Questo raro scatto originale in bianco e nero fatto dal grande fotoreporter Nino Sgroi, uno dei miei Maestri che ci ha lasciato anni fa, mostra una cella del carcere dell’Ucciardone di Palermo. La foto è degli anni settanta.
Sulla storia di questo carcere si sono innestate varie leggende, alcune vere altre false. La prima (falsa) è che non sia mai riuscito ad evadere nessuno. Invece sin dai tempi dei Borboni ci sono stati assalti ed evasioni. Anche nel 1943 mentre infuriava la seconda guerra mondiale durante un bombardamento alleato si creò una breccia nelle mura e diversi detenuti si diedero alla fuga. In tempi più recenti la più clamorosa (a parte un paio di evasioni “d’ingegno” – uno era uno scopino – che si nascose nella cesta della biancheria sporca) accadde il 3 dicembre del 1976, quando cinque carcerati evasero nel piu classico dei modi: calandosi con delle lenzuola (di seta…).
La seta è anche il filo conduttore della seconda leggenda (vera). Quella del “Grand Hotel Ucciardone”: per i boss di alto rango, la detenzione era un soggiorno di lusso. È documentato che durante le festività (ma non solo), nelle celle dei boss entravano casse di champagne francese, aragoste fresche e pasticceria raffinata. I pasti non arrivavano dalla mensa, ma spesso dai migliori ristoranti di Palermo. I detenuti eccellenti (Don Masino Buscetta era uno di questi) non indossavano divise, ma completi di seta, camicie di sartoria e scarpe fatte a mano. Si dice che l’odore che si sentiva nei corridoi del “braccio d’oro” non fosse quello di disinfettante, ma di profumi costosi.
Ci sono altre due leggende (vere) il primo episodio celebre ricorda quello di Gaspare Pisciotta (braccio destro del bandito Giuliano). Nonostante le misure di sicurezza estreme, Pisciotta nel 1954 morì avvelenato proprio dentro l’Ucciardone dopo aver bevuto un caffè alla stricnina. Il secondo episodio riguarda Vincenzo Puccio che fu aggredito da Giuseppe Marchese (all’epoca giovanissimo sicario dei Corleonesi e nipote di Filippo Marchese). Marchese utilizzò una pesante bistecchiera in ghisa per colpirlo ripetutamente alla testa, finendolo poi per strangolamento. Era il 1989 e contemporaneamente nel cimitero dei Rotoli veniva ucciso il fratello di Vincenzo Puccio, Pietro. Questo omicidio servì a mandare un messaggio chiaro: nessuno era più al sicuro, nemmeno i vecchi boss nelle loro celle “dorate”.
