I “Persiani”

Articolo di Salvatore Distefano

Da sabato 13 giugno il Teatro Greco di Siracusa mette in scena la tragedia di Eschilo i “Persiani”, che assume, in questo momento storico, una rilevanza che va al di là dell’aspetto puramente artistico visto il tema trattato dall’opera eschilea: la guerra tra la Grecia e la Persia, tra Occidente e Oriente. Non è chi non veda che il contenuto drammaturgico che il grande poeta ha dato all’opera (è la più antica tragedia che ci è arrivata integra) ha ancora molto da dire al mondo contemporaneo, soprattutto alle nuove generazioni: “Persiani” è un monito contro la guerra, è una scelta di tolleranza verso il nemico, è una difesa dell’uomo giusto e consapevole di sé.

Nei “Persiani”, infatti, non traspare alcuna derisione per i vinti né vi è alcuna furia di chi è stato sconfitto; al contrario, sono presenti misura e forte religiosità, nonché un reciproco riconoscersi dei due popoli, dei due eserciti: riconoscimento che avviene attraverso la guerra e tramite la Necessità che la governa e la decide. Anche per questo la tragedia è collocata in Persia: non tanto per pietà e compassione verso coloro che sono stati sconfitti, ma per una immedesimazione verso la sofferenza umana, nella quale si impongono forza e dignità. E soprattutto perché per capire la guerra occorre il coglimento dell’Intero (hegelianamente “Il vero è l’intiero. Ma l’intiero è soltanto l’essenza che si completa mediante il suo sviluppo”).

Serse, il Gran Re, è un nemico storico-politico, ma gli spettatori ateniesi venivano chiamati a condividere il suo pianto: eppure, pochi anni prima, in quanto cittadini e soldati, lo avevano sconfitto. Non per caso, a differenza di tutte le altre tragedie, vi è un legame stretto con le tragiche vicende storiche e non più con il mito ed è questa un’altra caratteristica originale, per certi versi, la cifra stessa dei “Persiani”. La vittoria dei Greci è il frutto del loro valore, ma anche del favore di Dike e di Zeus, sotto la cui protezione hanno combattuto, affidandosi alla forza della libertà e della giustizia contro la prepotenza e l’arroganza di un uomo (Serse) che si era paragonato a un dio. Vi è l’accecamento che impedisce a Serse di distinguere chiaramente le linee del suo destino, della terribile sciagura; vi è specialmente la hybris (la tracotanza, l’arroganza, la superbia, l’eccessivo orgoglio). I Persiani sono un popolo sofferente per la colpa di un capo, di cui i sudditi pagano le colpe. E rispetto al dramma di un popolo, i personaggi (compreso Serse) occupano un posto marginale: il vero protagonista è il Coro e la lezione della tragedia è quanto mai attuale: la condizione umana sembra essere segnata dalla sofferenza, ma attraverso il dolore l’uomo matura la propria conoscenza: egli acquisisce consapevolezza di una “norma alta” che governa il mondo e che a volte trama contro di lui, colpendolo alle spalle e impedendogli la possibilità di riscatto. Non c’è un protagonista perché l’azione non si dipana sulla scena ma lontano; sui personaggi si crea un clima di attesa, di angoscia, di sgomento e il racconto del nunzio, punto alto ed emozionante, è un resoconto di straordinaria intensità drammatica attraverso la potenza descrittiva della nuda parola,

che di fatto narra le battaglie a chi le ha già combattute. Dicevamo che la lezione vale anche per i moderni perché ciò che accade affina la capacità critica, spinge alla comprensione della realtà e costringe ad affrontare le contraddizioni che scaturiscono dall’incessante divenire del mondo. (Come scriveva Aristotele nella Poetica, «[…] Tragedia è dunque imitazione di un’azione seria e compiuta, […] di persone che agiscono e non tramite una narrazione, la quale per mezzo di pietà e paura porta a compimento la depurazione (la catarsi, ndr) di siffatte emozioni»).

I Persiani rievocano eventi di cui gli spettatori, e lo stesso poeta, erano stati protagonisti o quantomeno testimoni soltanto otto anni prima, il dramma della battaglia di Salamina del 480 a. C. Gli eventi sono stati vissuti in prima persona da Eschilo ed è come reduce della guerra che, nella primavera del 472 a. C., Eschilo mette in scena la battaglia di Salamina, ma decide di adottare una prospettiva spiazzante: il dramma è ambientato in Persia e il dolore dei vinti domina la scena piangendo le tante vite perdute nel mare e nella terribile ritirata attraverso la Grecia. Persino lo spettro del vecchio re Dario riemerge dagli inferi per condividere il dolore per la disfatta e ammonisce i suoi sudditi affermando che i tumuli elevati sui campi di battaglia nell’Ellade dovranno essere muto avvertimento alle generazioni future e che non bisogna covare pazze speranze perché «quando hybris fiorisce produce qual spiga l’accecamento da cui si raccoglie larga messe di lacrime».

È noto che l’uomo omerico agiva sotto il segno di un accentuato fatalismo; la sua colpa era effetto di una incontrastabile potenza demoniaca, ma lo sviluppo della umana consapevolezza produsse la progressiva affermazione della conoscenza e della “volontà” di fronte agli influssi esterni e sovrumani che finora ne avevano compresso ogni più timida manifestazione. Nacque così l’idea che l’uomo fosse in grado di modificare il proprio destino con le sue forze e quella di Eschilo fu la prima voce dell’Occidente a porre il problema del «libero arbitrio».

