Capaci, un anno prima: Il brivido nascosto in un rullino

Articolo di Franco Lannino

Negli anni ’80 e ’90, il Palazzo di Giustizia era la nostra seconda casa. Noi fotoreporter eravamo lì ogni mattina, in attesa. Aspettavamo loro: i magistrati. Tra i più “gettonati” c’erano Falcone e Borsellino.

​Cercavamo lo scatto perfetto da proporre ai quotidiani, e le foto venivano spesso bellissime, quasi coreografiche, con quegli uomini della scorta che facevano da scudo umano, creando un movimento dinamico attorno ai giudici. Ma dietro l’obiettivo non sempre capivamo quanto fosse sottile il filo che legava quelle immagini alla storia.

​Riguardando questa foto che scattai nel 1991, i brividi sono inevitabili. È un’immagine che parla di vita e di morte, di destino e di coincidenze incredibili:

​A destra vediamo Antonio Montinaro. Un anno dopo, il 23 maggio 1992, Antonio avrebbe perso la vita a Capaci insieme al giudice Falcone, alla moglie e ai suoi due suoi colleghi della Quarto Savona Quindici . ​A sinistra (il penultimo, prima del carabiniere) c’è Giuseppe Sammarco detto “indio” per via del suo “codino” annodato sui capelli e con il suo volto dai tratti vagamente andini. Anche lui faceva parte della scorta di Falcone. Giuseppe è un “miracolato”: pochi giorni prima di quel maledetto maggio si infortunò alla caviglia scendendo da un auto di servizio in movimento. Quell’incidente, per quanto banale, gli salvò la vita, impedendogli di essere nel corteo quel giorno.

​Ricordo ancora Giuseppe aggirarsi tra le macerie dell’autostrada a Capaci, piangendo e disperandosi. Cercava i suoi colleghi, i suoi amici, chiedendosi con strazio perché lui fosse rimasto vivo mentre loro non c’erano più.

​Oggi questa foto non è più solo “coreografia”. È il ricordo di un tempo in cui fare il nostro lavoro significava testimoniare, per caso o per destino, l’eroismo di ragazzi normali e il dolore di chi è rimasto a raccontarlo.

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