Quando l’informazione passa dei feed e riscrive le regole della fiducia

Articolo di Francesco Pira

Il futuro dell’informazione, probabilmente, non sarà né completamente nelle mani dei media tradizionali né esclusivamente in quelle dei creator. Sarà un terreno dinamico e in continua evoluzione. E proprio per questo, più che mai, richiederà consapevolezza, etica, responsabilità e una nuova forma di alfabetizzazione culturale

Nel panorama contemporaneo dell’informazione, il confine tra chi produce contenuti e chi li fruisce si è fatto sempre più sottile. La Generazione Z, cresciuta immersa nei social media, non si limita più a ricevere notizie: le seleziona, le interpreta e spesso le scopre attraverso figure che non appartengono al giornalismo tradizionale. Creator digitali e influencer sono diventati mediatori culturali, punti di riferimento quotidiani e, in molti casi, veri e propri “traduttori” della realtà. Ma cosa comporta questa trasformazione? E quali implicazioni sociali, culturali e psicologiche porta con sé?

In questo contesto si inserisce un articolo che ho trovato particolarmente rilevante: Come parlano i creator digitali (e perché per la Gen Z contano più dei media), pubblicato su ELLE e scritto da Deborah Terrin. Il testo offre uno sguardo lucido e articolato su un fenomeno che non può più essere considerato marginale, ma che anzi rappresenta uno dei nodi centrali della comunicazione attuale.

Come sottolinea l’autrice, “content creator e blogger hanno un impatto crescente sui contenuti e sulle informazioni che le persone consumano online”, e i dati del Digital News Report 2025 lo confermano: “il 44% dei giovani tra 18 e 24 anni considera i social la principale fonte di ricerca”. Questa percentuale, già di per sé significativa, apre a una riflessione più ampia sul ruolo dell’informazione oggi, sempre meno legata a canali istituzionali e sempre più frammentata in micro-narrazioni diffuse.

Uno degli aspetti più interessanti riguarda il rapporto di fiducia. L’articolo evidenzia come “per molti ragazzi, le persone rese famose dalla rete non sono semplicemente volti che scorrono nel feed”, ma figure percepite come “più autentiche e accessibili”.

L’autrice descrive efficacemente uno “scenario informativo frammentato”, in cui “i giovani della Generazione Z privilegiano piattaforme come TikTok e YouTube”, spazi caratterizzati da “un’interazione diretta e ripetibile, ma soprattutto più inclusiva”. Tuttavia, questa accessibilità porta con sé anche delle criticità: “l’informazione è diventata più polarizzata”, e spesso i contenuti si basano su “video virali piuttosto che su dibattiti strutturati”.

Questo fenomeno può essere interpretato attraverso le teorie di Manuel Castells sulla società in rete, dove il potere si costruisce attraverso la capacità di influenzare flussi di informazione. I creator, in questo senso, non sono solo intrattenitori, ma attori centrali nella costruzione del discorso pubblico.

Un altro passaggio chiave dell’articolo riguarda il consumo. “I creator suggeriscono prodotti, servizi, app, viaggi, libri”, ma, come sottolinea Terrin, “non vendono quasi mai solo un oggetto: vendono un contesto, un’atmosfera, un’idea di sé”. Questo aspetto richiama le riflessioni di Zygmunt Bauman sulla società dei consumi, in cui ciò che viene acquistato non è tanto il prodotto in sé, quanto il significato simbolico che esso rappresenta. L’identità diventa un progetto da costruire, e i social offrono modelli pronti da imitare.

Tuttavia, proprio qui emergono alcune delle criticità più rilevanti. L’articolo mette in luce come “vite ordinate, produttive, curate” possano trasformarsi in un modello implicito difficile da sostenere. Figure come “la studentessa impeccabile” o “il creator che a ventidue anni sembra avere già capito tutto” contribuiscono a creare standard elevati e spesso irrealistici. “Quando questo succede, l’ispirazione rischia di trasformarsi in pressione”. Il risultato può essere un aumento del senso di inadeguatezza, come evidenziato dall’autrice: “confronto sociale, senso di inadeguatezza, paura di essere indietro”.

Eppure, l’articolo non si limita a una visione critica. Viene riconosciuto anche il valore positivo dei creator: “c’è chi scopre un master, un’esperienza Erasmus, una professione digitale”, e soprattutto “chi si sente meno solo ascoltando qualcuno parlare apertamente di ansia, stanchezza, fallimenti”. In questo senso, i social possono diventare spazi di condivisione e di supporto emotivo, contribuendo a rompere tabù su temi come la salute mentale.

Resta però il rischio di semplificazione: “problemi complessi si riducono a etichette”. Questo è un punto cruciale, perché evidenzia come la velocità e la brevità dei contenuti possano impoverire il dibattito, riducendo la complessità a slogan facilmente condivisibili.

Particolarmente interessante è anche la riflessione sul rapporto tra creator e informazione. “Il creator non sostituisce sempre il giornalista, ma può diventare il primo filtro”. Questo passaggio è fondamentale: non si tratta di una sostituzione totale, ma di una ridefinizione delle gerarchie informative. Il primo contatto con una notizia avviene sempre più spesso attraverso un video o un post, che orienta l’attenzione e costruisce una prima interpretazione.

Di fronte a questa prospettiva, la domanda centrale diventa: cosa fare? L’articolo propone una risposta chiara: investire nella media literacy. “La capacità di distinguere informazioni attendibili da disinformazione e fake news” diventa una competenza fondamentale, non solo per i giovani ma per l’intera società.

Questo implica un cambiamento nei processi educativi. Non basta più trasmettere contenuti, ma è necessario sviluppare strumenti critici. In altre parole, bisogna insegnare non solo cosa pensare, ma come pensare.

Indubbiamente, il fenomeno dei creator digitali non può essere liquidato né come una moda passeggera né come una minaccia assoluta. Si tratta di una trasformazione strutturale del modo in cui le nuove generazioni si informano, costruiscono identità e interpretano il mondo. Come suggerisce l’articolo di Deborah Terrin, la sfida non è contrastare questa evoluzione, ma comprenderla e governarla.

C’è anche un elemento di speranza. La stessa rete che amplifica disinformazione e pressione sociale è anche uno spazio di connessione, scoperta e possibilità. Se

accompagnati da strumenti adeguati, i giovani possono non solo evitare i rischi, ma sfruttare appieno le opportunità offerte da questo ecosistema.

Il futuro dell’informazione, probabilmente, non sarà né completamente nelle mani dei media tradizionali né esclusivamente in quelle dei creator. Sarà un terreno dinamico e in continua evoluzione. E proprio per questo, più che mai, richiederà consapevolezza, etica, responsabilità e una nuova forma di alfabetizzazione culturale.

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