Piero Chiara, davvero. Fantasmagorie raffiane

Articolo di Filippo Scimé

Dell’uomo Piero Chiara, oltre alla traccia adombrata in alcuni scritti per il quale alcuni critici si sono occupati di raccogliere le briciole di vita per formare il pane della storia, si conoscono poche notizie, sia per la distanza dalla morte, il cui anniversario ricorre fra pochi giorni, sia per la classica situazione che riguarda ormai tutti gli scrittori italiani del secolo scorso, che sopravvivono solo ed esclusivamente in virtù della meritoria azione di critici, lettori, centri di studio, i quali con grandissimo impegno e tanto spirito di iniziativa tengono viva la fiamma che tende lentamente a spegnersi.

Mauro della Porta Raffo, amico di Piero Chiara, più volte ha lasciato una vivida testimonianza della loro amicizia, del Chiara profumatamente uomo, davanti alle storie della vita, prima forse della riproposizione su carta o nell’oscuro silenzio che precede una iridescente scrittura che ha imbalsamato l’epopea dei tipi di provincia.

Tra i due erano molti gli interessi, e diversi anche solo naturalmente per via della differenza d’età (trentuno anni, per la precisione, 1913 e 1944); a questo aspetto, tutt’altro che secondario, si devono necessariamente aggiungere una serie di fattori quali: estrazione familiare, educazione, provenienza, ambiti. Due opposte latitudini, uniti da un comune osservatorio astronomico: Varese. Due lombardi: il primo autoctono, ma frutto del puro caso, perché il padre Eugenio, siciliano di origine, si era mosso con quella vitalità tipica dell’anguilla andando a svernare lontano dalla terra natia, nascondendosi proprio nella sponda lombarda del lago Maggiore, fermandosi a Luino dove spirano venti dai nomi diversi; l’autore che ha ritratto “il magma umano che traversa l’esistenza senza osservarla”, e schivo verso i grandi onori, nonostante la fama, dato che spesso ripeteva: “con gli uomini che rappresentano l’arte e la cultura del nostro tempo ho viaggiato sullo stesso treno ma in un altra carrozza”.

L’altro, invece, saggista e scrittore italiano, il gran Pignolo, romano d’origine, ma lombardo d’adozione. Presidente onorario della Fondazione Italia USA (voluta dall’intervento di Corrado Maria Daclon), è uno dei più qualificati esperti di storia politica degli Stati Uniti ed elezioni presidenziali americane, nonché autore del blog elezioniamericane.com. Per questo lo apprezziamo come ospite fisso di programmi televisivi e radiofonici in occasione delle elezioni negli USA. Con graffiante ironia ha sempre sostenuto che “del mondo di oggi salvo solo la tecnologia. Per il resto, l’uomo è sempre uguale. Del mondo di ieri rimpiango la verve. Adesso i giovani stanno muti davanti alle slot machine, ai computer, come automi. Una volta il prete giocava col peccatore, l’avvocato col giudice. Ognuno diceva la sua, uscivano battute formidabili. Perché crede che il cabaret sia morto? Il gioco era un esercizio collettivo. Capitava che durante una

partita [a carte] Piero Chiara dicesse a uno spettatore: va’ a pisciare per me, ché io non posso. È finita la creatività. Sono rimasto solo io.”

E proprio da questo commento mi piace sostenere che il confronto tra loro è stato continuo, una fortuna che un tempo si poteva ammirare nel web anche nel corso di letture fugaci in quel “Dissensi e Discordanze”, un blog e una rivista cartacea davvero interessante, ormai sepolta dall’oblio digitale e cartaceo. Che curiosa amicizia la loro! Un inseguimento continuo, alla caccia del mito e poi quel confronto diretto, cercato, voluto, previsto nei tavoli dei bar e caffè, nei momenti di ozio vorace che abbrutisce la gente e dai quali con occhio attento Chiara ne cavava il succo.

Di questa nobile libagione e del romanziere lombardo, quindi, Mauro della Porta Raffo si definisce un attento testimone, una voce “vivente e vera, senza costruite noiosità giustificanti chissà quali manchevolezze, che, lungi dal relegarlo, erano (e bene infine lo sapeva) alla base del suo essere e del suo felice raccontare – in lui, fu e apparve assolutamente prevalente, in forza, l’origine, schiettamente, popolare, paesana, che, ove confutata e rimossa, lo avrebbe certamente costretto alla temutissima mediocrità” ed è questo che più colpisce del memoriale affidato a questo grumo di pensiero che a mano mano va scollandosi mentre passa il tempo. La verbosità orale, il racconto come cavallo di battaglia, il recupero di un’umanità che fa bruciandosi in lunghi barbagli di fumo, crepitando in ungarettiane capriole di fumo e assopendosi sotto la cenere.

