Navigator: tornaconto politico o speranza per il futuro? L’approfondimento

Articolo di C. Alessandro Mauceri

Per i quasi tremila Navigator, le speranze di ottenere un rinnovo (o almeno la proroga del mandato) sono ormai ridotte al lumicino: anche quei gruppi politici che, in origine, avevano previsto questa figura e se ne erano fatti carico in campagna elettorale, sembrano aver ceduto alle pressioni di pochi personaggi che hanno sfruttato la parola Navigator per il proprio tornaconto politico e per condurre un attacco al governo e alle politiche attive introdotte.

Una campagna  mediatica condotta a colpi di accuse basata su questa figura professionale, ma che non considera la cosa più importante: i Navigator non sono un capitolo a sé. Al contrario, sono parte di un sistema per il sostegno sociale e l’inserimento lavorativo che comprende imprese e pubblica amministrazione a tutti i livelli, dai Ministeri fino ai Comuni passando per i Centri per l’Impiego. Invece, quanti hanno attaccato i Navigator, dell’efficienza e dell’efficacia di questi enti non hanno detto (o non hanno voluto dire) nulla. Eppure di argomenti ce ne sarebbero tanti. Molti dei quali utili per comprendere il perché del successo parziale del lavoro dei Navigator.

Ma andiamo con ordine. Le domande di reddito di cittadinanza presentate sono state poco più di 2 milioni e 400mila. Di queste, ne sono state accolte solo 1.592.930 (dati ufficiali pubblicati dall’INPS, aggiornati a dicembre 2020). Di questi, stando ai dati Anpal (aggiornati all’1 settembre 2020), i beneficiari che di Reddito di Cittadinanza tenuti a sottoscrivere il Patto per il Lavoro sarebbero 1.025.124.

Uno dei compiti dei Navigator è proprio aiutare queste persone a siglare un “Patto per il Lavoro” con un Centro per l’Impiego, ovvero un documento contenente la disponibilità “immediata” al lavoro della persona e l’adesione ad un percorso di inserimento lavorativo e/o formativo individuale volto, non solo alla ricerca di una nuova occupazione, ma anche all’individuazione e al rafforzamento delle proprie competenze professionali attraverso dei colloqui di orientamento personalizzato. Questo ha significato fornire a moltissimi beneficiari gli strumenti per cercare lavoro: dalla stesura del curriculum all’accesso ai siti che pubblicano offerte di lavoro o aiutarli a registrarsi sulle diverse piattaforme e a inviare delle candidature online o semplicemente utilizzare la posta elettronica. Ma non basta. Per quanto riguarda i rapporti con le imprese, il compito dei Navigator è quello di contattarle per individuare delle offerte di lavoro da proporre ai beneficiari.

Nessuno di quelli che hanno scagliato accuse contro i Navigator si è preso la briga di dire anche che il database contenente i dati delle imprese da contattare è, giusto per usare un eufemismo, incompleto e obsoleto. Per trovare i dati delle offerte di lavoro o per contattare le aziende sarebbe stato più semplice accedere a dati aziendali aggiornati tramite le Camere di Commercio o cercare di collegare offerta e domanda di lavoro utilizzando altri strumenti, come la banca dati Eures nell’attesa che venga realizzata la piattaforma nazionale a ciò dedicata. Invece non è stato così.

