Salgàri, Sandokan e il restauro

Articolo di Filippo Scimé

Di recente sta catturando l’interesse del grande pubblico e dei lettori un tentativo, senz’altro sorprendente, relativo alla produzione salgariana. Il progetto riguarda la restaurazione e l’adattamento in italiano attuale delle opere salgariane, a cominciare da Le Tigri di Mompracem e, a quanto pare, destinata a diventare il primo intervento appartenente alla prodigiosa collana dal titolo: «Sandokan in italiano attuale». Il formato kindle restituisce una veste nuova a un prodotto di consumo librario, per anni confinato da antiche e polverose edizioni, tuttora circolanti sul mercato, spesso però prive di note e ulteriori indicazioni critiche come se Salgàri non ne avesse bisogno.

Il proposito del curatore, Gabriele Scantamburlo, parte dal presupposto che la lettura, a distanza di più di un secolo, possa essere un ostacolo. L’edizione integrale potrebbe essere infatti criptica, ma l’italiano di Salgàri che tipo di italiano è? Una delle domande rivolte ai lettori è se il tentativo di leggere il Ciclo di Sandokan in edizione integrale sia stato proibitivo. Il “problema linguistico” se lo era posto recentemente lo studioso Giuseppe Polimeni dell’Università di Pavia, che ha curato il volume “Sui flutti color dell’inchiostro. Le avventure linguistiche di Emilio Salgari”, uscito per le Edizioni Santa Caterina; all’interno dell’opera si riflette l’importanza del linguaggio salgariano, un grimaldello opalescente dato che con la sua produzione fu il primo a diventare in Italia, tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, un autore di grande consumo. In un periodo di trasformazione sostanziale della platea dei lettori emerge che Salgari è l’autore più letto anche da commessi, operai e persone appartenenti a ceti privati dal piacere di scoprire avventure di carta e dall’emozione di spendere danari per viaggiare, appunto, sui “flutti color dell’inchiostro” – continua Polimeni – “noi ci siamo domandati cosa accomunava questi lettori, questo pubblico vasto e multiforme, considerando quale peso ha avuto questa lettura nella formazione e nella trasmissione di quel nuovo italiano che si è diffuso non soltanto attraverso le vie primarie di alfabetizzazione, come la scuola, ma anche lungo i percorsi dell’intrattenimento”.

Salgàri ha saputo creare un linguaggio universale e democratico, uscendo dalla rigida categorizzazione del dialetto e dalla forzata risciacquatura dei panni in Arno. Le sue prime uscite al grande pubblico furono un vento di libertà; giovani e giovanissimi, abbracciarono l’avventura, il sogno di evasione, la bellezza di terre lontane che finalmente diventarono vicine e consapevolmente conosciute tramite quelle descrizioni enciclopediche, le cui nozioni finalmente squarciavano verità destinate a rimanere imbrigliate ancora per molti anni. Di conseguenza meritò l’appello di lettura giovanile e, come tale di una lunga pletora di autori, Salgari è divenuto naturalmente un modello per gli scrittori che hanno voluto dipingere l’avventura. Scrive ancora Polimeni: “La grande diffusione e il successo dei suoi libri sembrano contrastare con le scelte linguistiche, che appaiono attardate sui modelli dell’appendice dell’Ottocento, ancora in parte legate a un lessico spesso attinto a modelli della poesia più che della prosa, ma forse fu proprio questa la “ricetta” che ha permise allo scrittore di raggiungere un pubblico abituato ormai a leggere i giornali, la cui lingua si rivelava ancora sostanzialmente condizionata dai modelli letterari del secolo precedente”.

Nel 2026 questo quadro dovremmo forse affermare che questo quadro è cambiato?

Partendo da tali considerazioni è inevitabile che sia nata una ridda di pareri favorevoli e contrari fra quella che viene presentata come una moderna celebrazione salgariana. Ovviamente questo aspetto sarebbe riduttivo limitarlo a Salgàri e alle sue opere; in realtà la questione si estende a molte opere della letteratura italiana, si veda ad esempio le visioni differenti su opere come il Decamerón o l’Orlando Furioso, che avevano visti impegnati Giulio Ferroni (per la difesa dell’autenticità dell’opera e della necessità di un importanza paideutica dell’opera in lingua italiana) e Bianca Pitzorno (schierata invece per la necessità di un adattamento in una lingua italiana contemporanea, che salvaguarda l’originalità dell’opera).