Eschilo ha inteso dare ai Greci un grande esempio, una grande lezione di saggezza, di equilibrio, di misura, presentando nella sua crudezza uno spettacolo di rovina, di cui era fresco il ricordo, viva e diretta l’esperienza. Egli si oppone così a qualsiasi “imperialismo”, agitando lo spettro della terribile sanzione che per legge cosmica incombe su chiunque, sia greco sia “barbaro”, abbia troppo oltre spinto le proprie ambizioni. L’esemplarità di questo soggetto storico deriva al poeta dalla fiducia che il dolore apporti all’uomo il riconoscimento dei suoi limiti; quel riconoscimento che in epoca moderna sarà alla base del rapporto dialettico che il soggetto instaura con un altro soggetto come fattore di emancipazione e che nel mondo contemporaneo sarà a fondamento delle Dichiarazioni e delle Carte più avanzate. Nei “Persiani” questo riconoscimento riguarda la guerra che è costata agli ateniesi così tanti lutti e distruzioni e che viene filtrata attraverso lo sguardo del nemico. Nella tragedia sono presenti due livelli: quello mitico e quello storico, che si intersecano

continuamente e viene fuori la contrapposizione tra i due sistemi politico-sociali: la polis greca e l’”impero orientale”, ovvero secondo il pensiero dominante, libertà e dispotismo. A tal proposito è utile sottolineare che i persiani, popolo indoeuropeo, dopo aver dato vita alla dinastia degli Achemenedi, avevano creato un impero che si estendeva dall’Indo alla Libia e nel quale si parlavano 30 lingue diverse; inoltre, all’impero era stata data una forte struttura politico-amministrativa con 20 satrapìe e un’efficiente sistema di riscossione di imposte e tributi, nonché una fitta rete di strade.

Il conflitto con la Grecia nacque nel VI secolo quando le colonie greche dell’Asia Minore furono annesse all’impero persiano e, in particolare, la causa dello scontro fu la ribellione di Mileto, sede di una famosa corrente filosofica, e la sua distruzione. E Serse, figlio di Dario, riprese la guerra contro le città greche allestendo un enorme esercito.

Abbiamo visto che la tragedia pone il nesso dialettico tra Occidente e Oriente sul quale ancora oggi si dibatte e si confligge, come nel caso della teoria di Samuel P. Huntington sullo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. Ma vi sono insigni studiosi, quali ad esempio Edward Said e Luciano Canfora, che pongono la questione in modo opposto. Said nel suo famosissimo saggio, Orientalismo, afferma che l’Oriente è il frutto, in prevalenza, della creazione e dell’interpretazione europea ed è un’idea che ha una storia e una tradizione di pensiero, di immagine e di linguaggio che gli hanno dato realtà e presenza per l’Occidente, che, a sua volta, si sostiene e, in una certa misura, si rispecchia nell’invenzione dell’Oriente. Vista così la nozione di Oriente smette di rimandare a un luogo geografico e diventa piuttosto un concetto utilizzato dalle culture europee come discorso egemonico. Così è stata creta la categoria di orientalismo, prescindendo dalla mancanza o meno di ogni corrispondenza con l’Oriente “reale”. L’orientalismo è interamente basato sull’esteriorità, nel senso che il poeta o lo studioso che guardano all’Oriente si ripropongono di descriverlo all’Occidente, di farlo parlare, per così dire, e di renderne più comprensibili gli aspetti “misteriosi”. L’Oriente non esiste per loro, se non come causa di quanto dicono e spiegano. E non a caso Said cita proprio Eschilo e i “Persiani” per dare forza al suo discorso «Il principale prodotto di questa esteriorità è, naturalmente, una rappresentazione: già all’epoca dei “Persiani” di Eschilo l’Oriente si trasforma in una specie di alterità […]. L’immediatezza drammatica della rappresentazione, nei “Persiani”, oscura il fatto che gli spettatori stanno assistendo a una messa in scena assai artificiale di ciò che un non orientale ha elevato a simbolo e paradigma di tutto l’Oriente».

Luciano Canfora prende in esame la parola Occidente e spiega che potremmo partire dalla guerra contro Troia capeggiata da Agamennone, ma soprattutto conviene prendere in considerazione l’uso di questo termine come un’arma brandita, come deposito di valori fondamentali da difendere in contrapposizione ad altri, e dunque non come un’indicazione puramente storico-geografica. Si tratta

di un concetto cangiante e strumentale, proprio a partire dalla abusata retorica <<Grecia libera versus impero persiano dispotico>>, tipica di tutta la autorappresentazione del mondo greco nell’età del V-IV secolo. Scrive ancora Canfora «Décalage, cioè uno scarto, una differenza, fra la parola strumentale (Occidente libero, Oriente schiavo) e la realtà che è molto diversa, è molto più articolata, […]. (Il porcospino d’acciaio. Occidente ultimo atto)».

Pertanto, Eschilo invita tutti a pensare a quello che potrebbe succedere ad Atene, alla Grecia, a tutti, affinché nessuno possa mai, non curandosi di ciò che ha ottenuto dal dio, lasciarsi attrarre da nuovi grandiosi propositi e rovesciare la sua fortuna. Zeus, infatti, sorveglia quale giustiziere di troppe grandi speranze ed esige a ogni costo la resa dei conti, nonché occorre riflettere sulla “seduzione” del demone che provoca l’accecamento dell’uomo.

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