Il sociologo professor Francesco Pira: “la scuola deve tornare luogo di incontro, spazio di relazione e senso”

Articolo di Merelinda Staita

Coltelli in classe, pistole negli zaini, video virali di violenza. Un dialogo con il docente UniMe sul coraggio di non voltarsi dall’altra parte

Questa rubrica, dal titolo Orizzonti Educativi, nasce dall’incontro tra due sguardi: quello di chi la scuola la vive ogni giorno, e quello di chi la attraversa come osservatore, formatore e interprete dei suoi linguaggi. Merelinda Staita, docente di lettere, porta in queste pagine le domande che emergono dall’esperienza diretta in classe, dai corridoi, dalle relazioni con studenti e famiglie. Francesco Pira, Associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi di Messina, autore di oltre ottanta pubblicazioni e formatore in centinaia di istituti italiani, fornisce strumenti critici e proposte pratiche. Insieme esplorano i territori dell’educazione, della violenza, del digitale, della relazione: perché la scuola possa ritrovare il suo centro, e i giovani la loro strada.

“La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci”. Isaac Asimov, scrittore e biochimico russo-americano, tra i più celebri autori di fantascienza del Novecento, scriveva queste parole pensando al futuro e a mondi lontani. Eppure oggi, nelle nostre scuole, in aule che dovrebbero essere luoghi di incontro e crescita, quella violenza si presenta in forma concreta e tangibile. Coltelli nello zaino, pistole scacciacani in tasca, minacce riprese sui cellulari. Parliamo di cronaca nera e di fatti avvenuti in istituti italiani: a maggio, in una scuola del Leccese, un ragazzo è stato trovato con una pistola scacciacani in classe. L’arma, priva del tappo rosso, era custodita nello zaino. I compagni hanno avvertito gli insegnanti, la dirigente ha allertato i Carabinieri, le forze dell’ordine hanno sequestrato il materiale. Il ragazzo, minorenne, è stato promosso. I genitori rispondono di porto abusivo di arma da fuoco in concorso. A Roma, poco prima, un altro studente ha puntato una pistola a salve contro un compagno, dicendogli “Ti sparo”. La scena è stata ripresa, il video è diventato virale.

I numeri sono allarmanti. Quasi novantamila studenti hanno usato armi per ottenere qualcosa da qualcuno. Un dato statistico emerso in Italia dallo studio ESPAD condotto dall’Istituto di fisiologia clinica del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), relativo all’anno 2025 e diffuso all’inizio del 2026. L’abitudine di girare con un coltello in tasca tra i giovanissimi è più che raddoppiata in pochi anni.

Le violenze sessuali che vedono coinvolti i minori sono in costante aumento nell’ultimo decennio, registrando un balzo significativo anche nei reati di gruppo. E l’età dei responsabili si abbassa di continuo, scivolando sotto i quattordici anni, la soglia minima per essere imputabili.

