Gioia mia è un film vero e sincero, una piccola opera prima che ti riconcilia con il cinema italiano – dopo aver assistito alle smargiassate stile finta commedia corale di Prendiamoci una pausa -, una di quelle pellicole che fanno bene al cinema e che fanno capire come il vino buono stia nelle botti piccole. La regista – anche sceneggiatrice e in parte si occupa del montaggio – pesca nei ricordi d’infanzia e ambienta a Trapani una storia di formazione con protagonisti un ragazzino come Nico (Fiore) e un’anziana prozia come Gela (Quattrocchi), che cambiano insieme fino a stringere un forte legame durante una calda estate. Nico viene da una perdita importante, perché la tanto amata baby-sitter si sta per sposare e andrà a vivere a Parigi con il marito, lasciandolo solo, per questo motivo i genitori lo mandano a passare l’estate in Sicilia, a casa di una prozia molto cattolica e per niente incline alla modernità. Il rapporto è sin da subito conflittuale, come dice il ragazzo al telefono con la madre, si sente precipitato in pieno Medio Evo, perché a casa della prozia si prega prima di mangiare cibi strani, si fa il pisolino pomeridiano, non si usa il cellulare e non c’è wi-fi. Ma le cose cambiano con il passare del tempo, Nico conosce Rosa e un gruppo di coetanei, comincia a giocare con gli altri, accetta di mangiare cucina sicula, si mette persino a cucinare e a stirare. Un momento drammatico del film è la morte del cane che manda la prozia in depressione e unisce nel dolore i due protagonisti del dramma. Un’altra suggestione interessante è la presunta presenza degli spiriti, in realtà soltanto un’anziana disabile che spinge un carrello metallico e alcune sedie, al piano superiore. Non esistono gli adulti in questo film, solo bambini e anziani (i vecchi e i giovani pirandelliani), il ragazzino si rapporta alla pari con la prozia, entrambi sviluppano una relazione autentica, a tratti quasi infantile, in definitiva crescono insieme e cambiano grazie al nuovo rapporto. Un film girato con attori non professionisti – a parte Aurora Quattrocchi (molto brava) -, che ha visto un lungo lavoro di casting per trovare i volti giusti per i singoli ruoli. Marco Fiore è molto bravo, funziona davvero bene insieme ad Aurora Quattrocchi, al punto che sembrano una coppia affiatata. Bene anche Martina Ziami (Rosa), la ragazzina che fa scoprire per la prima volta qualcosa di molto simile all’amore al piccolo Nico, che le dà un rapido bacio sulle labbra prima di tuffarsi in mare insieme agli altri compagni. Un film delicato e ricco di sentimenti, scritto e diretto da una regista tecnicamente capace e sensibile, girato quasi tutto in primo piano all’interno di un antico palazzo siciliano, arricchito da alcune sequenze esterne e da un’ottima fotografia marina. Un romanzo di formazione accompagnato da una colonna sonora classica, montato con i tempi giusti (90’) durante i quali accade davvero poco, ma lo spettatore si appassiona alle piccole cose che succedono, si sente del tutto immerso in un’atmosfera credibile
e suggestiva che ricorda le singole esperienze personali del passato. Non è facile trovare in sala il buon cinema italiano, ma segnatevi il titolo e guardatelo su piattaforma, in mancanza di meglio. Noi l’abbiamo visto in provincia, con il commento autentico della regista, al Piccolo Cineclub Tirreno di Follonica.
Regia: Margherita Spampinato. Soggetto e Sceneggiatura: Margherita Spampinato. Fotografia: Claudio Cofrancesco. Montaggio: Margherita Spampinato, Davide Cuccurugnani. Musica: Alice Zecchinelli. Suono: Claudio Gramigna, Marco Ciorba, Gianpaolo Catanzaro. Costumi: Giovanni Schiera. Produttori: Benedetta Scagnelli, Alessio Pasqua. Case di Produzione: Yagi Media, Gianluca Arcopinto. Distribuzione (Italia): Fandango. Genere: Drammatico. Durata: 90’. Paese di Produzione: Italia, 2025. Interpreti: Marco Fiore (Nico), Aurora Quattrocchi (Gela), Martina Ziami (Rosa), Camille Dugay Comencini (Violetta), Clara Salvo (Masuccia), Concetta Ingrassia (Mariula), Renata Sajeva (Lia), Rosaria Oddo (Renata). Titolo Internazionale: Sweetheart.