Del Chiara dell’infanzia si conosce poco, se non quanto offerto dai suoi racconti, nei quali leggiamo che i teneri anni della fanciullezza per i propri genitori erano diventati duri, dato che il piccolo sembrava aver succhiato il nettare di una irrefrenabile natura; ereditata da chi? Si chiede Mauro della Porta Raffo: da parte siciliana del genitore? parte lacustre del materno Verbano? dal connubio? Era nato in via Felice Cavallotti – il bardo della democrazia montanelliano – e il Chiara, bambino, “non appena possibile si era chiesto chi il desso fosse, ne aveva cercato locali testimonianze (una vecchia maestra che glielo rappresentò alticcio e vociante quale lo aveva visto ai relativamente remoti tempi di una campagna elettorale) e studiato vita e azioni nella biblioteca comunale, unico o pressappoco colà a farlo”.

E il bisogno di un desidero vorace, indagatore, da sempre impressionato sin dalla tenera età all’onomastica, ai suoni dei nomi e ai loro rimandi, che verranno riprodotte sulla pagina nella loro forza di nomina loquentes: come se dovessero sciogliere chissà quale segreto arcano, chissà quale storia da registrare nell’accurata stenografia della vita, sempre a cercarne una morale. Si racconta inoltre – ce lo riporta proprio il suo amico – che “nasce proprio da questo momento che, sempre indagatore, anziano, acquistato un notevole binocolo con il quale osservare gli occupanti dei da casa visibili altrui balconi, alcuni dei quali con facce, nasi, fronti, orecchie, note e noti, capitava ne ritrovasse vecchie memorie”; è la prosopopea dei visi, è il dettato della realtà che unisce peccato, curiosità e pettegolezzo. Ed è indispensabile conoscerlo a fronte delle sue storie.

Infine del Piero alunno, in Le Avventure di Pierino al Mercato di Luino, abbiamo avuto corposa traccia delle sue mirabolanti avventure, una traccia che possiamo pienamente godere in memorabili racconti come “La pagella scolastica” del quale avevo parlato in qualche articolo addietro: https://www.ilsaltodellaquaglia.com/linsegnante-lallievo-e-lo-scrittore-la-pagella-di-piero-chiara/ sappiamo che il padre – dopo un paio di bocciature – ogni fine anno scolastico, doveva chiedere udienza al direttore della scuola elementare frequentata, anche in terra piemontese non bastando le sedi lombarde della ‘Costa Magra’ (fucina da sempre, scrive Mauro della Porta Raffo, di artisti ‘matti’ a legione la qual cosa, a detta di Nanni Svampa dipendeva e deriva da una magica vena sotterranea che, scendendo dal Monte Verità, residenza di Hermann Hesse e ‘patria’ dei ‘Balabiott’, arriva sulla nostra riva, percorre tutto il Luinese, in parte il Lavenese, piega verso Varese e si conclude in Valceresio, causando nel percorso la nascita o la maturazione di menti superiori a bizzeffe) per assicurargli, la mano sul cuore, che se lo avessero promosso con un bel calcio nel sedere lo avrebbe portato ad altro istituto.

Pertanto lo scrittore nasce da autodidatta, una formazione aliena da qualsiasi studio letterario o programmato, priva in assoluto di qualsiasi ambizione o velleità a studi altisonanti: sono le vette della vita le cime da scalare per il giovanotto varesino che non disprezza ancora, in lunghe, giornaliere ore di lettura e studio, dove nella quasi soffitta abitata in centro Varese – quattro grosse candele accese a risparmiare il costo della luce dovendo i denari servire per il notturno azzardo, carte, biliardi, casinò che fosse o fossero – avrebbe affrontato la migliore letteratura internazionale e le ammiratissime pittura e scultura i cui ‘grandi’ celebrerà in eccezionali Elzeviri nella Terza Pagina del Corriere, della quale sarà, altamente apprezzato da Giulio Nascimbeni, firma tra le più prestigiose certamente.

Infine oltre al bambino Chiara fu anche figlio che alla amatissima madre, costantemente in apprensione, lasciando il raccattato (ultimo, a suo tempo scrivere Mauro dalla Porta Raffo– da ginnasiale di ripiego essendo quel titolo indispensabile per partecipare – in graduatoria nel concorso e per questo destinato in Friuli laddove apprese i segreti del vino e pagò ignorare che non bisogna “mai tirar la buca in mezzo né giocar col biscazziere”) posto di Aiutante e poi Cancelliere (e avrebbe in seguito parlato di quegli anni dicendo “Quando ero nella Giustizia”, lasciando ben altre cariche intendere), per rassicurarla sul proprio futuro economico (sapeva la madre della misera povertà normalmente assegnata agli scrittori) si inventò una conversione nell’allora proficuo – e dalla stessa ottimamente considerato – mestiere di mediatore di cavalli: non poteva che avere questa trovata, imprevedibile, imponderabile.

Un racconto, quello che fa l’amico, capace di evocare ancora quel profumo di vita, quella ribalderia di Chiara che ne impreziosisce lo scritto e che non smette di affascinare a distanza di anni.

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