Di fronte a questo scenario, il professor Francesco Pira ci offre le sue chiavi di lettura. Ha dedicato la sua carriera a capire come la società parla, come i media raccontano, come i giovani costruiscono il loro mondo. Svolge un’intensa attività di formazione sui temi della media education, delle fake news e della responsabilità comunicativa, intervenendo come relatore in scuole di ogni ordine e grado davanti a studenti, docenti e genitori. È stato visiting professor presso l’Università Rey Juan Carlos di Madrid, docente Erasmus presso l’Università Marie Curie di Lublino, membro del Comitato Accademico del Observatorio Euromediterráneo de Democracia y Espacio Público, ha partecipato al progetto OIR – Open Innovative Resources per la didattica inclusiva sostenuto dall’Unione Europea. È stato Visiting Marie Curie Staff Member presso il Center for Social Science di Tbilisi nell’ambito del Progetto SHADOW, docente alla International Summer School di Timișoara, chair di un panel al Congresso della Federazione Spagnola di Sociologia a Bilbao. Tra i più recenti incarichi, la nomina a membro dello Steering Committee della 12ª Conferenza Mondiale sui Media e la Comunicazione di Massa – MEDCOM 2027, in programma a Bangkok il 5 e 6 aprile 2027. Nel 2025 è entrato nel Comitato Scientifico dell’Intergruppo Parlamentare sul Digitale e in un gruppo di ricerca del Centro de Investigación Social Aplicada dell’Università di Malaga sulla famiglia digitale in Europa e nel Mediterraneo. È condirettore della rivista Addiction & Social Media Communication, consigliere nazionale dell’UCSI – Unione Cattolica Stampa Italiana, e il quotidiano Avvenire lo ha indicato tra i maggiori analisti italiani del fenomeno delle notizie false. Da oltre un anno è ospite fisso della trasmissione nazionale Fatti di Nera, in onda sul canale 122 del digitale terrestre. Ha ricevuto questa estate quattro riconoscimenti: il Premio UCSI Sicilia a Palermo, il Premio Girasole a Montallegro, la nomina a Socio Onorario del Circolo della Stampa della Locride, il Premio Internazionale Rosa Balistreri a Licata. Nel 2008 è stato insignito dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Sarà la sua voce ad accompagnare stabilmente questa rubrica. Perché il professor Pira, capace di coniugare rigore scientifico e sentimento, sa osservare il disagio giovanile, sa dare un nome alla violenza e indicare percorsi educativi che rifiutano risposte superficiali.

D: Professor Pira, questi episodi di cronaca, uniti alla spettacolarizzazione dei video sui social, ci mettono di fronte a una realtà preoccupante. Le aule sembrano trasformarsi in palcoscenici di aggressività. Cosa sta succedendo nelle nostre scuole?

R: «Per anni abbiamo spiegato la violenza giovanile attraverso quella che la sociologia chiama “medicalizzazione del disagio”, considerandola cioè una patologia individuale: il ragazzo cattivo, la famiglia disfunzionale, il quartiere difficile. Ora i dati ci costringono a un’altra lettura. La violenza si è normalizzata, diffusa, spettacolarizzata. Non è più l’eccezione del deviante, è la regola del competitivo. Pierre Bourdieu, sociologo francese, parlava di “campo sociale”: uno spazio dove si giocano posizioni, si accumulano capitali, si stabiliscono gerarchie. La scuola è un campo sociale, e oggi quel campo è invaso da logiche estranee. L’arma in classe non è solo uno strumento di aggressione: è un segno di status, una protezione percepita, uno strumento di affermazione personale o la risposta a una paura più grande. Cosa fare? La vera urgenza è costruire spazi di ascolto, di mediazione, di relazione. La scuola deve diventare un laboratorio di senso, dove sperimentare relazioni faccia a faccia, praticare il conflitto in modo civile e imparare a gestire gli stati emotivi senza lo schermo interposto. Serve una cittadinanza digitale diffusa: sviluppare la capacità di interrogare criticamente ciò che si trova in rete, di riconoscere le logiche algoritmiche, di capire che dietro ogni piattaforma c’è un modello economico che si nutre del nostro tempo. E serve coinvolgere le famiglie senza colpevolizzarle: comunicazione aperta, condivisione delle preoccupazioni, rispetto della privacy combinato con un accompagnamento attivo. Da anni sostengo la necessità di “Scuole per Genitori”».

D: Lei ha usato una parola forte: spettacolarizzazione. I video sui social, la viralità, l’umiliazione pubblica. Il caso di Roma, dove un ragazzo punta la pistola mentre i coetanei ridono e filmano, è emblematico. Cosa succede quando la violenza diventa uno spettacolo?

