Ogni anno, e oggi sono 34 anni, torno a scavare nell’archivio fotografico di Studio Camera. Cerco uno spunto, un dettaglio, un frame diverso per raccontare quel tragico 19 luglio 1992, un giorno che ha segnato per sempre la storia del nostro Paese.
E quest’anno, da una vecchia diapositiva, è emerso questo incredibile scatto inedito.
Al centro della scena c’è un uomo con un gilet azzurro: è il capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli. Chi conosce i misteri di via D’Amelio sa bene chi è: l’uomo fotografato pochi minuti dopo l’esplosione mentre si allontanava dal cratere della bomba portando con sé la borsa di Paolo Borsellino. La borsa dentro cui, con ogni probabilità, si trovava la celebre agenda rossa.
Ma questo scatto racconta un momento diverso.
Sappiamo per certo che questa foto è stata realizzato almeno un’ora e mezza dopo l’esplosione. A confermarlo è la presenza, proprio accanto ad Arcangioli, del Cardinale Salvatore Pappalardo (lo vedete sulla destra, con la tunica bianca), arrivato sul luogo della strage a benedire i poveri resti delle vittime smembrate dalla deflagrazione, solo molto tempo dopo.
La domanda che questo scatto solleva è cruciale:
Se Arcangioli è ancora lì, sul posto, a distanza di un’ora e mezza, significa che aveva già consegnato o depositato la borsa di Borsellino a qualcun altro ed era poi tornato indietro, all’interno del perimetro?
Io c’ero. Io ho scattato la foto di lui che portava via la borsa nei primi minuti, e oggi, trentaquattro anni dopo, scopro di averlo fotografato anche il dopo.
La memoria non si cancella, e il lavoro di ricerca della verità non si ferma. Nemmeno dentro un archivio polveroso.
