Palermo, 8 aprile 1993. Nel quartiere Oreto, lungo via Rocco Jemma, l’aria della primavera siciliana è già calda, densa dell’odore di gas di scarico e di caffè dei bar di zona.
Antonino D’Anna, un ragazzo il cui destino è già segnato dai marciapiedi della città. Entra in un bar del quartiere, stringe un pugno di mosche e qualche banconota, e si dà alla fuga. Un colpo da poco, una storia da piccoli rapinatori.
Ma all’uscita, ad attenderlo c’è un vigile urbano in servizio. L’ordine di fermarsi – quel grido di “Alt!” che spezza il rumore del traffico -dura un battito di ciglia. D’Anna sceglie di correre. Parte un colpo di pistola. L’impatto interrompe la fuga a mezza via: il corpo si accascia, pesante e senza vita, proprio dentro il rettangolo di un’aiuola vuota, uno di quei riquadri di terra battuta sul marciapiede dove un albero non è mai stato piantato.
Nel giro di dieci minuti, via Rocco Jemma cambia pelle. Arrivano le forze dell’ordine, si tracciano i confini con i nastri bianche e rossi, la folla si raduna. I bambini della zona si spingono in avanti con quella curiosità tragica e quasi inconsapevole delle periferie; gli adulti guardano in silenzio, assuefatti al sangue.
Poi, nel mezzo dei rilievi, la realtà regala un corto circuito surreale.
Un giovane carabiniere in divisa si allontana a passi lenti dalla salma. Raggiunge la cabina telefonica della “SIP”, a pochi passi dal corpo disteso. Infila il gettone, solleva la cornetta e compone il numero. Poi compie un gesto inaspettato nella sua disarmante quotidianità: incrocia le gambe, trova una posizione comoda, si appoggia alla plastica rigida della cabina e inizia a parlare. Una conversazione lunga, tranquilla, quasi distaccata, mentre in basso, sul marciapiede, giace una vita spezzata a faccia in giù con il sangue che macchia la terra dell’aiuola.
Una foto con la effe maiuscola si offre al mio medio teleobietivo. Fisso per sempre quell’ossimoro visivo: la morte tragica a terra e l’apparente, glaciale indifferenza di una telefonata in cabina.
Quando la foto appare sui giornali, l’impatto è devastante. La città si indigna, le istituzioni vacillano di fronte a quel gesto percepito come irrispettoso verso la sacralità della vita. La bufera mediatica e disciplinare che ne segue è immediata: per quel militare scatta l’ordine del trasferimento.
La foto, oggi, censita come la scheda numero 27 nel catalogo della mostra “Macelleria Palermo” – giunta alla sua 23esima edizione – mostra un’immagine che va ben oltre la cronaca nera di quel giorno d’aprile. È diventata un affresco potente sull’alienazione, sulla stanchezza e sulle drammatiche, surreali contraddizioni di una Palermo che cercava di sopravvivere a se stessa.
