Il fango e la speranza: il mistero di Santina Renda nel ricordo di Bellolampo

Articolo di Franco Lannino

Era il marzo del 1990. Il quartiere Cep di Palermo fu scosso da un terremoto emotivo e mediatico senza precedenti: la scomparsa della piccola Santina Renda, sei anni, svanita nel nulla mentre giocava vicino a casa.

​Fu un fatto clamoroso, una ferita aperta che fece subito scalpore in tutta Italia. In quei giorni drammatici, il quartiere si trasformò nel centro dell’attenzione: le telecamere di Chi l’ha visto? arrivarono a Palermo per accendere i riflettori su un mistero che lasciava senza fiato. L’intera città si mobilitò e perfino il cardinale Salvatore Pappalardo volle venire di persona al Cep, a testimoniare la vicinanza della Chiesa e a stringersi attorno a una comunità e a una famiglia distrutte dal dolore.

​Io c’ero. Ho vissuto quel dramma sulla mia pelle, giorno dopo giorno, facendomi in quattro.

​Le indagini e i depistaggi si susseguirono a ritmo serrato, tra la pista del rapimento e le ombre gettate dalle confessioni e dalle ritrattazioni del cugino, una persona fragile, non stabile di mente, che a un certo punto indicò la discarica di Bellolampo come il luogo in cui avrebbe buttato il corpo.

​Ricordo quei momenti come se fossero oggi. Andai a Bellolampo. Ero lì, insieme agli speleologi, a battere la montagna e a perlustrare ogni anfratto sotto la discarica. Eravamo immersi in uno scenario surreale e disperato: frugavo, scavavo letteralmente con le mani tra cumuli di spazzatura, sacchi neri lacerati e valigie semiaperte, con la speranza disperata di trovare un indizio, un segno, qualsiasi cosa che potesse restituire una verità a quella bambina.

​Ci siamo fatti in quattro, abbiamo affrontato la fatica e la desolazione più nera. Ma di Santina Renda, purtroppo, il corpo non fu mai più ritrovato.

​A distanza di anni, quel grande clamore si è spento nelle aule dei tribunali e sui giornali, ma il ricordo di quel fango, della polvere di Bellolampo e del volto di Santina sono rimasti impressi indelebilmente nella mia memoria. Una ferita che Palermo non ha mai potuto chiudere.

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