Finivamo tardi di lavorare nella redazione del giornale L’Ora. Il quotidiano usciva al mattino, non più di pomeriggio come prima, e il grosso del lavoro doveva essere fatto di pomeriggio e di sera. Erano già quasi le 22:00 del 23 novembre del 1989 e io stavo tornando a casa quando Marina Pino, caporedattore di cronaca a quei tempi, mi disse che c’era stata una strage di donne a Bagheria. Non ci pensai un attimo e andai assieme al mio socio Michele Naccari e al collega giornalista Antonio Di Giovanni a vedere di cosa si trattasse
Arrivati in via De Spuches, all’interno di una Citroen Ax rossa giacevano i corpi crivellati di proiettili di tre donne. Erano Leonarda Costantino, Vincenza Marino Mannoia e Lucia Costantino, rispettivamente erano la madre, la sorella e la zia di Francesco Marino Mannoia detto “Mozzarella” o “Il chimico ” Era la prima volta in assoluto che la mafia uccideva tre donne.
Tra gli inquirenti giunti sul posto anche il giudice Giovanni Falcone, componente del pool antimafia. Si seppe dopo che le donne erano state uccise perché Mannoia aveva sottratto otto chili di cocaina ai corleonesi e si era pentito. Era il primo pentito del clan vincente dei corleonesi che vuotava il sacco.
Aveva parlato tre giorni prima proprio con il giudice Falcone – era l’unico modo per salvare la pelle – Riina lo avrebbe scovato anche in capo al mondo.
Quella sera in procura Falcone raccolse la sua confessione, e quando tutto fu verbalizzato si raccomando ai collaboratori che lo avevano assistito. Mi raccomando, disse, nessuno faccia parola del suo pentimento o saranno guai…
Tra i killer che parteciparono all’agguato (usarono lupare a canne mozze e pistole calibro 38) c’era anche Giuseppe Lucchese, detto “u Lucchisieddu” o “u’ Rockfeller” un pericolosissimo killer di mafia tutt’ora detenuto in carcere al 41 bis.
Il titolo del giornale che corredava il servizio con tante foto nostre pubblicate la mattina dopo fu: “Orrore, belve feroci”.
