Venerdì Santo alla Guadagna: il segreto nascosto di Vincenzo Scarantino

Articolo di Franco Lannino

È il 26 settembre 1992. Sono passati poco più di due mesi dalla strage di via D’Amelio. Quel giorno la polizia arrestò Vincenzo Scarantino, accusato di essere coinvolto del massacro del giudice Borsellino e della sua scorta, l’uomo chel rubò la Fiat 126 poi riempita di tritolo.

Mi fiondai immediatamente a casa sua, alla “Guadagna”. Trovai la madre e i parenti. Usai il tatto che il mestiere imponeva: “Signora, ci servono delle foto di suo figlio. Abbiamo solo quelle segnaletiche, ma vogliamo mostrare chi è davvero, non crediamo possa aver fatto una cosa simile”. La madre si scioglie, mi crede, e tira fuori l’album di famiglia.

Sfoglio quelle pagine, ci sono bellissime fotografie di Vincenzo vestito con il “fratino” azzurra della confraternita, durante la solenne processione del Venerdì Santo. Portava a spalla la bara del Cristo Morto. La madre mi guarda e dice, con voce accorata: “Ma può essere mia che mio figlio, così religioso, che porta a spalle il Cristo, abbia fatto una cosa del genere?”. Io annuisco, cerco di rassicurarla per poter continuare a sfogliare l’album e a riprodurre foto.

Poi, l’occhio mi cade su un’altra foto della processione. Faccio per fotografarla, ma un cugino si piazza davanti: “No, no. Questa non la fotografare, andiamo avanti”.
Lì per lì abbozzo e vado avanti. Io avevo capito perché non vollero che io ripoducessi quella fotografia. Li vi era raffigurato Pietro Aglieri, un boss mafioso latitante che era stato compagno mio di scuola alle elementari, al “Guglielmo Oberdan”.
Ogni volta che c’era la processione del Cristo morto alla Guadagna , lui stava li, Aglieri era (ed è) un fervente cristiano praticante. Feci buon viso a cattivo gioco.

Cinque anni dopo, il 6 giugno 1997 venne arrestato Pietro Aglieri, detto “U Signurino”, capomafia di rango passato con i Corleonesi vincenti, scovato seguendo gli spostamenti di un prete della Kalsa padre Mario Frittitta che fu arrestato, poi processato ed infine assolto.
Nel covo a Bagheria gli trovarono un vero e proprio altare con tanto di balaustra, inginocchiatoio, un cristo crocifisso a grandezza naturale, oltre ad una moltitudine di libri sacri.

Anche questo significava per noi fotografi di cronaca andare a caccia di foto a Palermo. Sfogliare un album di famiglia e trovarsi davanti, i segreti più oscuri e i legami invisibili di Cosa nostra noti solo a chi aveva vissuto sin dalla più tenera età “l’asfalto” di Palermo.

Related Articles