L’epopea dei tipi di provincia nella prosa di Chiara ha avuto una grandissima fortuna, influenzando la narrativa di genere e rendendo l’arte del racconto come definizione topografica e sociologica degli uomini della provincia italiana, in particolar modo lombarda, facendo di essi delle caricature, o, metaforicamente, delle tessere del mosaico della vita, superfici che ancora regalano un riflesso non dissimile della miseria umana di ieri e di oggi. Tuttavia spesso accade che tipi di uomini tratteggiati fra le pagine di romanzi e racconti appaiano per lasciare (e siano destinati a farlo), un segno più o meno profondo, come leggevano nel Balordo l’avventura di Anselmo Bordigoni, nella Spartizione di Emerenziano Paronzini, a cavallo tra gli anni trenta e quaranta (è assai comune nei romanzi chiariani la menzione onomastica dei personaggi principali o la variante sineddotica per indicare il romanzo), così ci accostiamo alla prorompente ascesa del Cafasso, il cui episodio è incorniciato in un altro divertente racconto presente in Il nobiluomo Batosti e altri racconti, edito da Mondadori nella collana Oscar dal 2013.
Sulle caratteristiche del racconto di Chiara modellato esclusivamente sui tipi umani, è nota tra gli studiosi la predilezione del luinese per la narrazione orale con la quale era solito intrattenere e ammaliare i suoi ascoltatori, fra i quali si potevano annoverare suoi amici e conoscenti, ma anche semplici avventori dei caffè o di altri luoghi frequentati dallo scrittore: botteghe, il biliardo, le bische; che ormai lo conoscevano come voce autentica della propria città; l’Omero delle proprie storie. Fu un abile precursore del luogo immaginario di memoria manzoniana, di modo che nessuna storia fosse riconducibile ad un luogo particolare, difatti egli stesso diceva che Luino non deve essere cercata sulle carte geografiche, ma in quell’altra ideale geografia, dove si trovano tutti i luoghi immaginari nei quali si svolge la favola della vita. Luino per sua conformazione geografica si presta a una sensibile movimentazione turistico-economica nel passaggio tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento; le case assiepate sul lungo lago costituivano una catena ininterrotta di alberghi.
E dunque notevole come anche la geografia dei luoghi abbia influenzato la genesi di storie orali spontaneamente prodotte e poi abilmente ordinate dal nostro scrittore. È raro che Chiara cominci, almeno nei racconti brevi, in medias res, e decida di ignorare sfondo e ambientazione. Secondo me, la prosa del narratore lombardo andrebbe studiata come esempio di prosa paesaggistica, perché traspare in essa il legame tra le parole, che evocano gli scenari, e i luoghi che vengono menzionati e accendono i ricordi. Anche nella caduta di Cafasso notiamo un incipit simile: “Dalla calura insistente del basso Piemonte, dai vapori padani che gravano sulla sua città e l’avvolgono d’un velo soffocante, il signor Cafasso è emerso”. Il racconto, ho più volte pensato per le modalità con le quali è scritto, e per le emozioni che suggerisce quando viene letto, comincia come una semplice voce quotidiana; della quale via via ne viene ingrandita la eco; prorompe il suono e se ne distacca sommessamente dall’interiorità; poi comincia l’ascolto tra gli astanti; la prudenziale modifica per l’intervento di uno dei presenti; infine, il lancio della prima edizione orale, fino al processo di silente rielaborazione scritta. Abitualmente si trattava del racconto di fatti reali, di cui Chiara era stato protagonista o testimone, che sapeva rielaborare abilmente, catturando la curiosità e l’attenzione del pubblico con cui di volta in volta aveva l’occasione di confrontarsi. Una dote naturale dello scrittore posseduta fin da giovane e messa poi a frutto, in età matura, per diventare un brillante e prolifico autore del secondo Novecento. Scriveva Giovanni Tesio nel suo elegante saggio “Novecento in prosa da Pirandello a Busi” che è Il piatto piange “costituisce il ponte di passaggio tra i due mondi, la traduzione scritta (e finalmente originale) di una vita per eccellenza orale, parlata. Non è da pensare per altro che questo avvenga, come per miracolo, senza mediazioni letterarie: ne è testimone la cura di opere a circuito quasi riservato, gravide di ipoteche critiche e morali, e tuttavia geniali e anticonformistiche”; da lì il passo si è centuplicato nella stesura e redazione di racconti brevi che hanno senza dubbio dimostrato un grande passione per la vita e le sue stranezze, puntando il microscopio verso quel nugolo informe di formiche umane che lentamente popola la geografia del mondo.
