L’estetica della cura e la bellezza responsabile di Rosa Balistreri

Articolo di Francesco Pira

La cura non è dolcezza superficiale. È fedeltà alla storia, attenzione verso il popolo, la lingua e la memoria comune. La cura è anche saper dire no: no al degrado, all’indifferenza, alla volgarità, alla banalità del consumo e della dimenticanza. Rosa Balistreri ci ha consegnato una lezione duratura: la bellezza nasce dalla verità, dall’autenticità, dal coraggio. Ha bisogno di corpi reali, di voci sincere, di comunità che si prendono cura del loro presente e futuro.

Parlare oggi di bellezza significa attraversare un paesaggio complesso e spesso manipolato. Siamo abituati a pensare alla bellezza come superficie, armonia visiva, immediata attrazione. Ma ridurre la bellezza a mera immagine è rischioso. È necessario spostare lo sguardo verso un’idea più profonda: la bellezza come modo di abitare il mondo con cura, rispetto e responsabilità verso le persone, i luoghi e la memoria collettiva.

La bellezza, se separata dalla responsabilità, rischia di diventare consumo. Se invece viene unita alla cura, può diventare cittadinanza attiva. Può diventare un modo per ricostruire legami, custodire memoria, proteggere luoghi, riconoscere ferite, generare futuro.

La bellezza ha molteplici volti: può sedurre o distrarre, ma può anche denunciare, risvegliare e restituire dignità. È questa seconda tipologia a meritare particolare attenzione, seguendo la lezione di Rosa Balistreri, autentica portavoce di un’estetica civile e coraggiosa.

Prof Francesco Pira

Il 12 luglio ho avuto il piacere di intervenire alla XXIV edizione del Premio Rosa Balistreri a Giardini Naxos, promossa dalla FIDAPA BPW Italy – Sezione di Giardini Naxos, con il patrocinio del Comune. L’evento in occasionane del Centenario della nascita di una delle voci più autentiche della cultura siciliana e italiana. Ringrazio la Presidente Lucia Leotta per l’invito a tenere una relazione, insieme alla collega prof.ssa Katia Trifirò, Associata di Discipline dello spettacolo UNIME e autrice di saggi su Rosa Balistreri, con la quale ho condiviso una riflessione sul valore dell’estetica della cura, ovvero quando la bellezza si fa impegno etico e responsabilità nei confronti della società. Durante la serata è stato anche conferito il prestigioso Premio “Rosa Balistreri 2026” a Rossella Pezzino De Geronimo, artista e imprenditrice che unisce arte, innovazione e attenzione ambientale.

Ho avuto il privilegio di conoscere Rosa da bambino. Poco prima di morire, mio padre me la presentò con queste parole che ancora ricordo: “Lei è una grande donna, ma qui nessuno capisce il suo valore. Tu, se ne avrai possibilità, prova a valorizzare quello che farà, perché ha grandissime doti”.

Anni dopo, incontrai Rosa per strada, vicino alla biblioteca comunale, dove era arrivata dopo un lungo viaggio da Firenze.

La incontrai in un momento particolare: aveva portato alla biblioteca i suoi libri, un gesto di enorme valore simbolico. Non si trattava solo di una donazione, ma di un atto educativo e civile, un desiderio di consegnare conoscenza, strumenti e possibilità.

Allora ero un giovane giornalista e direttore del telegiornale di Tele Video Faro. Le proposi di venire in studio con la sua chitarra per registrare uno speciale. Per me fu un onore immenso. Ricordo ancora l’emozione, quasi il timore, di trovarmi davanti a una donna che incarnava la storia, il dolore e la dignità della Sicilia. Non fu un’intervista come le altre: fu un vero incontro.

Oggi quei libri sono custoditi con cura nella biblioteca di Licata, molti dei quali riportano dediche straordinarie di Sciascia, Guttuso e di altri grandi artisti e scrittori dell’epoca.

Rosa Balistreri intervistata dal Prof Francesco Pira

Quella bellezza non era solo estetica, ma etica. Rosa non rese bella la sofferenza, non la rese accettabile. La portò davanti agli occhi e alle orecchie di tutti. La sua bellezza era scomoda, perché non copriva le ferite ma le mostrava. Era una bellezza civile, perché costringeva una comunità a guardarsi allo specchio.

Rosa trasformò la sua vita difficile in arte senza ricercare la perfezione o il piacere estetico superficiale. La sua era una bellezza morale, fedele alla verità di un popolo e di una terra, una bellezza che denunciava l’ingiustizia e chiedeva responsabilità. Era una voce non filtrata, autentica, che graffiava e risvegliava la coscienza.

In una società dominata da immagini perfette, filtri digitali e intelligenze artificiali che inventano volti e corpi irreali, rischiamo di perdere il senso profondo della bellezza. Quando la bellezza diventa prestazione o consumo, produce ansia, confronto insaziabile, omologazione, soprattutto tra i giovani. Come ha sottolineato il sociologo Bauman, nella modernità liquida si moltiplicano fragilità identitarie.

I social network non sono semplici strumenti di comunicazione, ma ambienti dove si costruiscono modelli estetici e aspettative. I filtri digitali modificano la percezione di ciò che è normale, creando una “estetica della perfezione artificiale”. Il problema sorge quando queste immagini divengono misura della realtà, generando ansia e insoddisfazione, soprattutto nei più giovani.

L’estetica della cura ci invita a recuperare la bellezza come verità, unicità e responsabilità. Significa educare alla differenza tra apparenza e profondità, tra immagine e identità. Significa prendersi cura delle persone fragili, dei luoghi feriti, dell’ambiente compromesso. Significa non accettare l’indifferenza e trasformare la memoria in impegno quotidiano.

Rosa Balistreri resta un modello di questa bellezza responsabile: la sua arte è atto civile, testimonianza e denuncia. Ricorda che la bellezza può nascere dalla ferita senza glorificare il dolore, ma restituendo dignità e voce a chi è stato escluso. Ci insegna che l’arte autentica non si consuma, ma si attraversa, obbligandoci a restare e ad ascoltare.

Ricordare Rosa oggi significa accogliere una sfida attuale: costruire un’alleanza tra bellezza e responsabilità. Solo così la bellezza smette di essere lusso o evasione e diventa un modo per abitare meglio il mondo, per non voltarsi dall’altra parte. È un invito a trasformare la cura in cittadinanza attiva, perché ogni gesto per la cultura, l’ambiente, l’inclusione e la memoria è un atto politico fondamentale.

La cura, infatti, non è dolcezza superficiale. È fedeltà alla storia, attenzione verso il popolo, la lingua e la memoria comune. La cura è anche saper dire no: no al degrado, all’indifferenza, alla volgarità, alla banalità del consumo e della dimenticanza.

Rosa Balistreri ci ha consegnato una lezione duratura: la bellezza nasce dalla verità, dalla autenticità, dal coraggio. Ha bisogno di corpi reali, di voci sincere, di comunità che si prendono cura del loro presente e futuro.

In un’epoca in cui le immagini perfette e artificiali sono ovunque, la sua voce resta una forma di cura, un richiamo a vedere, ascoltare e agire.

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