Irene Di Liberto e la voce delle miniere, tra zolfo, memoria e sogni di riscatto

Articolo di Francesco Pira

La scrittura è all’altezza del mondo che racconta. La voce è calda, emozionante, capace di restituire i corpi, gli odori, i colori di una terra senza scivolare nel luogo comune. Ogni paragrafo ha la densità di un fermo immagine, ma non si arresta mai. Il ritmo è quello di un racconto generazionale, ma con la precisione del saggio antropologico. L’autrice sa che raccontare una comunità significa narrare le sue leggi invisibili, i suoi silenzi, le sue paure. La zolfatara si inserisce nel filone delle grandi narrazioni del Sud, ma con una voce propria. Costruisce un cosmo suo, con i suoi personaggi, la sua geografia, la sua grammatica

Certe terre non si raccontano soltanto. Si incarnano. La Sicilia di Irene Di Liberto, in La zolfatara pubblicato da Piemme, è una di quelle terre. Un’isola scavata dalla polvere dello zolfo, segnata dalla fatica degli uomini e dall’ostinazione silenziosa delle donne. È una terra che parla al lettore con la voce della memoria, quel ricordo che l’autrice ha saputo trasformare in letteratura partendo dal racconto del nonno paterno, “caruso” nella zolfara di Casteltermini, una delle miniere più importanti d’Europa.

Il risultato è un’opera che non si limita a narrare una storia generazionale, ma restituisce un intero sistema sociale. Perché La zolfatara è, prima di tutto, un’indagine antropologica condotta con gli strumenti della letteratura: i matrimoni combinati, la riproduzione sociale del lavoro, la trasmissione intergenerazionale della povertà, il ruolo del sapere come spazio di emancipazione negata. Tutto questo attraversa le pagine con una forza rara, perché Irene Di Liberto non scrive dall’esterno. Scrive da dentro, con la voce di chi ha ascoltato quelle storie da bambina e le ha lasciate maturare fino a quando non hanno trovato la forma giusta.

Il libro, ambientato nella Sicilia di inizio Novecento, ha al centro la grande miniera di zolfo sulla collina di Castellatani. È lì che gli uomini respirano la polvere dello zolfo fin da bambini, diventando “carusi” prima e zolfatari poi. È lì che Giovanni conosce i cunicoli sotterranei come le stanze di casa. Ed è lì che il destino di Teresa si intreccia con il suo. Teresa cresce con un desiderio più grande della sua età: diventare maestra e insegnare ai bambini del paese come immaginare un futuro diverso. Ma in una realtà in cui le scelte sono già scritte dalla tradizione, la sua aspirazione si infrange contro regole che non lasciano spazio alle ambizioni femminili.

Il Professore Francesco Pira e la scrittrice Irene Di Liberto

Il capitolo del matrimonio è una delle pagine più potenti del libro. Viene aperto da una voce perentoria: «Te lo devi maritare!». È la voce di Pina, la madre di Teresa, che annuncia l’unica sorte possibile per una figlia donna. Il tono non ammette replica, perché in quel contesto la replica non è prevista. Pina sa che la scelta è tra il male minore e la rovina, e sceglie il male minore con la lucidità amara di chi ha già subito la stessa sorte. «Sposatelo o farai la fine mia, senza soldi e con due peli in testa», bisbiglia alla figlia. È una frase che racchiude un secolo di condizione femminile: non un consiglio, ma una consegna. Eppure, anche in quel cerchio, Irene Di Liberto trova la luce. Il matrimonio tra Teresa e Giovanni nasce dalla necessità, ma si trasforma in qualcosa di inatteso: un sentimento che cresce piano, tessuto di sguardi e di piccole attenzioni, capace di resistere alle leggi morali inscalfibili di una comunità chiusa.

Teresa prova a ribellarsi. «Mannaggia a me e a quando metto le mani nella farina! Mamà, io vorrei…». Quel “vorrei” è il cuore analitico del romanzo. È il desiderio di una ragazza che sogna la scuola, la conoscenza, un domani diverso. Ma il “vorrei” viene immediatamente soffocato dalla realtà materiale: «Ma con quali soldi? Tuo padre uno scansafatiche è! Puzzolente di vino». La mancanza di risorse economiche chiude il cerchio. Non c’è spazio per l’aspirazione quando la sopravvivenza è la sola prospettiva.

Il libro tocca corde di grande profondità, intrecciandole con una maestria che rende difficile separarli. Castellatani è, prima di tutto, un sistema di riproduzione sociale perfetto e implacabile. È un universo in cui le posizioni si ereditano: chi nasce “caruso” resta “caruso”, chi nasce donna sposa chi la famiglia decide, chi nasce povero muore povero. La mobilità sociale, in questo spazio chiuso, è quasi inesistente. L’unica via di fuga è la conoscenza, ma il sapere è riservato a pochi, e quasi mai alle donne. Teresa lo sa. La sua voglia di diventare maestra non è un capriccio individuale, ma una rivendicazione collettiva: la volontà di aprire uno spazio di pensiero in un ambiente che lo chiude sistematicamente.

Dentro questa cornice si muovono figure femminili che Irene Di Liberto costruisce con una complessità che merita attenzione. Le donne del libro non sono vittime passive, ma persone che lottano, ciascuna con il proprio modo di abitare una condizione difficile. Pina accetta, con la lucidità amara di chi sa che non c’è alternativa. Teresa resiste, con l’ostinazione di chi non vuole arrendersi. La Magara rappresenta il lato oscuro di una società che trasforma la paura in superstizione, confinando chi è diverso in un ruolo da cui non può uscire. E Marisa, figlia del farmacista, resta prigioniera di schemi sociali che non riesce a infrangere. Sono figure che gli studi di cultura riconoscono bene: donne divise tra agency e struttura, tra volontà di cambiamento e vincoli che le imprigionano, irrimediabilmente escluse dal sapere, cristallizzate nei loro ruoli.

