Ginevra, in Svizzera, si chiama Les Armures, è nella vecchia città, la gente cerca di sfruttare più che può una camera che ha pagato nel migliore dei casi intorno ai trecento franchi, vi rendete conto, trecento franchi, io fino a qualche tempo fa con trecento euro ci campavo un mese o forse anche due, perché per cena mangiavo zuppa di acqua e marmellata con il pane secco. Adesso sono capitato qui, ma è solo per scontare una condanna, poi me ne vado, me ne torno a Nizza, almeno credo, se non schiatto prima alla vista di questi idioti che gettano centinaia di euro per un letto e un po’ di sesso. Che poi, detto tra noi, il sesso dovrebbe essere gratis. O no?  

Ma tornando a Tracy, o Lisa, ho visto questa ragazza, molto carina, molto felice di sapere che io e i miei colleghi dovevamo aver letto la sua lettera, inviata alla direzione prima di arrivare dal Brasile, o dal Portogallo, o dall’Italia, non ho ancora capito. Io ho quasi quarant’anni (questa è un’altra premessa che non vi ho ancora fatto) e non ho più voglia di sorridere per finta o essere gentile per finta, sto qua dietro perché avevo bisogno di soldi, ho una figlia di tre anni e a Nizza si guadagnava una miseria, per cui raramente sorrido a un cliente, il più delle volte mi limito a dargli la chiave e con quel gesto, senza guardarlo negli occhi, il cliente capisce da solo, senza alcun bisogno di spiegarglielo, che sto qua solo in veste di guardiano notturno e qualsiasi domanda o richiesta di informazioni deve essere rinviata all’indomani, quando arrivano i receptionist con i capelli cortissimi e profumati come i commessi di un negozio di profumi.

Infatti, alla signorina Carvado, o Carvando, o Carvhado, non ho dato neanche la chiave perché se l’era portata in tasca quando era andata a cena. Ora, ecco il motivo per cui avevo iniziato a scrivere questo articolo, o post, o pensiero, non saprei come definirlo: la cena, gli influencer non la pagano, e neanche la camera, e neanche gli extra, insomma, loro non pagano nulla. È tutto spiegato nella lettera che sta lì sulla scrivania, sotto gli occhi di tutti, una bella lettera scritta in un francese non troppo corretto, privo di qualsiasi accento, ma molto essenziale, tu mi dai questo, questo e questo, e io in cambio ti offro questo, questo e questo.

Funziona così la vita degli influencer a quanto pare, tu mi dai tutto gratis e io ti inserisco in un post o in una story, come si dice, e i miei cinquantamila follower leggeranno il nome del tuo albergo nella città vecchia e forse così ti risolleverai da questo periodo pietoso di calo delle prenotazioni, forse farai il completo perché tutta la Svizzera se ne fregherà della diffusione del Covid e domani verrà a Ginevra, all’Hotel Les Armures, per vedere Susy Carvayo, o Cindy, o Daisy, non me lo ricordo più, perché dopo essere partiti, i clienti diventano come i morti, tutti uguali, un nome qualunque su un registro pieno di nomi.  

Ora, qual è il senso di questo mio pensiero. A dire la verità si tratta di invidia, se devo essere sincero, perché io ho passato quattro anni chiuso in un’università, e poi altri quindici chiuso in svariati posti di lavoro, e tutto per potermi permettere di pagare un affitto e mandare mia figlia in una scuola privata con la speranza che non le facciano toccare il telefonino prima dei dieci, dodici anni, magari quindici, magari mai, magari fra dieci anni questi affari diabolici saranno spariti e rimpiazzati con altri affari peggiori, ma per fortuna, mi dico anche, la vita dei guardiani notturni non è poi tanto lunga, per cui se tutto va bene io non assisterò alla trasformazione di mia figlia in Susy Carvado, o Cindy Cavallo, o Stacy, non mi ricordo.

E il bello in tutta questa faccenda dello studio, della cultura, del lavoro, di quella roba che non serve più a niente se tanto basta diventare influencer per guadagnare migliaia di euro in cambio id un post e avere tutto gratis escluso il minibar, ebbene, in tutto questo marasma di angoscia per il mondo che è stato e per quello che sta diventando, ovvero un universo liquido e impalpabile, io, se devo dirvi tutto, sono solo riuscito a trovare i soldi per l’affitto, mentre per quanto riguarda la scuola, dovremo accontentarci di quella pubblica. Perché probabilmente è così che funziona.

A che serve laurearsi, leggere centinaia, forse migliaia di libri, se calcolo che ne compro almeno una decina al mese da almeno una decina d’anni, senza contare quelli che mi regalano o mi spediscono per altre ragioni, a cosa serve tutto questo. Avrei potuto imparare a fotografarmi il culo e a quest’ora, invece di stare in questo back office a scrivere il mio articolo, o post, o pensiero, non so, sarei a letto con una bella prostituta del Pâquis con le labbra rifatte, e magari, con un po’ di fortuna, anche il seno rifatto, perché il silicone è bello dappertutto e se sto qui a parlarne è perché non ho neanche i soldi per una ritoccatina alle parti basse per diventare anche io influencer o magari un attore porno, non si sa mai. 