E ancora. Il piano previsto dal Governo prevede la possibilità di inserire i beneficiari del Reddito di Cittadinanza nei cosiddetti PUC, i Progetti Utili alla Collettività. Lavori che, come si legge sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, “i beneficiari del Reddito di Cittadinanza sono tenuti a svolgere nel proprio Comune di residenza per almeno 8 ore settimanali, aumentabili fino a 16”. Peccato che (altra “cosetta” che i denigratori dei Navigator hanno “dimenticato” di dire) le condizioni per fare ciò sono state concordate con l’INPS solo a gennaio dello scorso anno, con il nel Decreto Ministeriale del 20 Gennaio 2020. Meno di dodici mesi fa!  https://www.lavoro.gov.it/redditodicittadinanza/Documenti-norme/Documents/DM-5-del-14-01-2020.pdf  Ciò ha fatto sì che, ancora oggi, solo un numero ridottissimo di Comuni ha avviato tali procedure e ha utilizzato queste risorse. Eppure, perdere questa opportunità è davvero grave. Specie considerando che, come si legge sul loro sito ufficiale, “i PUC rappresentano un’occasione di inclusione e crescita per i beneficiari e per la collettività”. Quindi, non solo una risorsa, ma una iniziativa dal valore “sociale”. Per la collettività e per le amministrazioni comunali i PUC “individuati a partire dai bisogni e dalle esigenze della comunità locale” potrebbero essere “complementari, a supporto e integrazione rispetto alle attività ordinariamente svolte dai Comuni e dagli Enti pubblici coinvolti”. Attività che ricoprono un ampio range di possibili settori: culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni. Di fronte ad una simile disponibilità di personale, praticamente gratuito, e considerati le necessità di tutti i Comuni italiani, era normale aspettarsi un utilizzo massiccio e su tutto il territorio nazionale di queste risorse (anche considerando che a fornire assistenza in tal senso sono non solo i Navigator, ma anche il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali). Invece, stranamente, le amministrazioni comunali che hanno approfittato di questa opportunità sono state poche. Il documento a cura del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dell’ANCI e dell’Unione Europea (FSE) parla di poche decine di Comuni (si spera, solo degli esempi e non il numero complessivo dei Comuni che si sono attivati) e nemmeno uno al di sotto Napoli, ad esempio in Calabria o in Sicilia, dove pure la “disponibilità” di beneficiari del Reddito di Cittadinanza è tra le maggiori e dove i bisogni dei Comuni sono ben noti. PUC-pubblicazione.docx.pdf (lavoro.gov.it)  Che fine hanno fatto le centinaia e centinaia di Comuni italiani che avrebbero potuto beneficiare dei PUC? E come mai nessuno di quelli che, per mesi, hanno attaccato i Navigator ha parlato di questa mancanza? 

Un modo per occupare i beneficiari del Reddito di Cittadinanza ma anche una soluzione da non trascurare per permettere ad alcuni di loro di qualificarsi (o riqualificarsi) imparando un mestiere.

Specie considerando che la congiuntura del lavoro presenta numeri impressionanti e, quindi, sperare di trovare facilmente nuovi posti di lavoro è, quanto meno, anacronistico.

Giusto per fornire qualche dato (anche a quelli che non hanno fatto che dare i numeri – sbagliati – sui Navigator), il trend ufficiale dell’ultimo periodo parla di  una “occupazione dipendente che continua a ridursi rispetto sia per gli occupati (-2,2%) sia per le posizioni lavorative riferite ai settori dell’industria e dei servizi (-2,0%)”. In termini assoluti, la perdita di posti di lavoro su base annua sarebbe intorno ai -218 mila occupati (ma secondo altre stime la situazione è ancora peggiore). La flessione dei piani di assunzione ha toccato tutti i settori ma è stata più marcata nella filiera dell’accoglienza e della ristorazione (-40,7% per gli ingressi previsti) e in alcuni comparti di punta del made in Italy, come la moda (-37,9%). E poi il settore delle costruzioni (-15,9%), della sanità e dei servizi sociali privati (-17,1%) e della filiera agro-alimentare (-19,7%). Inutile dire che si registra un aumento dei disoccupati e delle persone in cerca di occupazione ma anche degli inattivi.

Tutti numeri (possibile che nessuno dei tanti denigratori dei Navigator non se ne sia accorto?) che dimostrano come è tutt’altro che facile trovare posti di lavoro per persone, spesso, poco qualificate (sono oltre 370mila le persone che si affacciano a un percorso di inserimento lavorativo prive di ogni esperienza di lavoro, come riporta il XXII Rapporto Cnel sul mercato del lavoro e la contrattazione collettiva, pubblicato solo pochi giorni fa).