Ed è proprio in questo scenario duro che si inserisce la dimensione più inattesa: l’amore come forma di resistenza. Il matrimonio di Teresa e Giovanni non nasce dal sentimento, ma dalla necessità. Eppure, tra turni massacranti e promesse infrante, i due scoprono un legame che non si aspettavano. Un vincolo che non è celebrazione, ma tenacia. Non è esaltazione, ma presenza. Qui la lezione del libro diventa culturalmente preziosa, perché si staglia contro il nostro presente. Il sociologo Zygmunt Bauman, parlando di “amore liquido”, ha descritto le relazioni contemporanee come fragili, facili da sciogliere, prive di quel peso che rende un legame indissolubile. Nell’era delle piattaforme digitali e degli algoritmi che

selezionano perfino i partner, i sentimenti rischiano di diventare merce di consumo: veloci da stabilire, veloci da interrompere. Ebbene, il legame di Teresa e Giovanni è l’esatto opposto. È un sentimento che si costruisce nella fatica, nella condivisione del dolore, nella presenza fisica di due corpi che respirano la stessa polvere. È un amore “solido” per necessità, e proprio per questo capace di resistere dove le nostre relazioni liquide si sciolgono al primo ostacolo. Di fronte a questa deriva, La zolfatara restituisce qualcosa che le tecnologie non possono replicare: la profondità di un vincolo nato non dalla scelta ottimale, ma dalla condivisione di un destino.

E questa profondità ha le sue radici nella memoria. Tutto questo è costruito sulla materia viva del ricordo. L’autrice ha edificato il libro partendo dai racconti del nonno paterno, con la consapevolezza che tramandare la tradizione orale è oggi un atto necessario, in un’epoca in cui tutto corre troppo veloce e il rischio di disperdere il passato è concreto. In un tempo dominato dall’intelligenza artificiale, dalla velocità delle comunicazioni e dalla sovrabbondanza di informazioni, recuperare la lentezza della memoria orale è quasi un gesto sovversivo. Come ha scritto Hartmut Rosa, sociologo e filosofo tedesco, viviamo in un’epoca di “accelerazione” in cui il tempo sociale pare non bastare mai. Eppure, è proprio rallentando, tornando ad ascoltare le voci di chi ci ha preceduto, che si ritrova il senso che gli algoritmi non possono restituirci. È una scelta di grande spessore culturale: il ricordo qui è un atto di conservazione di un sapere che rischia di sparire. E La zolfatara compie questo gesto con rigore e con poesia. Perché le aspirazioni, in questo libro, sono il vero motore del cambiamento. A volte si realizzano, altre volte no, altre ancora saranno i figli a cercare di portare a termine un progetto iniziato dai genitori. Ma ciò che conta, sempre, è la voglia di provarci. È una visione che lo studio del mutamento sociale riconosce bene: la trasformazione non è mai lineare, spesso è intergenerazionale, e passa attraverso fallimenti, rinunce, riprese. Il desiderio di Teresa, in questo senso, non muore. Si trasforma, si trasmette, diventa eredità.

La scrittura di Irene Di Liberto è all’altezza del mondo che racconta. La voce è calda, emozionante, capace di restituire i corpi, gli odori, i colori di una terra senza scivolare nel luogo comune. Ogni paragrafo ha la densità di un fermo immagine, ma non si arresta mai. Il ritmo è quello di un racconto generazionale, ma con la precisione del saggio antropologico. L’autrice sa che raccontare una comunità significa narrare le sue leggi invisibili, i suoi silenzi, le sue paure.

La zolfatara si inserisce nel filone delle grandi narrazioni del Sud, ma con una voce propria. Costruisce un cosmo suo, con i suoi personaggi, la sua geografia, la sua grammatica. E lo fa con un trasporto per la vicenda che si avverte in ogni pagina. Perché questo è, profondamente, un libro d’amore. Non l’affetto retorico dei romanzi sentimentali, ma quello multiforme che lega i protagonisti: tra madre e figlia, tra marito e moglie, tra amici, tra compagni di lavoro. Un sentimento che illumina tutto, anche i momenti più tragici, rendendoli luminosi.

Irene Di Liberto conosce la sua terra per appartenenza. E questa appartenenza si traduce in una scrittura che scava la Sicilia anziché limitarsi a guardarla, come si scava una miniera: con fatica, con pazienza, con la consapevolezza che sotto la superficie c’è qualcosa che brucia e che fa luce.

A Irene Di Liberto va il mio augurio più sincero. Questo libro è un nuovo importante passo di un cammino che, ne sono certo, saprà regalarci altre storie altrettanto intense. La Sicilia che racconta non è solo memoria del passato, ma lingua viva che parla al presente.

E La zolfatara lo dimostra con la forza della prosa migliore: quella che non si contenta di narrare, ma che rivela la condizione umana.

IRENE DI LIBERTO

Siciliana d’origine e umbra d’adozione, scrive poesie e libri per l’infanzia. È ambasciatrice e membro onorario dell’Accademia della Lingua e della Cultura Siciliana e ha conseguito un master in scrittura cinematografica. Ha vinto numerosi premi letterari nazionali e internazionali ed è stata segnalata al Premio Strega Poesia 2024 con la raccolta Post poesia.

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