“Los sobravivientes”, un film risente del periodo storico in cui è stato girato

Articolo di Gordiano Lupi

Los sobravivientesI sopravvissuti – non è uno dei film memorabili di Tomás Gutierréz Alea, perché risente del periodo storico in cui viene girato ed è permeato di eccessiva fiducia e ottimismo verso la Rivoluzione. Il regista parte da un assunto fantastico e lo rende comicamente credibile, ma con il passare dei minuti scivola sempre più sul macabro e sul grottesco.

Al trionfo della Rivoluzione, una famiglia dell’alta borghesia decide di isolarsi nella propria fattoria e di ignorare i cambiamenti che si verificano nel paese. La speranza del vecchio marchese è che le cose presto cambieranno, perché le rivoluzioni divorano i propri figli, come sostiene sempre. Non si rende conto che il suo mondo sta crollando e si ostina a vivere come un tempo, come in una fortezza assediata e protetta. La famiglia borghese vive una vera e propria disintegrazione materiale e morale, un’involuzione storica che fa regredire ai tempi dello schiavismo e persino alla pratica del cannibalismo.

Il finale sfocia in un cupo dramma dove i nobili vengono dipinti a tinte fosche, come se fossero il ricettacolo di tutti i difetti del mondo. Il film vive i suoi momenti migliori nelle parti comiche e grottesche, quando Gutiérrez Alea utilizza i canoni della commedia per far capire l’isolamento di chi non accetta il futuro. Molto interessante il personaggio del furbo avanero che rifornisce di generi alimentari la fattoria e afferma che a lui basta vendere, non interessa chi comanda. Il regista stigmatizza il qualunquismo di chi non sa decidere tra capitalismo e rivoluzione, condannando opportunismo e assenza di ideali. Il bersaglio principale restano gli aristocratici e i borghesi, dipinti come esseri privi di qualità, viziosi, inutili, incapaci di lavorare e pieni di pregiudizi. Fuori dal recinto della fattoria ci sono embargo e razionamento, accadono i fatti di Playa Girón (si vede un buon filmato d’epoca in bianco e nero), ma per gli aristocratici non sta succedendo niente.

Il marchese è convinto che presto tutto tornerà come prima e che la Rivoluzione sta per finire; per questo obbliga la famiglia a vivere come in stato d’assedio. Il tono iniziale è da commedia brillante e ironica sul rapporto tra Rivoluzione, borghesia e vecchia nobiltà. Alcune scene lo fanno capire chiaramente e danno corpo a una storia che si regge su un’ipotesi fantastica. Un matrimonio tra giovani si svolge nella fattoria e persino il viaggio di nozze consiste in un giro d’auto nel cortile di casa. La famiglia finisce per mangiare le ceneri della nonna giunte dagli Stati Uniti nascoste in buste da minestra, per non essere scoperte dalla polizia comunista.

La famiglia trova il modo di prelevare il denaro dalla banca, ma diventerà carta straccia perché la Rivoluzione emetterà una nuova moneta. Il marchese muore d’infarto, il prete abbandona la fattoria per rientrare nel mondo e – con buoni tempi comici – si mettono a nudo tutti i difetti dell’alta borghesia creola. I sopravvissuti si nascondono nelle cantine indossando un elmo in testa e il vecchio zio, autoproclamatosi prete, rappresenta un nuovo diluvio universale. Passano gli anni e la situazione diventa sempre più insostenibile, si torna ai metodi schiavisti con i contadini puniti se osano sfidare il padrone e con i nobili che si approfittano delle mogli dei servi. Vediamo scene di violenza carnale, schiavi incatenati e un padrone dispotico che cerca di arginare il caos. Tomás Gutiérrez Alea cita se stesso rimandando a sequenze analoghe de La última cena (1976), vero film capolavoro che racconta il periodo schiavista. Nella seconda parte della pellicola si cambia registro, il tono comico diventa drammatico per tratteggiare a tinte fosche la degenerazione dei nobili e il loro egoismo. Inevitabile una rivoluzione interna e la fuga definitiva degli schiavi che abbandonano i padroni nel loro isolamento. I sopravissuti sono senza cibo al punto di dover organizzare una grottesca caccia al gatto per mettere in tavola qualcosa da mangiare. Gli aristocratici non sono abituati a lavorare ma non c’è altro da fare: i giovani devono occuparsi dei campi e i vecchi delle pulizie. Lo zio muore soffocato dalla polvere, la madre si suicida mentre sogna il primo amore, la nonna muore divorata dagli avvoltoi mentre si trovava legata a fare da spaventapasseri. Il clima di degradazione è totale e il regista gira sequenze vicine allo stile di un horror grottesco che ricorda vecchie opere di Pupi Avati. I giovani rappresentano la speranza per il futuro, sono innamorati, vorrebbero essere diversi dai loro padri e tentano di fuggire per vivere una vera vita oltre la cancellata. Vengono freddati da due colpi di fucile sparati dai vecchi genitori che impediscono in modo drammatico la loro liberazione. Non può esserci lieto fine. Gli ultimi aristocratici pregano sul ritratto del vecchio marchese e precipitano in un baratro di follia. Nelle sequenze finali i sopravvissuti sono soltanto due e si divorano la zia, uccisa da un fulmine in una notte tempestosa. I titoli di coda scorrono su una tetra panoramica di cannibalismo e di pioggia battente. La pellicola è molto teatrale, gode di una buona recitazione, di una suggestiva colonna sonora, di una fotografia accurata e di un montaggio che rispetta i tempi della narrazione.

Tomás Gutiérrez Alea rappresenta la parabola terminale dell’aristocrazia creola, dipingendola come classe sociale senza futuro, mentalmente chiusa al punto di cibarsi delle sue stesse carni e di uccidere i propri figli per impedire il cambiamento. Se fosse ancora vivo probabilmente direbbe le stesse cose della Rivoluzione, che ha criticato con forza e acutezza visiva nelle pellicole successive.

Regia: Tomás Gutiérrez Alea. Durata: 130’. Soggetto e Sceneggiatura: Tomás Gutiérrez Alea, Antonio Benítez Rojo. Fotografia: Mario García Joya. Montaggio: Nelson Rodríguez. Musica: Leo Brouwer. Suono: Germinal Hernández. Produzione: Evelio Delgado per ICAIC (Cuba). Distribuzione: Distribuidora Internacional de películas ICAIC. Interpreti: Enrique Santiesteban, Reinaldo Miravalles, Vicente Revuelta, Carlos Ruiz de la Tejera, Ana Viña, Germán Pinelli. Alcuni Premi: Premio della critica tra i migliori film dell’anno (1979); Miglior Produzione, Scenografia, Soggetto e Sceneggiatura, Premio Caracol (1979); Premio del Pubblico, Festival del Cinema Ispano americano di Huelva (1979);  Segnalato al Festival di Londra (1979); Targa d’Oro e Premio Ghandi, Festival del Cinema Neorealista di Avellino (1979), Premio d’Oro, Festival Internazionale del cinema di Damasco (1979); Secondo Premio, Festival Internazionale del Nuovo Cinema Latinoamericano (1982).

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