Fenomenologia di Marco Travaglio

Articolo di Paolo Landi

Un grande avvenire dietro le spalle: è la metafora maoista che spiega meglio di ogni altra il percorso all’indietro di un bravo giornalista diventato il megafono di un partito politico improvvisato (alcuni avevano detto, quasi subito smentiti dai fatti,”nuovo”). In era berlusconiana Travaglio si era accreditato come un fact-cecker implacabile: sorprendeva la documentazione sulle notizie in suo possesso, le verifiche minuziose, la precisione e la sicurezza con cui rispondeva alle contestazioni. Si restava impressionati perché il giornalismo italiano – moltissimi dovevano qualcosa a Berlusconi, proprietario di tre reti televisive e svariate testate cartacee – non ci aveva abituati a questi metodi “americani” dove il massimo del rispetto che un cronista poteva dimostrare al suo interlocutore politico, era bersagliarlo con domande scomode.

Così Travaglio era entrato presto nella mitologia, che toccò il suo massimo quando Berlusconi, in un memorabile faccia-a-faccia nella trasmissione di Michele Santoro, il 10 gennaio del 2013, tirò fuori dalla tasca un fazzoletto e spolverò la sedia dove poco prima si era seduto Travaglio e dove adesso doveva accomodarsi lui. Una gag che consacrò due eroi: Berlusconi stesso, grandioso nell’azzerare la retorica di qualsiasi argomentazione con un gesto più efficace di qualunque discorso e Travaglio, assurto subito a piccolo Davide contro il Golia delle Telecomunicazioni, che gli aveva riservato un disprezzo così eloquente da farlo salire immediatamente nella considerazione di quelli che da lui si aspettavano di essere vendicati.

In questa fase Travaglio si esponeva alle telecamere con lo stesso linguaggio del corpo di oggi: impassibilità, freddezza, sguardo di ghiaccio, sorrisini (Travaglio è anche uno dei pochi giornalisti italiani che in video non gesticola). Ma, mentre allora questa espressività era tutt’uno con la sua autorevolezza e, in qualche modo, la esaltava, oggi a molti questo identico modo di fare risulta insopportabile. Cos’è accaduto, qual è il tackle, il contrasto, si direbbe in gergo calcistico, che ha sottratto al Travaglio-eroe il pallone per consegnarlo al Travaglio-schiappa?

Ha fatto tutto da solo, ovviamente. Perché, per un lungo periodo, Marco Travaglio è stato l’esempio del buon giornalismo, era opinionista di Repubblica e dell’Espresso e il fatto che le voci dicessero che era “di destra” (perché allievo di Montanelli) o “cattolico” non facevano che accrescere la sua credibilità: un giornalista di destra e cattolico che si metteva contro il massimo rappresentante della nuova Democrazia Cristiana, quel Forza Italia che aveva catalizzato il voto della maggioranza degli italiani. Voleva proprio dire che le sue ricerche, le sue argomentazioni, i dati che snocciolava erano veri! Nessun sospetto di ideologia guastava quell’apparato di informazioni con cui riusciva a demolire l’approssimazione di tanti politici, soprattutto di quelli berlusconiani, reclutati dal Capo, come si sa, selezionando quelli più “gradevoli fisicamente” tra i suoi venditori di pubblicità.

Ma, finita l’era berlusconiana, è iniziato anche il declino di Travaglio. I suoi sostenitori non si spiegano parecchie cose. Perché Travaglio, così sarcastico contro l’incultura politica dei berlusconiani abbraccia a un tratto quella, altrettanto imbarazzante, dei grillini? Come può uno come lui difendere il lunghissimo elenco di “ingenuità” degli adepti di Beppe Grillo, che prima lo avrebbe scandalizzato? Se era così bravo a screditare “personalità” politiche raffazzonate mettendo in luce la loro inconsistenza, come poteva ora dar credito a questa orda di modesti tecnocrati fissati col computer che formavano il partito di Grillo?

Anche Grillo: prima era un comico stimato, scriveva su Internazionale, combatteva battaglie ambientaliste con le armi che gli erano consone, quella della satira, sceglieva come ghostwriter un accademico come Marco Morosini, era il nostro Michael Moore; poi è diventato una macchietta, preso dalla megalomania di cambiare il mondo, entusiasta di “questi ragazzi, sono meravigliosi” (e parlava di quelli che adesso siedono in posizioni di potere, facendo danni, inutile nominarli, sono in attesa dell’imminente oblìo che li inghiottirà, ricacciandoli da dove sono venuti).

Come ha potuto il gelido, vivisezionatore Travaglio tirare la volata a questo caravanserraglio? Ecco: la sua credibilità si è sgretolata cominciando da qui. Poi ha iniziato a esibirsi nei teatri (come fanno tutti gli influenti giornalisti del New York Times, verrebbe da dire) con Giorgia Salari nell’imitazione di Maria Elena Boschi, ha prodotto un “clone”, Andrea Scanzi (anche lui sempre in tournée), che non lo aiuta a riconquistare rispettabilità. Smette di collaborare con testate storiche e fonda il Fatto quotidiano, un giornale con una grafica talmente brutta da offuscare qualunque eventuale scintilla di intelligenza nei contenuti, illeggibile.

Esonda su La 7 nella trasmissione di Lilli Gruber, tutti i santi giorni, e quando non c’è lui c’è Scanzi, quando non c’è Scanzi c’è Padellaro a divulgare il verbo grillino. Si salvi chi può. Nei suoi editoriali esagera col sarcasmo, mandando definitivamente a quel paese l’autorevolezza giornalistica e scatenando un tifo da curva sud. Delusione Travaglio ha ormai imboccato una strada di non ritorno. Sparirà anche lui insieme ai grillini? Sarebbe un peccato perché alla sua capacità giornalistica avevamo creduto, come credevamo a Grillo, quando faceva il comico. 

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