Nient’altro? Nemmeno per sogno. Tutto questo sarebbe dovuto avvenire presso i CPI,  i Centri per l’Impiego, strutture pubbliche coordinate dalle Regioni o dalle Province autonome, il cui compito, almeno sulla carta, dovrebbe essere quello di favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e promuovere “interventi di politica attiva del lavoro”. Ebbene a valutare la loro efficienza prima dell’arrivo dei Navigator fu uno studio della UIL, del 2016, che analizzò le “performance” dei CPI italiani confrontandole con quella di altri uffici analoghi tedeschi e francesi. Da questo studio emergevano lacune impressionanti (come è possibile che, anche molti personaggi che in quel periodo ricoprivano incarichi di primissimo piano e che ora attaccano a spada tratta i Navigator, non ne hanno mai parlato?). Eppure, stando ai numeri forniti, in Italia, solo il 3.1% dei lavoratori dipendenti ha trovato lavoro tramite questo servizio offerto al pubblico.

Una percentuale ben diversa rispetto alla media europea (9,4%) e ben lontana da quanto avviene in Francia o in Germania, dove trovano lavoro con successo il 6,7% il 10,5% di chi cerca lavoro. Una situazione che, in un periodo di crisi dovuta alla pandemia, non poteva migliorare. Proprio parlando dei CPI, pochi giorni fa, Tecla Boccardo, segretaria della UIL Molise, ha usato parole durissime: “Tutti in Molise sono consapevoli di quanto i Centri per l’Impiego siano diventati l’emblema della disastrosa gestione amministrativa regionale”. “Gli uffici sul territorio sono pressoché dimenticati e lasciati al loro destino”. “Sono settimane, forse mesi, che questi uffici sono chiusi al pubblico, con la conseguenza che l’utenza che vi si rivolge, spesso poco digitale, non riesce ad avere un semplice documento o attestato, spesso obbligatorio per avere un contratto di lavoro o un qualche sussidio”.

Tornano in mente le inchieste di alcuni programmi televisivi che cercavano i Navigator proprio presso i CPI (ben sapendo che stavano lavorando in smart working). Come mai nessuno di questi soggetti è andato a vedere cosa fanno ora i CPI? O quanti sono i posti di lavoro trovati prima dell’arrivo dei Navigator? Eppure, lo Stato ha stanziato somme a sei zeri per le regioni per la gestione di questi centri. Alcuni hanno parlato di ben 11.600 posti di lavoro nei CPI, su tutto il territorio nazionale, da coprire entro il 2021. Con un carico spaventoso per le casse dello Stato (viene spontaneo domandarsi: ma non sarebbe stato più semplice coprire almeno parte di questi posti con i Navigator, professionalmente preparati e già inseriti nel sistema?).

La situazione dei CPI nelle Marche è rappresentativa di una carenza di servizi che aveva e ha ancora radici profonde e un quadro generale pieno di crepe. Dove centinaia di Comuni si lagnano per mancanza di personale, ma non fanno nulla per utilizzare i PUC. E dove tra domanda e offerta di lavoro esiste un divario che solo leggendo i dati Eures si riesce a comprendere: mentre in alcuni paesi europei le offerte di lavoro pubblicate sulla piattaforma dell’UE (ma con sedi anche in Italia) sono 47mila in Austria, 162mila in Belgio, addirittura oltre 560mila in Germania (mezzo milione di posti di lavoro solo sulla banca dati Eures) e così via per tutti i paesi europei, in Italia, gli annunci sono poco più di 5mila, un ottavo di quelli in Spagna o di quelli in Svezia. Anche in paesi dove non ci si aspetterebbe una simile offerta di lavoro come la Romania, le offerte pubblicate sono il doppio che in Italia. Un gap che separa i beneficiari del Reddito di Cittadinanza, quelli che davvero cercano un lavoro, il mondo del lavoro e i servizi pubblici per l’impiego. Una voragine che i Navigator hanno cercato di colmare facendo il possibile (e a volte l’impossibile) con i pochi strumenti messi loro a disposizione. Ottenendo, come ringraziamento, solo montagne di insulti.

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