Quel fumo nero sopra Palermo: la strage di via D’Amelio vista dall’obiettivo

Articolo di Franco Lannino

C’era caldo a Palermo quel pomeriggio di 34 anni fa, quel pomeriggio del 19 luglio 1992. Un caldo pesante, asfissiante, di quella canicola che ti toglie il respiro. Per difenderci dall’afa, la meta di noi palermitani era una sola: cercare rifugio nel boschetto di San Martino delle Scale, quel villaggio montano alle porte della città dove l’altezza regala sempre tre o quattro gradi in meno. Una boccata d’aria. ​Io, mia moglie e mio figlio Corrado, che allora aveva appena otto anni, in quel boschetto non ci arrivammo mai.

​Eravamo sui tornanti di Baida quando il piccolo, seduto sul sedile posteriore, indicò qualcosa fuori dal finestrino: , “Papà, guarda là”. Dalla parte dei Cantieri Navali si alzava una colonna di fumo nero, denso, che squarciava il cielo azzurro come il pennacchio di un vulcano in eruzione.

​Erano le 16:58 in punto. In via D’Amelio era appena esplosa l’autobomba con i 300 chili di tritolo che si sarebbe portata via sei vite – il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, ferendone altre ventiquattro.

​Da quel preciso istante, la mia vita è diventata una cavalcata a briglia sciolta durata cinque giorni e cinque notti. Invertii la marcia a tutta velocità, puntando dritto verso il cuore di quel fumo. Arrivato nei pressi di via dell’Autonomia Siciliana, il traffico era paralizzato, un muro invalicabile. Un vigile urbano, urlando nel caos, mi disse che c’era stato un attentato e che era coinvolto un magistrato.

​”Borsellino!” gridai io, d’istinto. “È Borsellino!”.

​In quel momento scattò qualcosa. L’automatismo cieco del fotoreporter di cronaca. Abbandonai l’auto e la famiglia in mezzo alla carreggiata. Mia moglie non sapeva guidare. Le gridai solo un disperato “arrangiati!”, e mi lanciai a rotta di collo, di corsa, con la mia fedele Nikon che mi sbatteva contro il petto.

​Quando svoltai per via D’Amelio, entrai in una specie di trance. Cominciai a scattare immediatamente. Vedevo quella scena di guerra traguardando attraverso il mirino della fotocamera, ma la mente faceva fatica a credere agli occhi. Solo due mesi prima, il 23 maggio, ero stato testimone dell’orrore di Capaci, della morte di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e dei loro agenti di scorta. Ma qui, se possibile, era peggio. Molto peggio.

​Camminavo in un cimitero a cielo aperto: fiamme, detriti, lamiere accartocciate, oggetti indefiniti e brandelli di carne umana. E poi l’odore. Un odore che non dimenticherò mai più: la puzza acre del bruciato, l’odore del cherosene e il profumo dolciastro e orribile della morte.

​Mi ci volle qualche istante per ritrovare la lucidità del mestiere, per capire dove fosse il “soggetto” da fermare sulla pellicola, l’immagine da proporre alle redazioni. Un fotoreporter di razza deve saper fare una cosa terribile: mettere da parte il contorno, congelare il dolore e concentrarsi sulla sostanza. E in quel momento, la sostanza era la ricerca di ciò che rimaneva di quei poveri corpi dilaniati. Corpi letteralmente volati via, scagliati dalla violenza della deflagrazione fino al terzo piano degli edifici circostanti.

​Rimasi lì per otto lunghe ore. Otto ore a documentare tutto, senza pensare, vietandomi di sentire, concentrato solo sul fuoco dell’obiettivo. Intorno a me si sviluppava il solito, tragico copione: l’arrivo di decine di investigatori, centinaia di curiosi e, infine, le sfilate delle autorità civili, politiche e militari. Passarelle locali e nazionali arrivate a constatare, davanti a quelle macerie fumanti, come lo Stato stesse perdendo la guerra contro la mafia. Negli occhi di chiunque guardasse c’erano solo sgomento e incredulità. La mafia aveva puntato incredibilmente in alto.

​Era già buio pesto quando tornai in agenzia, a Studio Camera. In camera oscura l’aria era satura di acidi. Assieme al mio socio storico Michele Naccari sviluppai le pellicole e stampai le foto a ritmo serrato: la mattina successiva dovevano essere pronte sul tavolo delle redazioni a Milano, il cuore dell’editoria nazionale.

​Senza aver chiuso occhio, aspettando l’alba, tornai in via D’Amelio con la ventiquattr’ore piena di fotografie stampate, diapositive e di rullini per fotografare la devastazione dall’alto, alle prime luci del giorno. Poi la corsa in aeroporto. Erano le sette e mezza del mattino quando decollai per Milano.

​Lì mi attendeva il mio agente. Insieme iniziammo un giro frenetico, una maratona tra le redazioni di tutti i rotocalchi nazionali e internazionali. Mostravo quelle foto ancora fresche di stampa, sperando che le acquistassero, consapevole di avere tra le mani la cronaca di una ferita insanabile per il Paese.

​Tornai a Palermo ventiquattr’ore dopo, giusto in tempo per i funerali. Che quella volta furono separati, quasi a sottolineare una spaccatura insanabile. Il 21 luglio, nella Cattedrale, diedi l’ultimo saluto agli agenti della scorta, tra le proteste e la rabbia della piazza. Tre giorni dopo, in un clima più intimo e straziante, quello al giudice Borsellino nella chiesa di Santa Luisa di Marillac.

​Solo allora, quando il silenzio prese il posto delle sirene e degli scatti, l’adrenalina svanì. E solo allora realizzai quello che avevo fatto: avevo abbandonato mia moglie e mio figlio di otto anni in mezzo al traffico di una città sotto attacco.

​Tornando a casa, con il senso di colpa che cominciava a farsi strada, scoprii che la mia famiglia era stata “salvata” da un collega ed amico, Benvenuto Caminiti. Passando di là, li aveva riconosciuti e li aveva riaccompagnati a casa. Il dovere mi aveva preso la mente e il cuore, ma la solidarietà di un amico aveva custodito quello che avevo di più caro mentre io fotografavo l’inferno.

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