Ripensando a Linda, o Iris, non ricordo, mi viene in mente che è stato il mio collega, prima di andare via ieri sera, a dirmi che nella 307 c’era una influencer e che per lei tutto era gratis tranne il minibar, e poi, quando è passata davanti a noi me l’ha indicata e mi ha detto: certo che è proprio bella, o qualcosa del genere, forse più volgare, o meno volgare, ma che comunque nella mia testa dev’essersi plasmato a queste parole, perché poi, in fondo, ognuno dà le parole che vuole ai pensieri degli altri. Ad ogni modo, quando quella stessa ragazza è ripassata per chiedere qualcosa, per me si trattava di Lucy, Cindy, sì, insomma, ci siamo capiti, e ho dato per scontato che quel qualcosa che mi stava chiedendo dovesse essere recapitata nella 307.

In altre parole, dopo tutti questi anni passati a fare il guardiano notturno, non ho ancora imparato che sarebbe meglio chiedere il numero di camera ai clienti anziché fidarsi di quello che ti dicono i colleghi. Ora, perché vi racconto questo? Adesso ci arrivo. La nostra Lizzy, che aveva appena cenato con il suo compagno, presumo, e la sua amica, o potevano anche essere la sua compagna e il suo amico, su questo non possiamo mai essere sicuri perché cambia come cambiano i numeri delle camere, allora, dicevo, è passata alla reception e mi ha chiesto di portarle su qualcosa da mangiare, formaggio, salumi, qualsiasi cosa, perché aveva fame. Non mi sono chiesto il perché, ognuno ha il diritto di avere fame quando gli pare, anche dopo cena, per cui sono andato in cucina e le ho preparato un bel vassoio rubacchiando qua e là il formaggio e i salumi.

Ho aggiunto anche il burro, il pane caldo, una mousse al cioccolato con le foglioline di menta offerta dalla casa, che di notte diventa un po’ casa tua, e sono salito al terzo. Ma dopo aver bussato, non mi ha aperto nessuno. Allora per non lasciare la reception incustodita per troppo tempo sono tornato giù, sempre con il vassoio in mano, e ho visto l’amica di Cindy insieme al ragazzo, o amico, o che ne so, seduti a fumare una sigaretta sulla fontana di fronte all’hotel. Questo hotel ha di bello la fontana di pietra di fronte all’ingresso, che in fin dei conti non è neanche sua ma di proprietà pubblica, e poche altre cose. È un anno e mezzo che sto scontando questa condanna e non ho trovato nient’altro che meriti di essere descritto in un articolo, o post o pensiero come questo.

L’amica di Ciryl mi ha detto di insistere, che Cindy di sicuro era in camera e che di sicuro stava aspettando da mangiare perché dopo cena ha sempre fame. Allora sono tornato su, ho bussato di nuovo, quasi mi spezzavo un braccio perché questi maledetti vassoi sono d’argento massiccio e io ho tutti i tendini attorcigliati perché dormo due o tre ore a notte, anzi, al giorno, soprattutto da quando è nata la piccola e non mi decido a smetterla di sprecare tutto questo tempo davanti alla scrivania. Ad ogni modo, la porta è rimasta chiusa anche la seconda volta. Sono ridisceso, ma ho lasciato il vassoio sulla panca che sta di fronte all’ascensore stavolta. Giù, la sua amica era seduta da sola, sulla poltrona della hall, mi ha chiesto se l’avevo trovata e le ho detto di no. Allora vengo su con te, mi ha detto, solo un minuto.

Nel frattempo, stava finendo di fare qualcosa con il telefonino, di sicuro doveva sistemare le foto prese durante la giornata per decidere quale usare per il loro nuovo post su Instagram, il famoso post in cui avrebbero parlato dell’hotel. Io ne ho approfittato per chiamare la 307, dopo tre squilli qualcuno ha risposto, era una voce diversa da quella di Cindy, era una ragazza, giovane, dall’aria malinconica, e parlava in francese. Non ho ordinato alcun assiette valaisanne de viande séchée, mi ha detto, e io mi sono scusato, devo essermi sbagliato di camera, mi perdoni, gliel’ho ripetuto più volte, e lei mi ha risposto ogni volta: non fa nulla, con la sua leggerezza e la sua malinconia. Chissà chi ho svegliato, mi sono chiesto allora, vediamo se domani non mi licenziano anche da qui. L’amica di Sally poi si è avvicinata e mi ha chiesto di andare su con lei.