Tornando al racconto breve leggiamo che il nostro eroe, il signor Cafasso, dopo aver chiuso il negozio, si muove in direzione nord, presso la bassa Valle d’Aosta per le ferie invernali; il narratore ci comunica l’essenziale e ne certifica la pura essenza di banalotto, un signor so tutto io, che rivendica il proprio ruolo di paterfamilias, e nondimeno capace di esprimere il proprio dominio nell’ordinaria e nella straordinaria amministrazione, riducendo al silenzio la moglie, il figlio trentenne che vive ancora con i suoi e il genero; come notiamo in questo caso leggendo: “Il signor Cafasso non cede mai la guida al figlio o al genero. Nonostante i suoi sessant’anni si sente il miglior pilota della famiglia e vuole, sulla strada come in negozio, che tutte le responsabilità si assommino nella sua persona”. L’irreprensibile capoclan si muove in un viaggio organizzato nei minimi dettagli e dirige la piccola famigliola verso la meta vacanziera.
Appena giunta la famiglia davanti all’alberghetto avvengono le sistemazioni di rito, il microcosmo familiare descritto si osserva che è comunque modellato su un racconto orale, dato che leggiamo una fotografia interessante che vuole sottolineare non tanto la dinamica interfamiliare dei rapporti, quanto, al contrario, sminuire l’auctoritas del Cafasso e renderla assai dissacrante con quella precisazione che ha il sapore di in cauda venenum, dipingendone un tipo avaro e taccagno, quando scrive: “aveva prenotato due camere per otto giorni. Due camere soltanto: una matrimoniale col terzo letto dove avrebbe dormito il figlio trentenne e l’altra per i coniugi giovani, pure col terzo letto per il bambino. Il figlio, già anziano, si sottometteva ogni anno per otto giorni ad essere considerato un bambino e a dormire coi genitori, tanto gli sarebbe parso scandaloso gravare sulla spesa con una camera tutta per sé.”. Pertanto, il narratore luinese, pur nella brevitas del racconto, non smette di darci informazioni, interpretazioni degne di nota, dato che egli, già negli anni ’70, aveva anticipato la figura tanto discussa del bamboccione, ossia, recuperando il lessico dalla sezione Neologismi 2008 della Treccani on line, chi “è considerato incapace di affrontare le responsabilità e le difficoltà della vita”. Il giorno dopo, leggiamo che cominciano le passeggiate famigliari nel paesaggio innevato e il signor Cafasso guida, con fare da patriarca e bastone da passeggio alla mano, l’intero gruppo di famiglia verso l’itinerario previsto; sino a quando non rimane che l’ultima delle primizie offerte dal paesaggio da favola: la seggiovia. Proprio in questo punto il narratore prepara il colpo di scena. Il Cafasso discute a tavola sull’opportunità di praticare o meno l’utilizzo della seggiovia; ne discute il prezzo; valuta i pro e i contro, tutto all’interno di un discorso surreale, a tavola, di fronte i propri famigliari riuniti, e condensato dal Chiara, in poche battute di discorso diretto, che è la fiammata improvvisa: «Seicento lire a persona andata e ritorno» diceva il signor Cafasso a tavola dopo aver accettato di discutere il problema. «Sei per sei trentasei: tremilaseicento lire!». Quest’ultimo sistema consente al lettore di staccare l’attenzione dal racconto del narratore e immergersi nel dialogo; io ho sempre pensato che potrebbe essere il momento in cui il narratore orale riportava la veridicità della battuta, magari camuffandone la voce; è come se il racconto si sdoppi nella sua duplice dimensione scritta e orale.
Tornando al racconto il signor Cafasso decide per l’indomani l’utilizzo della seggiovia, e per rimanere in tema di personaggio-macchietta, calcato dalla temporale tagliente e ironica: “dopo aver tentato invano di ottenere uno sconto presentando la fila di cinque famigliari”, acquista i biglietti e si prepara a giungere sulle pendici del Monte Rosa. Mentre l’attenzione del narratore sposta il focus del protagonista, per un attimo eclissato, sui membri della famiglia che approdano sull’altura designata dal transito della seggiovia e godono beatamente del paesaggio innevato, il racconto presenta il suo breve, ma intenso momento di tensione narrativa; ecco difatti lo spannung: “Quando venne l’ora di scendere, il signor Cafasso non era spuntato. Si era eclissato, forse in cerca di un luogo comodo o per mettersi in un angolo remoto a prendere il sole”. Da notare come questo inciso si ricongiunga all’incipit: “Dalla calura insistente del basso Piemonte, dai vapori padani che gravano sulla sua città e l’avvolgono d’un velo soffocante, il signor Cafasso è emerso”. Emerso, eclissato, tipi umani, tipi di provincia che emergono e si eclissano, per poi riapparire nei nostri racconti, nelle nostre parole di ieri e di oggi.