R: «Succede che il confine tra reale e rappresentato si dissolve. Guy Debord, filosofo, sociologo e cineasta francese autore de La società dello spettacolo, scriveva che nella società moderna la vita si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Oggi quel concetto va aggiornato. Lo spettacolo non è più prodotto da un apparato centrale: è generato dal basso, da miliardi di cellulari che riprendono, commentano, amplificano. La violenza diventa contenuto, like, condivisione. Chi la subisce è umiliato due volte: per l’atto e per la sua esposizione pubblica. Chi la compie è legittimato dalla platea: i compagni che ridono, i follower che commentano, l’algoritmo che promuove. Questo meccanismo, che io chiamo “spettacolo del male”, produce un trauma complesso. La vittima non solo soffre: si vergogna di soffrire, si sente osservata nel dolore, perde la possibilità di elaborare in privato. E l’aggressore? L’aggressore impara che la violenza paga, che l’attenzione è la moneta più preziosa, che l’impatto emotivo genera visibilità. È un circolo vizioso che solo l’educazione al discernimento può interrompere. Come agire? Formare gli insegnanti a riconoscere i segnali precoci, attivare sportelli di ascolto nelle scuole, promuovere programmi di peer education dove siano i giovani stessi a costruire una cultura del rispetto. E sostenere chi opera sul campo: educatori, psicologi, assistenti sociali hanno bisogno di formazione continua, strumenti concreti, reti di collaborazione».

D: Le statistiche parlano chiaro: l’età della violenza si sta abbassando. Eppure la legge, in Italia, stabilisce che al di sotto dei quattordici anni non vi sia imputabilità penale. Di fronte a episodi in cui l’azione del minore non è punibile e la responsabilità ricade sui genitori, sorge un dubbio: c’è un vuoto normativo, o c’è qualcosa di più profondo?

R: «Il vuoto normativo esiste, ma riempirlo con pene più severe rischia di essere una risposta inefficace. Howard Becker, sociologo statunitense, ha teorizzato l’etichettatura: la devianza non è intrinseca all’atto, ma è il risultato del processo sociale che lo definisce come tale. Quando etichettiamo un ragazzo di tredici anni come criminale, rischiamo di costruire proprio ciò che vogliamo prevenire. Dall’altro lato, l’assenza di conseguenze legittima l’impunità. La vera domanda è un’altra: perché un ragazzo di tredici anni sente il bisogno di un’arma per andare a scuola? La risposta passa attraverso la famiglia, il quartiere, i media, i social, la cultura del maschio dominante, la paura dell’altro. Non è un problema che si risolve in tribunale. La violenza giovanile, specialmente quando si amplifica in rete, richiede un approccio ecosistemico: una sinergia profonda tra scuola, famiglie e istituzioni, dove ogni agenzia educativa contribuisca con le proprie competenze senza delegare la responsabilità unicamente al codice penale o ai giudici».

D: Nel dibattito recente sulla sicurezza urbana, l’immigrazione irregolare viene spesso indicata come una delle cause principali della diffusione delle armi da taglio, con frequenti richiami a presunti retaggi culturali in cui il coltello è simbolo di virilità o affermazione. Quanto c’è di vero in questa lettura e quanto, invece, pesa la componente della marginalità sociale e delle subculture giovanili di strada?

R: «È una lettura pericolosa, perché si ferma alla superficie del problema senza vederne le vere cause. Zygmunt Bauman, sociologo polacco, ha scritto che la modernità liquida produce stranieri ovunque: non solo chi arriva da fuori, ma chiunque non si adegui al modello dominante. Individuare nei migranti la causa della violenza giovanile è un esercizio di “scapegoating”, di ricerca del capro espiatorio. Sì, alcune culture hanno familiarità con le armi bianche. Il punto cruciale, però, riguarda un altro aspetto: perché queste culture, una volta in Italia, trovano terreno fertile per la loro diffusione? Perché i ragazzi italiani imitano, si appropriano e replicano? Perché il modello virilista, la necessità di difendersi e la competizione per il riconoscimento sono già profondamente presenti nel nostro tessuto sociale. La vera urgenza è capire perché il ragazzo senta il bisogno di utilizzare quel coltello. E questa necessità nasce da un intreccio complesso: dalla solitudine e dalla fragilità dei legami sociali, ma anche dal disperato bisogno di appartenenza, di affermazione e dall’influenza di modelli digitali che celebrano la forza. Colpevolizzare i migranti è comodo; ci esime dalla responsabilità di guardare in faccia i nostri fallimenti come società».

