I 500 anni di Raffaello: luci e ombre d’un bene comune

Articolo di Pietro Salvatore Reina

Raffaello Sanzio (Urbino, 1483 – Roma 1520) è un efant prodige. Nella prima testimonianza sicura che lo riguarda – scrive lo storico dell’arte Claudio Strinati (C. Strinati, Raffaello, Art e dossier n. 97, Giunti, p. 5) è denominato già magister all’età di appena 17 anni. È ritenuto il massimo fra i pittori anzi il «pittore», colui che dipinge per grazia infusa, per dono elargitogli dalla Natura, senza sforzo raggiungendo una perfezione ineguagliabile.

Il nome di Raffaello è tradizionalmente unito a quello a quelli di Leonardo e di Michelangelo costituendo la cosiddetta «triade solare» del Rinascimento italiano. Il Rinascimento: la fabbrica del futuro del nostro Paese, il più bello del mondo.

Le Scuderie del Quirinale e le Gallerie degli Uffizi presentano, in collaborazione con Galleria Borghese, Musei Vaticani e Parco Archeologico del Colosseo, la mostra Raffaello 1520-1483, curata da Marzia Faietti e Matteo Lafranconi con il contributo di Vincenzo Farinella e Francesco Paolo Di Teodoro. Una grande, sublime mostra.

Piena di grazia perché mette in luce un ammontare di 240 opere per la prima volta riunite tutte insieme). La mostra Raffaello 1520-1483, a cinquecento anni dalla morte del grandissimo artista rinascimentale è un tributo nazionale che mette in luce l’ineffabile grazia d’un singolare talento artistico del nostro grande ed incommensurabile e preziosismo patrimonio.

Una mostra che, chiusa in ottemperanza al Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri dell’8 marzo 2020, è stata riaperta il 2 giugno, il giorno di Festa della nostra Repubblica, registrando a tutt’oggi non solo un record di prevendite, vendite e prenotazioni ma il tutto esaurito. La mostra chiuderà i battenti il prossimo 30 agosto.

Dopo cinquecento anni, in un presente confuso, disorientato, la tecnica, i colori, la luce, la grazia di Raffaello Sanzio (morto a soli trentasei anni) costituiscono ancora oggi le «basi» della pittura, del canone artistico occidentale? Da amante dell’Arte, da siciliano che lavora come insegnante nella provincia autonoma di Bolzano, porto impresso nella memoria/cuore la frase che è scolpita sul frontone del grandioso Teatro Massimo Vittorio Emanuele di Palermo: «L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita».

Davvero la nostra Arte – che tutto il mondo ci invidia – ha educato ed educa le nostre identità? In questo periodo drammatico segnato da una pandemia mondiale abbiamo bisogno non solo di finanziamenti, di misure economiche speciali ma soprattutto di poesia, di arte, di paideia (= educazione, formazione) atti a smascherare le forme di devianza, a riempire i vuoti e a farci riscoprire la difficile bellezza del bene. Del bene delle nostre città, del nostro paese. Il bene comune.

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