In questo specifico caso mi sono limitato a raccogliere due pareri che rappresentano l’idea dei critici, dei cultori e dei lettori salgariani. Vittorio Sarti definisce Gabriele Scantamburlo un apostolo che diffonde, a proprie spese e a titolo completamente gratuito la versione, quella vera scritta e pensata da Emilio Salgari. Che questa operazione di “riscrittura” in forma facilmente assimilabile dalle attuali generazioni sia utile dato che si propone di avvicinare una nuova fetta di lettori, constatando l’evidente paradosso di un testo italiano riscritto per essere fruito da lettori italiani. Più che un lavoro filologico, Vittorio Sarti lo ritiene un utilissimo lavoro pedagogico (visto il pauroso abisso culturale delle nuove generazioni). Infine, il grande Lettore salgariano, comunque si chiede, sempre per amor di paradosso, “come mai un tempo, quando la cultura era limitata e circoscritta, tutti leggevano; oggi, tutti sono colti e alfabetizzati, ma nessuno legge più”; in particolare, spera che dopo questa lettura, molti si rivolgano verso i testi integrali; “in caso contrario avranno fatto una lettura che comunque fa conoscere Salgàri a differenza di molti scritti attuali e osceni sceneggiati che danno una visione completamente falsa e distorta delle sue opere”. Si tratta di un pensiero che riflette lo stato attuale dei lettori e della lingua italiana che merita più di una riflessione. Possiamo avere la presunzione di ignorare una situazione simile e chiuderci in considerazioni limitanti e limitate alla lingua degli autori italiani? È senza dubbio un punto di vista interessante che però non riflette, a mio avviso, sul concetto di letteratura intesa come produzioni di testi che rispecchiano un contesto cronologico, storico, politico e sociale.

Di avviso diverso è il parere di Felice Pozzo, nel quale è poco incline a ritenere valido il progetto di nuova edizione restaurata. Difatti lavorare a un’edizione restaurata che, sia ben chiaro, non intende essere, e cito le parole dell’editore “una riscrittura semplificata, non un adattamento per bambini, ma un restauro linguistico fedele all’opera originale: come ripulire un affresco senza modificarne forme e colori” è un’operazione controproducente che svilisce la ricerca storico scientifica, o più semplicemente culturale che Salgàri ha fatto e prodotto con fatica e sapiente lavoro di miscela delle fonti. Di certo sarebbe utile non tanto “un testo limpido, fluido e autentico, che restituisce a Salgari tutto il suo vigore narrativo, rendendolo appassionante soprattutto per il lettore di oggi”, ma forse il bisogno di edizioni critiche che le opere di Salgàri non hanno mai avuto. Ben venga un glossario completo dei termini salgariani più specifici; delle note che spieghino le forme e i costrutti più specifici, più tecnici della prosa salgariana, periodi lunghissimi, ma riscrivere in un italiano attuale significa non rispettare il percorso compiuto dall’autore. La semplificazione è danneggiamento, in quanto implica l’assenza di sforzo, o meglio di ricerca e di recupero della misura dell’autore e delle sue storie.

      C’è chi, seguendo il filo intrecciato dai pensieri, come il già citato Vittorio Sarti crede che sia “superfluo lambiccarsi il cervello e porsi quesiti inutili” sottovalutando, a mio avviso, il fatto che possa esserci un problema nel merito della questione: come il lavoro è stato fatto; quale edizione è stata presa in considerazione; se c’è stato un confronto di varianti, cioè se si è operata o meno un’osservazione e uno studio di tipo filologico, perché penso che nulla vieti di farlo con Salgàri e se voglia riscrivere un’opera non posso sottovalutare l’evoluzione che c’è dietro. Al tempo stesso ribadisce che l’uscita e il progetto di questa particolare edizione “non annulla o cancella la ristampa delle versioni integrali. Saranno gli esiti più o meno elevati, sia in vendita che in giudizio, a rispondere” e su questo devo ammettere che abbia ragione dato che ci troviamo di fronte un mercato spietato, costituito da prodotti ad captandum vulgus, venali scorpori di parti di romanzi, in nome di qualche euro in più e creando un danno enorme all’autore.

Ai posteri l’ardua sentenza.

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