Lo Stato Pontificio: Tardomodernismo Letterario e Manifesto (eso) Estetico

Articolo di Bartolomeo Di Giovanni

Ivan Pozzoni, nel suo testo Lo Stato Pontificio (Edizioni Divinafollia, 2026), propone una riflessione teorica sul “tardomodernismo letterario”, è un manifesto estetico- militante diretto contro l’ establishment e il lirismo tradizionale. L’autore apre il testo tracciando una demarcazione concettuale rispetto al post-modernismo e all’ iper-modernismo: Rifiuto delle metanarrazioni: Riprendendo Lyotard, Pozzoni prende atto della caduta dei grandi racconti e delle interpretazioni universali oggettive.

Dalla poiesis alla praxis: L’ arte non viene considerata come creazione fantastica. Dell’ oggetto-linguaggio, bensì come un atto di interazione pragmatica e sociale. Critica all’ ermeneutica tradizionale: La figura del critico letterario classico viene ridimensionata a favore di una interpretazione autentica e di una meta-critica condotta dall’artista stesso , una denudazione della gnoseologia classica favorendo una totalmente nuova Poiesis senza gargarismi veteroletterari, insomma l’ingresso ad una percepibile nuova crasi, dove il suono diviene maieutica di altri suoni.

Praxeologia atopica: Il tardomodernismo si definisce come una prassi distopica e atopica che azzera l’ ontologia estetica per sostituirla con un approccio socio/etno/antropologico. La sezione poetica e i testi a margine incarnano direttamente i presupposti teorici esposti: Il testo alterna riferimenti alla filosofia continentale (Deleuze, Guattari, Habermas, Lyotard) a formule colloquiali, turpiloquio e satira, oggi depauperati dall’ipertrofia perbenista, che esiste solo nella apparenza provinciale, e che non possiede neanche un minimo sostrato essenziale.

Viene impiegato un ritmo incalzante e dissacrante, che fa uso del sarcasmo per demolire la figura del poeta elegiaco ed egocentrico, forgiato da utopie politicizzanti e da vane retoriche confinate attorno ad un nodo di cravatta. Riferimenti alla cultura pop, alla politica contemporanea e al tecnicismo giuridico- sociologico si o fondono in un flusso continuo volto a spiazzare il lettore. Una autentica bestemmia non passibile di autorevole denuncia, perché di autorevole c’è il grido disarmante quale forza demolitrice. Pozzoni con pietas difende quella parola ingannata dalla pedanteria di un sistema oramai ammuffito da classicismi.

Anche i conservanti poetici sono scaduti, pertanto il patrocinio controcorrente lo concede (Pozzoni) al coraggio, che ciecamente si fida della sua penna linguisticamente e incisivamente rivoluzionaria. Le parole utilizzate da Pozzoni sono una picozza che spacca le ossa del lettore che non può esimersi di andare a ricercare il senso euristico dei suoi versi. Per essere come Pozzoni è necessaria una dose di sana follia, di volontà di rompere tutti gli schemi dati per Summa Teo-logica. Le sue righe sono un intreccio tra filosofia della scienza linguistica in continua evoluzione e letteratura inquisitoria dei testi di metrica oramai in disuso, ma che piacciono ancora ai necrofili degli accenti scordanti con il “Dire” contemporaneo.

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