La faccenda si complica e la tensione cresce a dismisura; vengono iniziate le ricerche; la zona ispezionata; gli alpinisti allarmati; la moglie disperata: dove è Cafasso? L’eco si sparge per tutta la valle. Arriva in tempo, a chiudere la faccenda, una segnalazione da parte del manovratore della seggiovia che telefona alla stazione di partenza e riferisce che Cafasso era arrivato giù; il percorso infatti era stato svolto interamente a piedi costeggiando in maniera solitaria una strada che costeggiava il pendio tortuoso dei monti verso la discesa a valle. All’arrivo nella postazione dei soccorsi i famigliari del Cafasso trasecolarono perché: “lo trovarono nudo, nelle mani di un infermiere che lo stava incerottando e pennellando con la tintura di iodio. Contusioni ed escoriazioni alla testa, al viso, alle spalle, ai gomiti, alle ginocchia e alle mani; un occhio blu, due bitorzoli in fronte e un polso lussato. Nessuno riuscì a far parlare il signor Cafasso che mugolava come un bue”. Questi dolori “colorati” hanno una motivazione valida, però il narratore continua silente, allungando l’ombra di mistero.
Prima che il luinese concluda il racconto si prepara frattanto il colpo finale: “Quando fu portato all’albergo e disteso nel suo letto, ricominciarono le domande dei famigliari. Nessuno riusciva a capire perché, con tutta la sua prudenza, si fosse messo al rischio di una simile discesa”. Ecco l’uomo così prudente che mostra il suo essere fallace, irrimediabilmente umano, macchiato dal vizio, dalla stortura, dal suo essere abietto e profittatore della disgrazia altrui. “Ma l’interpellato non parlava. Si limitava a rievocare le cadute: «Sei cadute» diceva piagnucolando «il doppio di quelle di Gesù sotto la croce!” l’idea di stabilire un parallelo con il simulacro della sofferenza è in forte antifrasi con la levatura del personaggio. E la moglie che grida incredula: «Ma perché? Ma perché?» chiedeva la moglie torcendosi le mani. «Avevi il biglietto di andata e ritorno! Cosa ti è venuto in mente?». Il refrain diventa comico perché a turno tutti i famigliari gli si fanno incontro, ponendogli la stessa domanda: e turno il figlio, la figlia, il genero e perfino il nipotino gli andavano vicino e chiedevano: «Ma perché? Ma perché?».
Il racconto ha una fase di stacco; sembra infatti concludersi da una frase proferita dal capofamiglia che ammutolisce il gruppo e non ammette replica alcuna. Poi il narratore ritrova la consueta verve e disvela con colpo di maestro quanto accaduto: “Il perché sarebbe rimasto un segreto, se non si fosse presentato dopo cena un giovane a chiedere se il signor Cafasso non avesse trovato, nella discesa, una borraccia che il giovane diceva di aver perduto scendendo per lo stesso sentiero poco prima, per raccogliere un portafogli che gli era caduto salendo in seggiovia”. All’alterazione seguita alla richiesta del giovane, appena uscito il capofamiglia confessa; e il dialogo non è riportato dal Cafasso; è il narratore che sbroglia la faccenda e conclude: “salendo in seggiovia, all’altezza del pilone numero 17, aveva scorto sotto di sé un portafogli gonfio, certamente caduto a qualcuno che lo precedeva. Senza dir nulla, appena arrivato si allontanò dai famigliari e prese il sentiero del ritorno convinto di poter raccogliere il portafogli. Purtroppo, il pendio era risultato terribile, al punto che alcune volte rischiò di precipitare. Inutile dire che quel “magrone”, quella “faccia di ladro” che era venuto a chiedere della borraccia, era sceso prima di lui e aveva già raccolto il portafogli.”.
Fregato dal più furbo, povero Cafasso. L’onesto che ha tentato per una volta di fare il colpaccio.
