“Totò Tarzan”, un film che mette a nudo, con uno sguardo infantile, le convenzioni della società civile

Articolo di Gordiano Lupi

Totò Tarzan (1950) di Mario Mattòli è una singolare parodia di Tarzan che contiene modesti elementi erotici, sfruttando un nutrito cast di ragazze che circondano il protagonista, tra le quali spicca una sconosciuta Sofia Lazzaro, non ancora diventata Loren, nei panni di una fan del circolo Tototarzanista. Giovanna Ralli, una semplice debuttante, s’intravede appena. Ma a fare scandalo non sono loro, quanto Adriana Serra, che in una sequenza diventata famosa per pochi attimi rimane a seno nudo. La censura non se ne accorge e il frammento entra a far parte del film, anche se bisogna essere molto accorti per rendersi conto che quando Totò strappa dal corpo della ragazza la pelliccia di leopardo si scorge il seno destro. La farsa è scritta con un tono a metà strada tra il fantastico e il surreale da un quartetto di validi umoristi come Marchesi, Metz, Incrocci (Age) e Scarpelli. Pare che per una battuta contribuisca anche un giovanissimo Ettore Scola: “Io Tarzan, lei Cheeta, tu bona”.  Mario Mattòli dirige con sicurezza Totò, attore che fa per lui, lasciandolo libero di sbizzarrirsi nel campionario di gag e smorfie che l’hanno reso celebre. Una volta accettato il punto di partenza fantastico – che Totò possa essere Tarzan – la comicità viene di conseguenza ed è composta da battute  ai limiti del surreale. Totò Tarzan registra un incasso di circa quattrocento milioni di lire, conta quattro milioni di spettatori e infinite repliche nelle sale di terza visione. Un cult storico, firmato Mattòli, come Totò sceicco, Fifa e arena, Totò al giro d’Italia e altri titoli indimenticabili.

Totò è la scimmia bianca, figlio d’un esploratore abbandonato nella giungla, che eredita un patrimonio miliardario. Tre avventurieri lo catturano e lo portano in Europa, confidando sulla sua ingenuità, per depredarlo dei suoi averi. Un parente del padre di Totò contrasta la loro decisione e cerca di convincere il selvaggio che la sua amicizia è disinteressata. Comincia il lato erotico della vicenda, perché Totò mostra subito interesse per le bellezze femminili. Il progetto dei due gruppi rivali sarebbe quello di uccidere il selvaggio e dividersi le spoglie, ma per fortuna una ragazza innamorata finisce per salvarlo.

Moltissime le scenette comiche, così come abbonda il cinema costruito sul niente: una guerra da burletta, un gorilla che guida il treno, la giungla fatta di cartapesta, i fondali dipinti, Totò che pesta i piedi a un soldato (ripresa da Terence Hill) e fa saltare in aria il colonnello. Sequenze sexy castigate, a parte il seno nudo intravisto per un microsecondo, con un cast di belle ragazze non ancora famose. Molto bravi Buazzelli, Castellani, Pavese e Croccolo, come spalle in secondo piano (ma non troppo).

Paolo Mereghetti (due stelle e mezzo): “Il film ribalta la logica del buon selvaggio, utilizzandone l’istinto angelico per mettere a nudo le convenzioni di una società borghese grazie a uno sguardo langdoniano e infantile (Fofi) che amplifica gli effetti comici, come quando nella stanza d’albergo di Totò vengono posti dei rami per farlo dormire a suo agio e lui, alla vista di un letto vero, sceglie quello affermando: Uomo di foresta sì, fesso no”. Morando Morandini (due stelle e mezzo per la critica, quattro stelle per il pubblico): “Munito anche di coda, Totò mette a nudo, con il suo sguardo infantile, le convenzioni della società civile”. Il poeta Aldo Palazzeschi esalta Totò: “È apparso all’orizzonte del cinema come arcobaleno dopo il temporale”. Pino Farinotti concede tre stelle, che condividiamo per la freschezza delle situazioni, ma come al solito non motiva.

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