D: Il nostro percorso si chiude guardando a chi ogni giorno entra in classe, a chi ogni mattina accompagna un figlio, a chi prova a crescere in un mondo che sembra correre troppo in fretta. Cosa direbbe ai docenti, alle famiglie, ai giovani che leggono questa conversazione?

R: «Ai docenti ricordo che non sono soli, ma sono indispensabili. La loro presenza, il loro sguardo e la loro capacità di ascoltare sono risposte più potenti di ogni norma. Devono formarsi, chiedere strumenti, creare reti con colleghi e professionisti; ma, soprattutto, non perdere la fiducia nel valore della relazione diretta. Alle famiglie chiedo di parlare con i propri figli, anche quando sembra che non ascoltino. Devono creare un clima in cui il giovane possa aprirsi sulle proprie paure senza il timore di un giudizio o di una punizione. Non serve spiare ogni messaggio: serve essere presenti. Ai giovani, invece, voglio dire che la vera forza non sta nell’umiliare chi è più debole, ma nel riconoscere la propria fragilità. La dignità dell’altro non si negozia con un click e la libertà di espressione comporta sempre una responsabilità. La tecnologia è uno strumento e loro possono scegliere come usarla. Anthony Giddens, sociologo britannico, ha sottolineato come la modernità abbia separato spazio e tempo, depotenziando le esperienze di presenza condivisa. Riscoprire la qualità della relazione diretta, del dialogo e dell’ascolto attivo è uno scudo strategico contro la violenza digitale. In un’epoca in cui tutto scorre velocemente, gli unici legami che resistono davvero sono quelli che scegliamo di coltivare ogni giorno. Alimentare legami autentici, relazioni di cura e comunità di senso: questo è l’antidoto più potente alla violenza, quale che sia il medium attraverso cui si esprime».

Le parole del professor Pira tracciano una mappa di responsabilità condivisa, affidando compiti precisi a ciascuno di noi. Ai docenti chiede di difendere il valore del proprio sguardo educativo; alle famiglie raccomanda una presenza costante che accolga senza giudicare; ai ragazzi ricorda che la tecnologia è un timone guidato dalla propria consapevolezza. Questo appello a ripopolare i territori dell’empatia e della vicinanza reale è l’unica via per disarmare l’aggressività e rifondare il patto tra le generazioni.

C’è una frase di Niccolò Ammaniti, nel suo romanzo Io non ho paura, che indica la rotta da seguire: “Ho deciso che da quel giorno avrei dovuto imparare a essere coraggioso. Non per non avere paura, ma per fare quello che è giusto anche se si ha paura”.

Abbiamo bisogno di giovani che imparino questo tipo di coraggio: quello di fare, semplicemente, la cosa giusta. Oggi, invece, troppi ragazzi scambiano la violenza per sicurezza, portando in tasca un coltello nel disperato tentativo di nascondere la propria vulnerabilità o di imporre la propria forza. Ma un’arma non protegge dalla fragilità e non rende più forti e affermati: è solo il sintomo più pericoloso di questo vuoto.

Davanti a questo grido di disagio, l’unico dovere di noi adulti è non voltarci dall’altra parte, restituendo alla scuola la sua vera natura: un ambiente in cui si impara a vivere insieme, a costruire legami e a scegliere la parola invece della prevaricazione. Perché il futuro dei nostri ragazzi smetta di oscillare tra il silenzio della solitudine e il rumore assordante della violenza.

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