Io le ho chiesto se la loro camera fosse la 307, e lei mi ha detto: no, è la 407, al quarto. Allora questa ragazza e la sua amica non sono Cindy Carvalo, o Carvallo, mi sono detto. Allora Cindy era l’altra cliente, quella che non ho visto. Quella che ha risposto al telefono, la cliente della 307. Infatti, era scritto sul planning, bastava leggere. E la storia potrebbe essere finita così: sono andato nella 407 insieme all’amica della persona che fino allora avevo creduto essere Sissy, abbiamo aperto con la chiave, e la supposta Cindy infatti non aveva sentito bussare perché era sotto la doccia. Ho lasciato il vassoio sul tavolo, ho salutato la sua amica e me ne sono andato. Ma lo scambio di camere, o di clienti, non saprei, mi ha fatto riflettere su un aspetto di questa storia degli influencer: la coppia di ragazze brasiliane, o portoghesi, o italiane, belle, spensierate, che erano andate a cena con il loro amico, non erano influencer, ed erano felici, o per lo meno erano in compagnia. Lei, invece, a mezzanotte, era già chiusa in camera a dormire.  

Dopo aver lasciato la 407, sono sceso al terzo piano e non so perché sono passato davanti alla 307. Volevo sentire il respiro della porta. Questa cosa del respiro delle porte non la raccontate in giro altrimenti la gente inizia a dire che sono pazzo e sento i respiri delle porte. Ma di notte, credete a me, quando passi tutta la notte nel silenzio di un posto che impari a memoria, hai realmente l’impressione che gli oggetti respirino. È quel respiro di cui si parla nei romanzi, i grandi, non so, Saramago, Onetti, per dirne un paio. Ad ogni modo, la 307 non respirava. Appesa al pomello, c’era la pancarte per ordinare il petit-déjéuner in camera, era compilata – anzi, è compilata, perché ce l’ho qui davanti – con una grafia infantile, con quelle L e quelle H rotondeggianti, proprio come si imparano a scuola.

E allora sento di nuovo quel senso di solitudine di cui cercavo di parlarvi, perché chiusa in camera non c’è una ragazza, ma una bambina, una bambina fragile, indifesa contro il mondo, incapace persino di tracciare una linea retta su una stupida pancarte. Mi ha ricordato le sue foto, quelle che stanno un po’ più giù, o almeno fino a dove ho scorso, non è che potevo passare la notte a guardare le foto di una ragazza di neanche diciannove anni, il più delle volte seminuda, nel computer della reception, ci manca solo che mi prendano per pedofilo, e in quelle più in basso Cindy è poco più che una bambina, una bambina che mi dà l’idea di subire una violenza, la violenza di questo mondo, un mondo che non permette debolezze, ma coltiva cinismo, e a tutti sta bene così, perché il sogno di tutti, in fondo, è lavorare il meno possibile guadagnando il più possibile, e che ci piaccia o no, gli influencer ci sono riusciti. Ma a quale prezzo?  

Il mondo dei social ha stuprato Sidney Carvaño. E tutte quelle che vogliono diventare come lei sono disposte a farsi stuprare dal mondo dei social. Il perché non è facile da spiegare, anzi, si potrebbe, ma non importa a nessuno, perché come tante altre immondizie, questa è roba che frutta troppi soldi, sia alle ragazze come Cinzia sia a quelli che le pagano per pubblicizzare la propria merce. Sally comunque dev’essere ancora una bambina, solo una bambina scrive il suo nome così delicatamente, le parole non mentono, le parole sono pietre millenarie. E non importa se con lei c’è qualcun altro e adesso staranno facendo sesso, lo vedo sul planning che la camera è una doppia, magari stanno bevendo vino e stanno brindando al tour negli alberghi di lusso, tutto gratis escluso il minibar, in cambio di un post, di una story. Queste story maledette hanno svuotato le ragazze come Lucinda, le hanno private della loro verginità, e naturalmente non parlo della verginità che si perde a letto, ma di quella ben più complessa, interiore, spirituale, quella che prima potevamo preservare perché il mondo non la comprava in cambio di follower. Prima non avevamo nessuno da influenzare. Prima, influenza era una parola brutta, l’influenza era una malattia, nessuno sognava di diventare un diffusore di malattie. O no?  

Forse non esistono risposte concrete a fenomeni sociali che non vengono controllati da individui, ma sono il frutto del movimento magmatico della massa, e la massa non ha etica, la massa sopravvive, prepotente, la massa se ne fotte. Ora, in conclusione, voglio lasciarvi con la stessa domanda che sta tenendo sveglio me da ieri notte: e se non ci fossero affatto vittime? se in realtà tutti sfruttassero tutti? Ci sono influencer che si scattano selfie con i loro bambini di pochi mesi, e allora a cosa sono serviti gli anni di sensibilizzazione nelle scuole da parte di enti e privati che si sono sbattuti per spiegare il pericolo di postare la fotografia di un minore? Peggio, ci sono influencer stessi, i baby influencer, che sono a loro volta dei bambini. Allora prima di chiudere questo post, articolo, o solo il pensiero di un guardiano notturno, mi ripeto che il cinismo che regola tutto questo è a forma di stella, va in tutte le direzioni, non risparmia nessuno. 

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