I colossi della musica

Articolo di Andrea Musumeci

Cosa c’è di più anacronistico delle fanzine sulle piattaforme social?
Partiamo da due concetti esistenziali semplici ed insindacabili: ovvero, il tempo cambia la percezione delle cose e la vita è una ruota. Il tempo scorre via velocemente, impalpabile e invisibile, eppure così concreto. E mentre gli eterni dibattiti su passato, presente e futuro si soffermano ad osservare lancette, orologi, astri e calendari, ciò che sfugge all’occhio umano, come spesso accade, è invece la realtà più evidente e lampante. E cioè che siamo noi stessi il tempo.

Nonostante l’inevitabilità e l’irreversibilità del cambiamento, non intendiamo arrenderci all’idea di voler rallentare o perfino invertire le cicliche scadenze della vita. Pertanto, la domanda spontanea è: com’è possibile fermare il flusso perpetuo della nostra clessidra?
Sebbene la chirurgia plastica, la criogenia ed il ramo farmaceutico, nel corso degli anni, abbiano fatto passi da gigante, e nonostante la società ci voglia costantemente iperattivi e giovanili a prescindere dalla classe anagrafica, la risposta pleonastica è che è tecnicamente impossibile fermare il tempo.

A meno che, unica e sola eccezione alla regola, non si parli degli over 40 fanatici del classic rock: categoria di utenti che, nonostante sia al passo coi tempi, cioè in linea con le attività dei social media, continua a vivere ancoràta al passato, nella sua bolla spazio temporale, senza alcuna comprensione del presente e priva della benché minima visione del futuro. Un po’ come il soldato giapponese che ignorò per tre decenni la fine della seconda guerra mondiale.

A che serve, quindi, avere a disposizione un hardware di ultima generazione se poi utilizzi un software “geriatrico”? La dicotomia tra progresso tecnologico e celebrazione parossistica dell’antiquariato rock, pian piano, ha portato il rock stesso ad una graduale impopolarità e ad un ridimensionamento in termini di appeal e spendibilità commerciale. Per non parlare del pubblico adolescenziale e post adolescenziale, che ormai da anni ignora l’esistenza del rock, oppure non lo considera affatto.

Oggigiorno, grazie allo sviluppo esponenziale dei mezzi tecnologici e, di conseguenza, al potenziamento del sistema di fruizione della musica tramite internet, abbiamo tutto a portata di smartphone. A questo hanno mirato le aziende con le loro strategie di marketing: musica accessibile ovunque, da chiunque e con un esborso economico a dir poco irrisorio. Ormai è sdoganato il comun pensiero che la musica debba essere un’espressione artistica non tutelata e, dunque, disponibile gratuitamente.

Come diceva l’amico di Sergio Benvenuti, interpretato da Christian De Sica nel famoso film di Carlo Verdone Acqua e Sapone: “Qua, della musica, non gliene frega niente a nessuno”.
Una fruizione su così larga scala e dai costi così ridotti ha influito sull’involuzione commerciale della musica rock e non solo. Eppure, con tali mezzi a disposizione avremmo modo di ascoltare e approfondire anche i lati più reconditi del pianeta rock. Invece i fatti ci dimostrano il contrario. Mentre i nostalgici del rock rimangono visceralmente aggrappati al “vecchio conio” della musica, le giovani leve si dedicano all’ascolto e al download degli ultimi arrivi in casa hip hop, rap e trap.

Si potrebbe, nientedimeno, azzardare un collegamento tra la cultura borghese del rock e la politica socio-economica contingente. Allora viene da chiedersi: come si è arrivati a questo punto di non ricambio generazionale nelle stanze del rock? Sicuramente, la mentalità conservatrice dei fanclub rock sui social (impostata prevalentemente su luoghi comuni, stereotipi, elitarismo retrò, pregiudizi ed ignoranza di base) non ha di certo aiutato. Ed è un vero peccato, dato che gli stessi musicisti, nel corso della storia, hanno contraddetto le ideologie antiprogressiste, elevando il sincretismo musicale a valore aggiunto.

È abbastanza facile intuire che suddetto messaggio non sia stato assimilato dai ricettori neuronali della vecchia guardia degli utenti rockettari. Per i supporter malinconici c’è spazio solo per i “colossi della musica rock” (la musica “vera”, quella che “ha fatto la storia”, ecc.); per quel background che ha caratterizzato le stagioni acerbe ed irrequiete della loro gioventù, quando si “giocava” a fare i ribelli e gli anticonformisti. Ed è proprio lì che il tempo si è fermato. E’ così che il rock, poco alla volta, si è trasformato in un’apologia di nicchia individualista e, a torto, anche un po’ monotona e spocchiosa.

Migliaia di esperti e critici musicali continuano a disquisire e ad interrogarsi sulle cause che hanno decretato la cosiddetta “morte del rock” nella cultura popolare. Ad onor del vero, va detto che il rock, in tutte le sue forme e contaminazioni, non è per nulla passato a miglior vita. Secondo Alberto Maccagno (collaboratore per Il Salto della Quaglia e Fotografie ROCK), il rock non è morto, anzi. “Nella musica moderna (trap, rap etc.) c’è un sacco di rock (vedi Ketama126, Joe Scacchi). Il suo fascino è vivo e vegeto.

I problemi principali sono due: il non rinnovarsi delle band italiane e non, che si limitano a riproporre le loro versioni dei dischi che gli piacciono, ed il clima di ostruzionismo di tutte le culture underground verso le novità”. Esistono, dunque, svariate realtà rock underground valide, interessanti e meritevoli di maggiori attenzioni mediatiche, anche solamente scrutando il prolifico sottosuolo italico. Però, ciò che manca alla maggior parte dei fan del rock “senile”, in generale, è la curiosità.

Accompagnata, parallelamente, dalla fobia di recidere determinati cordoni ombelicali e dal difficoltoso distacco dalle tanto care comfort zone. Del resto, ognuno è libero di fermarsi ai suoi 16 anni, ma non sarà per colpa degli artisti, i quali, invece, vorrebbero dire anche altre cose. Secondo Chiara Profili (collaboratrice per Rockshock e admin di Fotografie ROCK), invece, una delle cause che ha portato l’impero del rock al declino è da ascriversi al ruolo sociale e comunicativo di radio e televisioni, che sono ciò che più influenza il gusto delle persone.

“Perché negli anni ’80 e ’90 il rock era popolare? Perché MTV e le radio lo trasmettevano. Se tu sponsorizzi solo il reggaeton e il pop all’italiana, la gente ascolterà solo quello”.
Oggi, superati gli ‘anta’, la spinta emotiva della giovinezza è, per forza di cose, un vestito che non si indossa più con la disinvoltura di una volta. Ma è anche vero che nessuno vieta a chicchessia di godersi il proprio vitalizio da pensionato rock e di ostentare, perciò, un qualsiasi tipo di immobilismo culturale. A patto che non vi sia alcuna manifestazione ipocrita e bigotta, e soprattutto nessuna dimostrazione di idiosincrasia e denigrazione nei confronti di altri generi musicali (che non appartengono al classic rock) o nei riguardi di differenti fasce di utenti.

E’ mai possibile indignarsi per i testi dissacranti e unpolitically correct delle canzoni trap, dopo essere cresciuti al grido di sesso, droga e rock & roll? Siamo davvero alla quintessenza della contraddizione e al capolinea del teatro demenziale. Per coerenza, gli over 40 iscritti al fanclub del classic rock non dovrebbero (uso il condizionale come prova di democrazia) avanzare lamentele nei confronti delle nuove generazioni solo perché queste non venerano gli “antichi” spartiti del rock. In caso contrario, questi incalliti nostalgici rischierebbero di raggiungere, grossolanamente, livelli patetici ancora più radicali e ridondanti di quelli in cui sono già bellamente impantanati.

Altrettanto deprimente, a mio modesto parere (sempre con stima e affetto, si capisce), è il tentativo da parte di migliaia di genitori di voler inoculare l’obsoleto virus del rock nei loro pargoli in età pediatrica; azioni disperate (per quanto possano sembrare ammirevoli negli intenti) che somigliano più ad una sorta di circonvenzione d’incapace. Mettetevi l’anima in pace, coetanei miei: una volta raggiunta l’età adolescenziale, quei dolci marmocchi svezzati ad omogeneizzati e “puttane” del rock andranno, giustamente, per la loro strada, verso direzioni musicali affini alla loro sfera personale di amicizie. Lasciate ai ragazzi la musica della loro età!

Eh si, perché la musica, nella contemporaneità, esercita ancora il suo ruolo di collante naturale, utile a saldare legami e aggregazioni. Pensate ad una community di ragazzi (o ragazzini) trainati e accomunati dalle nuove tendenze musicali. Vedi la “tanto amata” trap, ad esempio. Poiché ogni genere di arte è riflesso della società in cui si manifesta ed ogni generazione di teenager ha avuto le proprie mode di riferimento, fosse anche soltanto per protestare contro le convenzioni della società, con le casse bluetooth a tutto volume.

Pertanto, cosa fanno adesso i fan over 40 del classic rock? Demonizzano e rimproverano le tendenze delle nuove generazioni, biasimando tutto ciò che non rientra nei virtuosi canoni del rock vintage. Una pessima strategia, che sortisce inevitabilmente l’effetto opposto. Così come facevano i loro genitori trent’anni fa. Tutti sanno (pure i sassi) che la diversità genetica produce la progenie più forte e che la vita è una ruota destinata a corsi e ricorsi storici. Soltanto che, a volte, ricaricare un orologio non basta. Può capitare, prima o poi, che uno degli ingranaggi si inceppi, a discapito di allineamento e sincronizzazione. E allora, di conseguenza, qualcosa va storto.

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